Premio Nobel, ovvero la fiera dell’ideologia (globalista)

L’Accademia di Svezia quest’anno si è superata nell’assegnare Nobel ideologici: il Nobel alla Pace al giornalista russo Dmitrj Muratov caporedattore del giornale antiputiniano Novaja Gazeta completa la narrativa ideologica; il Nobel per la Letteratura al semisconosciuto Abdulrazak Gurnah, del quale faticherete a trovare libri tradotti, ma è un rifugiato e ha parlato male del colonialismo, e quindi ha soffiato il premio agli eterni candidati Murakami, Don De Lillo, Cormac McCarthy, David Grossman, Margaret Atwood, Michel Houellebecq, Claudio Magris o anche il kenyota Ngugi wa Thiong’o, che purtroppo fanno letteratura e non ideologia. E il Nobel alla Fisica va, oltre al nostro Giorgio Parisi (grande fan dell’ intelligenza artificiale e del lockdown ) anche ai due climatologi Klaus Hasselmann e Syukuro Manabe.

Il fatto che l’argomento Covid e vaccini abbia avuto poco spazio (provocando l’ira di Bassetti che teme di passare di moda), se non in dichiarazioni di Parisi che però non sono il fulcro del suo lavoro, lascia intendere i prossimi talking points: clima, intelligenza artificiale, lotta alla Russia e politicamente corretto. Molti scommettevano sul Nobel alla Pace a Greta Thunberg, ma il gioco sarebbe stato troppo squilibrato a favore di una narrativa che aveva già preso il Nobel alla Fisica (quindi il Nobel “scientifico”, quello solitamente meno messo in discussione): così tutte le narrazioni mainstream sono in equilibrio.

Il Nobel è un premio ideologico? Fare la storia delle cantonate dell’Accademia di Svezia è istruttivo. Ci sono cantonate rimaste leggendarie: nel 1901 lo sconosciuto poeta francese Sully Proudhomme soffiò il premio a Lev Tolstoj.Ci sono Nobel mancati alla Letteratura che gridano vendetta, come Borges, Proust, Nabokov, Scott Fitzgerald, Tolkien, Céline, Joyce, D’Annunzio, Ungaretti, Eco, Mishima, Ezra Pound, e molti fra questi elencati quasi certamente per ragioni ideologiche. Vi sono Nobel alla Pace discutibili come quelli a Kissinger o ad Arafat (quando non addirittura le candidature di Mussolini e Stalin) mentre Gandhi non lo vinse mai per ragioni ideologiche.

Ma è negli ultimi anni che il Nobel sta diventando un’arma ideologica: il caso più clamoroso fu il Nobel alla Pace al neoeletto presidente Barack Obama, un Nobel “sulla fiducia” poi clamorosamente smentito da ben sette guerre, quando il demonizzatissimo successore Donald Trump lo avrebbe meritato di più. Per quanto riguarda il Nobel alla Letteratura, il mood ideologico russofobo di questi ultimi anni è evidente. Nel 2015, all’indomani della crisi ucraina, venne premiata la giornalista bielorussa Svetlana Aleksievič, nota per le sue posizioni antiputiniste.  Sulla Cina l’Accademia di Svezia ha fatto delle capriole a seconda delle epoche: in un momento in cui la Cina era vista come l’ultima dittatura comunista del mondo sono stati premiati scrittori d’opposizione e attivisti dissidenti, per non parlare del Dalai Lama. Poi, quando la Repubblica Popolare ha cominciato a diventare una potenza economica tale da mettere in ombra l’Occidente, ecco che ci si è affrettati a premiare uno scrittore di regime, scordando bellamente i precedenti Nobel. E intanto, mentre si cercava il premio “ideologicamente corretto”, un gigante come Philip Roth moriva senza mai aver ricevuto il premio.

Sono ovviamente i Nobel alla Pace quelli più controversi e ideologicamente orientati: se quello che ha fatto più discutere è stato quello a Barack Obama nondimeno ve ne sono stati altri che hanno fatto storcere il naso. Ad esempio quello all’Unione europea assegnato, guarda caso, proprio nell’anno in cui la crisi greca e la Troika stava per schiacciare il Paese culla della civiltà europea sotto il peso di misure draconiane. Negli anni successivi l’euroscetticismo avrebbe toccato punte altissime, lo si sapeva, e quindi si provvide al massimo riconoscimento, basato su una bugia (nella motivazione ufficiale si legge che l’Ue avrebbe contribuito alla pace per sei decenni, quando l’Unione nasce ufficialmente il 7 febbraio 1992).

Dal Nobel possiamo intuire le narrative prossime venture: il Nobel alla Pace a Obama fu il preludio alle guerre di Obama, il Nobel all’Ue doveva coprire la soppressione della democrazia per evitare lo sfaldamento dell’Unione.

Se quest’anno volevano davvero premiare gli attivisti per la libertà d’espressione perché non premiare Julian Assange? Sarebbe stato scomodo. Muratov dirige un giornale di opposizione a Putin, ciò significa che in Russia comunque esiste una narrativa antiputiniana portata avanti proprio dalla Novaya Gazeta o dalla Komsomolskaya Pravda. Quando in Italia, invece, per un giornalista diventa rischioso persino azzardare critiche al presidente della Repubblica.

ANDREA SARTORI

 

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