Il tanto atteso incontro tra Orban e il Papa è finalmente avvenuto, nella giornata di ieri a Budapest. I due sono considerati dai media i campioni di due sponde opposte (Orban per i “sovranisti”, il Papa per la “società aperta”): ed infatti è proprio questa l’esortazione che Bergoglio ha fatto agli ungheresi.

Il mio augurio è che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi

Aperti naturalmente all’”incontro con l’altro” per raggiungere una “società fraterna” che non sia chiusa in “una rigida difesa”. Malgrado l’Ungheria sia uno dei Paesi più cristiani del continente
tutto ciò è suonato come un predicozzo all’indirizzo del Presidente, quell’ arcinemico dei globalisti che tiene le frontiere chiuse ai profughi e respinge la società dell’accoglienza.

Orban, dal canto suo, non è parso smuoversi più di tanto davanti alle esortazioni papali. Anzi nel classico scambio dei doni ne ha scelto uno che rappresenta un messaggio neppure troppo velato: il Presidente ha infatti fatto dono al Pontefice di una preziosa lettera risalente a 800 anni fa. Si tratta della missiva che il re ungherese Bela IV scrisse a Papa Innocenzo IV, nella quale avvisava della minaccia dell’invasione tartara alle porte d’Europa e chiedeva un intervento immediato al Pontefice e ai sovrani di tutte le Nazioni europee in uno sforzo unitario. L’appello del re Bela fu completamente ignorato da tutti. Puntualmente i Tartari arrivarono e si presentarono alle porte d’Ungheria, il cui esercito li sconfisse salvando l’Europa da sangue e saccheggi.

Insomma, se Bergoglio è andato fino a Budapest per impartire una lezione a chi tiene le frontiere chiuse ai fratelli bisognosi, ne ha però anche ricevuta un’altra: Orban ha infatti chiesto al Pontefice “di non lasciare che l’Ungheria cristiana perisca”. Un po’ come dire, se non ci date una mano faremo da soli anche stavolta.

 

 

 

 

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