«C’era una volta un popolo di gente ingenua, che credeva a Babbo Natale. Ma per loro, in realtà, Babbo Natale era l’Uomo del Gas». La voce è quella del tamburino Oskar. Immagini: la sinagoga data alle fiamme, all’alba del nazismo. Il film è “Il tamburo di latta”, di Volker Schlöndorff, Palma d’Oro a Cannes nel ’79. Pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Günter Grass: impietoso apologo sul blackout psicologico di quegli anni tenebrosi.

Perché si parla, ancora e sempre, del fenomeno che Wojtyla definì “male assoluto”? Forse per la dismisura antropologica di quell’unicum storico: un abominio senza precedenti. Uno sterminio mostruoso, accuratamente pianificato e condotto con metodo. Assoluta precisione, freddezza burocratica e cura maniacale dei dettagli.

A colpire non è solo l’inarrivabile ferocia delle SS, ma anche la premeditazione da parte di oscuri, grigi funzionari: come gli ingegneri che progettarono le gaskammer, i forni crematori. E i sistemi di refrigerazione per rendere tollerabile, d’estate, il “lavoro” dei sonderkommando, tra cataste di corpi scheletrici.

USA, NAZISMO E UCRAINA

Si parla continuamente, del sommo orrore, anche perché non è mai passato di moda: c’è sempre qualcuno che, da qualche parte, sventola la svastica. Succede ancora oggi in Ucraina, grazie ai reparti – ieri paramilitari, ora integrati nelle forze armate regolari – sostenuti dal potere straniero che utilizza il regime di Kiev (e le reclute ucraine) per servire il disegno imperiale atlantista, a spese delle popolazioni locali.

Come ha ricordato Massimo Mazzucco, il marchio della croce uncinata vanta una lunga tradizione transatlantica: i nazisti ucraini (fanatizzati da Stepan Bandera) nel dopoguerra restarono sul territorio come cellule dormienti della Cia. Spine nel fianco del potere sovietico e poi russo, da risvegliare all’occorrenza: fino al sanguinoso golpe di Maidan del 2014.

Lo stesso nazismo originario – tedesco – fu foraggiato sottobanco da settori della grande finanza anglosassone. Operazioni inconfessabili, eterogenesi dei fini: “creo” un mostro, che poi mi servirà nei decenni a venire. Tra gli obiettivi strategici di lungo periodo: l’abbattimento della sovranità russa. Una storia nella storia, che oggi sembra vivere una sorta di drammatica resa dei conti.

KURSK: LE RADICI DELL’ODIO

Lo scrittore Nicolai Lilin, tratteggiando il carattere anche tattico della strage attualmente in corso sulle rive del Dnepr, qualche giorno fa ha rievocato la Battaglia di Kursk. Estate 1943: forse lo scontro più decisivo della Seconda Guerra Mondiale. Per la prima volta, la Germania nazista comprese di non essere invincibile. Si schiantò contro la tenacia e il coraggio di un immenso paese aggredito: l’Unione Sovietica.

A Kursk, nella più grande battaglia che sia mai stata combattuta con mezzi corazzati, i sovietici riuscirono a distruggere qualcosa come 2.500 panzer tedeschi. Il grande stratega della vittoria dell’Armata Rossa era il generale Nikolaj Vatutin. L’eroe di Kursk, però, non riuscì mai ad arrivare a Berlino: nel 1944 cadde in un’imboscata tesagli dagli ucraini che avevano accolto Hitler come un liberatore. Non a caso, qualche anno dopo, il capo dei nazisti ucraini – Bandera – fu raggiunto e ucciso, in Germania, dai killer del Kgb.

Un intellettuale come Moni Ovadia punta spesso il dito contro l’incendio del nazionalismo. Quello ucraino risale alla tragedia del cosiddetto Holodomor, il “genocidio per fame” dell’inizio degli anni Trenta. Carestia deliberatamente provocata da Stalin per spezzare la resistenza dei kulaki, i piccoli proprietari terrieri, contrari alla collettivizzazione forzata dei loro terreni. Un dramma spaventoso, con milioni di morti. Nella sola Ucraina?

