Palm Springs, una soleggiata cittadina californiana di appena 50.000 abitanti,è diventata negli ultimi anni una delle mete preferite del turismo LGBT di tutto il mondo, con servizi, tour, centri culturali e luoghi di intrattenimento appositamente dedicati.  Probabilmente proprio per questo motivo,  si è lanciato proprio da questo angolo di paradiso arcobaleno un programma che lascia letteralmente a bocca aperta: i residenti della città di Palm Springs che si dichiarano transgender e non-binari avranno la possibilità di ricevere un reddito universale garantito di circa 900 dollari al mese per 18 mesi complessivi, dopo che il consiglio locale ha approvato la proposta all’unanimità  la scorsa settimana. Tuttavia,  stando alle dichiarazioni dei politici locali, si apprende che l’assegno mensile sarà staccato se il richiedente, oltre ad appartenere alla comunità arcobaleno (condizione necessaria ma non sufficiente)  verserà anche in condizioni di accertata indigenza.

Carl De Maio, il primo politico apertamente gay che ha fatto in passato parte del consiglio cittadino di San Diego, non ha avuto problemi a dichiarare il programma come offensivo e assolutamente non inclusivo. “Non sono per niente d’accordo a garantire un’entrata fissa senza che la gente lavori, perchè sono soldi pubblici e alla fine non solo i contribuenti si troveranno a mantenere altri cittadini, ma  si è  anche già visto nel tempo che questo tipo di programmi non risolve il problema.”

Chi ha dunque promosso il progetto e lo ha spinto affinchè finisse sul banco dei legislatori? Sicuramente la DAP Health, (l’acronimo di Desert Aids Project) un ente sanitario federale che si occupa principalmente di malati di HIV ed altre patologie sessualmente trasmissibili fin dal lontano 1984,  e Queer Works, ovvero un’ associazione anch’essa con sede nella Coachella Valley la cui finalità è quella  di arginare se non addirittura abbattere le discriminazioni affrontate dalle persone della comunità LGBT.

Sarà infine l’associazione denominata “Mayors for a Guaranteed Income”, (in italiano “Sindaci uniti per il reddito garantito”), a vigilare per i primi sei mesi l’andamento del progetto pilota.

Il sindaco di Palm Springs, Lisa Middleton,  ha precisato che per entrare a regime, il progetto dovrà comunque essere finanziato con fondi maggiori e che quindi questo è solo il primo step di una lunga lista. Tuttavia  la donna, anch’essa transgender, non è contraria tout court alla cosa, sebbene i media vogliano invece fortemente stressare questa chiave di lettura. La Middleton anzi precisa che è sbagliato e fortemente limitante addossare le spese di queste iniziative alla comunità locale, e che sarebbe invece utile che il progetto si estendesse a livello federale visto l’ingente numero di persone della comunità che necessitano di tale misura di sostegno.  Questo è divenuto ancora più chiaro quando, in un recente intervento al Megyn Kelly Today Show, la Middleton si è addirittura fatta notare per essersi letteralmente scagliata contro Greg Abbott, governatore del Texas, per le sue politiche di repressione nei confronti dei bambini trans, una causa che invece sta molto a cuore alla californiana ultra liberal, e che probabilmente la donna vorrebbe fosse sostenuta e finanziata con denaro pubblico federale. 

Quindi, sebbene si possa ragionevolmente affermare che vi sono molte ragioni per cui non è auspicabile avere un mondo di ex lavoratori che si  regge interamente su un reddito universale, proprio come ha affermato De Maio, c’è anche un’ulteriore considerazione da fare. Visti gli eventi degli ultimi due anni, infatti,  cosa vieterebbe che gli strumenti discriminatori utilizzati durante l’emergenza covid possano essere tolti dall’attuale naftalina e tranquillamente riutilizzati per trasformare il reddito universale in un vero e proprio ricatto universale? Evidentemente nulla. E se il pericolo tessera-verde-forever non bastasse,  si noti come in queste dichiarazioni  non si faccia mai menzione di sostegno economico destinato ad altre categorie, come se fosse il modello Palm Springs a spingere davvero la discriminazione, e come se gli altri non meritassero pari considerazione.

Non è che per caso arriveremo a doverci dichiarare “diversi” per essere considerati uguali, bambini compresi?

MARTINA GIUNTOLI

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