Piano trivelle: per tirar fuori dal sottosuolo una fetecchia di gas, il governo rischia di aggravare la subsidenza del delta del Po.

La subsidenza è l’abbassamento del livello del suolo: a tal riguardo, il delta del Po ancora paga il conto delle estrazioni di gas avvenute nei decenni passati. Non è un conto metaforico, ma riguarda proprio il denaro sonante: nel delta, ammonta a milioni di euro l’anno.

Ora, il Consiglio dei ministri svoltosi venerdì 4 novembre 2022 ha deciso di rendere più facile l’estrazione del gas, per venderlo a prezzo calmierato alle imprese. In teoria, l’operazione riguarda tutti i mari che circondano l’Italia. In pratica, riguarda principalmente l’Alto Adriatico: un luogo dove sarebbe recuperabile un po’ di gas.

Il governo intende dunque varare alcune deroghe alle norme che ora impediscono sia l’estrazione di gas a meno di 12 miglia dalla costa sia l’estrazione di gas in tutto il Golfo di Venezia (1). L’ultima regola mira a salvaguardare Venezia dalla subsidenza.

I dettagli del piano trivelle non sono ancora noti. Arriveranno domani, giovedì 10, all’interno del Dl Aiuti quater. In base a quanto finora annunciato, l’estrazione del gas nei mari italiani potrà avvenire a partire dalle 9 miglia dalla costa, al di sotto del 45esimo parallelo, quindi ad una certa distanza da Venezia. Tuttavia si potrà estrarre gas al di sopra del 45esimo parallelo di fronte al delta del Po. Sembra proprio questo, almeno, il significato concreto delle parole del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Ha detto infatti che il ramo Goro del Po rappresenterà l’eccezione alla regola delle trivellazioni possibili soltanto al di sotto del 45esimo parallelo.

Il sottosuolo italiano custodisce ben poco gas. Vero che, in questi tempi di crisi, anche quel poco può tornare comodo: ma bisogna guardare innanzitutto i numeri.

In un anno, l’Italia consuma circa 70 miliardi di metri cubi di gas, quasi tutti importati. La produzione nazionale è infatti pari a 3,5 miliardi di metri cubi: sono i dati del 2021 (2). Il governo stima che l’Italia possieda nel sottosuolo riserve certe di gas (cioè riserve che possono essere estratte e commercializzate con una probabilità superiore al 90%) pari a 39,8 miliardi di metri cubi, di cui 22 miliardi sulla terraferma e 18 in mare (3). Ovvero, le riserve certe equivalgono a 7 mesi di consumo nazionale.

Le stime ministeriali comprendono anche le riserve probabili di gas. Significa che possono essere estratte con probabilità superiore al 50%. Si tratta di 44,5 miliardi di metri cubi. Comprendono infine le riserve possibili, cioè che hanno una probabilità di estrazione inferiore al 50%. Sono altri 26,7 miliardi di metri cubi di gas.

Le riserve sono frammentate in un pulviscolo di giacimenti: cosa che rende l’estrazione complicata e costosa. Non per nulla il Governo parla di autorizzare le estrazioni solo per giacimenti con capacità superiore ai 500 milioni di metri cubi.

L’Alto Adriatico (la “zona A” della stima ministeriale) è il luogo in cui i giacimenti sono un po’ più corposi: 6,5 miliardi di metri cubi radunati in poco spazio. Comunque è pur sempre una fetecchia di gas, anche se in tempi come questi non si butta via nulla.

Dalla cartografia ministeriale si ricava che esistono, sebbene bloccati, permessi di estrazione e permessi di ricerca del gas al largo del delta del Po (4). Nell’Alto Adriatico, sarebbero praticamente gli unici a ricevere il semaforo verde: si trovano poco sopra al Po di Goro.

È una cattiva notizia per il delta del Po. In quella zona, l’estrazione del gas è legata alla subsidenza, cioè all’abbassamento del suolo. Il delta subisce tuttora gli effetti della subsidenza dovuta a vecchie estrazioni.

Il Consorzio di Bonifica del delta del Po ha fatto due conti in proposito sul suo mensile di informazione on line in occasione del cosiddetto referendum trivelle del 2016, per il quale non fu raggiunto il quorum (5). Da molti decenni nel delta del Po non esistono più terre da bonificare: il Consorzio si occupa dell’equilibrio idraulico del territorio.

Fino agli anni ’60 sono state effettuate massicce estrazioni di gas dalla zona del delta: iniziate negli anni ’30, hanno toccato i  300 milioni di metri cubi all’anno negli anni ’50. In quello stesso periodo, come hanno detto nel 2016  presidente e direttore del Consorzio, si è resa evidente la subsidenza causata principalmente dalle estrazioni. Il delta del Po si trova ora, in media, un paio di metri sotto il livello del mare. Per mantenere asciutto il territorio sono in funzione 40 impianti idrovori. La relativa bolletta dell’energia elettrica è di 2,2 milioni di euro all’anno.

La cifra di 2,2 milioni di euro è riferita al 2016. Chissà ora, la bolletta delle idrovore. Tirar fuori una fetecchia di gas e spendere fra qualche anno ancor più soldi per le idrovore?

GIULIA BURGAZZI

Note:
1. https://unmig.mise.gov.it/index.php/it/dati/cartografia/aree-vietate-alla-ricerca-e-coltivazione-di-idrocarburi
2. https://unmig.mise.gov.it/images/dati/produzione-2021.pdf
3. https://unmig.mise.gov.it/index.php/it/dati/ricerca-e-coltivazione-di-idrocarburi/riserve-nazionali-di-idrocarburi
4. https://www.arcgis.com/home/webmap/viewer.html?webmap=30c7bd2018ea4eac96a24df3e6097c56&extent=7.7579,42.0653,15.8713,45.5368
5. https://www.bonificadeltadelpo.it/wp-content/uploads/2016/05/Delta-Aprile-2016.pdf

 

 

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