L’HOLODOMOR E L’URSS

No, risponde Nicolai Lilin: anche alcune zone della Russia meridionale subirono la stessa sorte. Nazionalismo russo? Non certo nel caso dell’Urss: era ucraino uno dei protagonisti dell’Ottobre, come Zinoviev, accanto a Lenin. Ucraini pure gli stalinisti Vorošilov e Kaganovič. Il terribile Berija veniva dall’Abkhasia: era caucasico, come il georgiano Stalin. E il suo successore, Khrushev, era stato capo del partito a Kiev: sarà proprio lui a “regalare” la Crimea (russa, da sempre) all’amministrazione ucraina, sia pure sotto il controllo di Mosca.

Se oggi la Russia conserva il carattere imperiale (zarista, poi sovietico: uno Stato multietnico e multinazionale, con un’infinità di lingue e minoranze), la missione politica dell’Urss era palesemente internazionalista. Obiettivo dichiarato: abbattere le frontiere nazionali, per promuovere la vagheggiata rivoluzione – mondiale – del “proletariato” sfruttato dal capitalismo, secondo la visione marxista.

Soffiare sul fuoco del nazionalismo – sostiene Moni Ovadia – è un modo piuttosto classico di imbrogliare le carte. A rimetterci sono sempre loro, i popoli: che invece avrebbero tutto da guadagnare se le frontiere fossero aperte, senza reticolati. E come si arriva, allo scontro? Fabbricando letteralmente il nemico: trasformando il vicino in un orco. Senza capire che, a monte, qualcuno investe oscuramente nella manipolazione. E punta a infiammare i cuori per azzerare i cervelli.

NAZIONALISMO E MENZOGNE

Succede sempre, è una specie di malattia cronica. Leva fondamentale: la paura. È con il peggiore degli strumenti – il terrore – che si ottengono i risultati più sconvolgenti. La premessa: mentire. Raccontare regolarmente il contrario della verità. Deformare la realtà, enfatizzarne alcuni aspetti e oscurarne la sostanza. Così si costruisce l’odio, mattone su mattone. Tanto, poi, a morire sul campo saranno i soldati, i civili, i profughi. Non certo gli impresari della carneficina.

Ripeteva Giulietto Chiesa: come facciamo a dirci ancora democratici, se non sappiamo più quello che sta davvero succedendo? Senza informazione, addio libertà. E senza libertà, non è più possibile parlare di democrazia. Letteralmente spettacolare, oggi, l’impatto con la verità: a smentire i narratori provvede, ogni giorno, la storia che stiamo vivendo. Di quello che ci hanno raccontato, negli ultimi anni, non era vero niente. Domanda: in quanti se ne sono accorti?

Di qui la sensazione fisica di pericolo: se il potere dominante racconta solo frottole, le popolazioni sono esposte alle peggiori conseguenze. Il rischio aumenta, giorno per giorno, senza che i “maggiordomi” europei escano dall’ipnosi mediatica a cui sottopongono le nostre nazioni. È una lunga vicenda, quella che avvelena l’Occidente, cominciata forse nel lontano 1963 con l’omicidio Kennedy: l’abbattimento materiale, in mondovisione, della politica democratica.

PAURA: L’UOMO NERO

Menzogna e disonore: un tunnel, lungo decenni. Le crisi petrolifere, il terrorismo fatto in casa, la strategia della tensione. La paura: del debito pubblico, dello spread, del Covid, del cambiamento climatico. La formidabile disinvoltura dei domatori, insuperabili maestri di illusionismo: capaci di passare in un battibaleno dall’islamofobia alla russofobia. Isis o Putin, è uguale: l’importante è che a mettere paura sia l’Uomo Nero.

Per loro è normale, raccontare che gli asini volano: e l’aspetto sconcertante è che la maggioranza tende ancora a crederci (mentre gli unici a volare, oggi, sono i missili). Poi magari arriva un brutto giorno, in cui i missili ti cadono sulla testa. E allora scopri di colpo, come il “tamburo di latta”, che quello che applaudivi con tanto entusiasmo non era affatto Babbo Natale.

GIORGIO CATTANEO

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