Elezioni regionali? E chi se ne importa. È una specie di boato, quello che sale da Lombardia e Lazio, due aree in cui vive il 25% degli italiani. Tutti a casa, lontano dalle urne: hanno votato solo in quattro su dieci. Record storico (ma annunciato, vista l’offerta). Partiti-fantasma, che si comportano come se gli italiani non esistessero. E ancora seguitano a genuflettersi di fronte a poteri stranieri, dalla tecnocrazia Ue ai signori della guerra.

Sbagliarono, gli improvvisati influencer-gufi che a settembre previdero il trionfo universale dell’astensione, in nome di chissà quale palingenesi post-politica. Dopo il massacro-Covid, infatti, gli elettori volevano finalmente poter dire la loro. E premiarono Giorgia Meloni, l’unica a non essere salita sul carro (funebre) di Conte, Draghi e Speranza. Inoltre incoraggiarono, con un milione di voti, le neonate formazioni del dissenso, pur presenti in ordine sparso e costrette a rincorrere le firme sotto gli ombrelloni a ferragosto.

ZELENSKY A SANREMO, ELETTORI IN SCIOPERO

Ora però la sentenza degli elettori suona inappellabile: adesso sì, che l’astensionismo è diventato maggioritario e dilagante. Un sonoro ceffone, rifilato alla casta di maggiordomi che ha imposto persino a Sanremo l’imbarazzante Zelensky, nonostante tutti i sondaggi dicessero che gli italiani non apprezzano la guerra contro la Russia. Bene, eccovi accontentati: godetevi il deserto delle urne vuote.

Come sottolinea Marco Rizzo, chi dirigerà la regione che ospita la capitale lo farà con appena il 20% dei consensi: sì, la nostra democrazia è davvero in coma profondo. Non da oggi, naturalmente: il cancro è ormai da tempo allo stadio di metastasi. Solo, la diagnosi si va facendo lampante. E sta letteralmente accorciando la vita, giorno per giorno, all’ultimo personaggio mandato in campo dall’establishment: l’ex outsider Giorgia Meloni.

BERLUSCONI-PUTIN, LA PARODIA DEL CAVALIERE

Ad affondare la premier, proprio al termine di una settimana nera (segnata dalle polemiche sulla débacle diplomatica rimediata a Bruxelles) è l’anziano Berlusconi. Il vecchio Silvio fa esplodere la mina sotto le poltrone del governo, ricordando a tutti l’ovvia verità con la quale stiamo facendo i conti: non è stato Putin a cominciare la guerra. Certo, è lo stesso Berlusconi che nel 2011 non mosse un dito per salvare il suo grande amico Gheddafi.

Ancora una volta, il Cavaliere si ripropone in termini di parodia: lo fece già al suo esordio nel ’94, promettendo una “rivoluzione liberale” che esisteva solo nei suoi sogni, e forse neppure in quelli. La sua discesa in campo sembrò un incidente della storia: l’operazione Mani Pulite prevedeva che il timone passasse direttamente agli eredi del Pci, gli unici risparmiati dal ciclone Tangentopoli.

SABOTARE L’ITALIA, IL PIANO VIENE DA LONTANO

Il piano era chiaro: dopo il divorzio fra Tesoro e Bankitalia per indebolire il paese e far esplodere il debito pubblico (non più sostenuto dalla banca centrale), si trattava di demolire la rinomata economia mista, pubblico-privata, che aveva fatto volare il made in Italy e trasformato il Belpaese nella quarta potenza industriale del mondo. Compito ottimamente svolto da due servizievoli esecutori: il Prodi che smantellò l’Iri e il Draghi che regalò le migliori industrie nazionali.

A fare da ombrello, la rinomata comitiva dei neo-europeisti in guanti bianchi (e spesso, grembiulino). Tanti nomi, una sola linea: lasciare che il paese venisse completamente svenduto e sottomesso, senza contropartite, ai poteri-ombra annidati dietro l’imperante eurocrazia. Era l’epoca dei D’Alema, degli Amato, dei Ciampi, dei Padoa Schioppa. Contro questa trama anti-italiana, Berlusconi non fece nulla di sostanziale. Fino a essere infine deposto dal formidabile trio rappresentato da Napolitano, Draghi e Monti.

POPULISTI E SOVRANISTI, FINE DELLA FARSA

Da allora, è come se il tempo si fosse fermato. Con l’Italia prigioniera del suo limbo, fatto solo di crisi. E di chiacchiere: quelle dei tanti emuli del Cavaliere populista. Renzi, Grillo, Salvini: fulminanti ascese, altrettanto precipitose eclissi. Stili diversi, differente cosmetica. Ma identica politica: obbedir tacendo (o magari, starnazzando) senza mai disturbare il manovratore.

Con Giorgia Meloni – meno colpevole, meno propensa al bluff – il registro è cambiato: almeno, la leader di Fratelli d’Italia non finge di voler dare filo da torcere ai padroni dell’Ue e della Nato. Esegue i compiti in modo lineare, magari soffrendo. Nel suo caso c’è meno distanza, tra le parole e i fatti. Frustrante? Probabilmente sì. Vorrebbe tentare qualcosa, la Giorgia nazionale? Possibile, ma non ci riesce. Pensa di non poterselo permettere.

NEL DESERTO, L’ANTIPOLITICA DEGLI INFLUENCER

Sei mesi fa, certi sapientoni annunciavano l’imminente Fine dei Tempi: il miracoloso riscatto dell’umanità oppressa sarebbe stato propiziato semplicemente dall’astensionismo. Sottinteso: la diserzione elettorale avrebbe punito soprattutto le riprovevoli liste del dissenso, create solo per dare l’assalto alle poltrone parlamentari. Davvero lungimirante, l’analisi. Oggi, in tutto il Parlamento non c’è una sola voce contro la guerra. Risultato: gli elettori restano a casa.

Sembra in caduta libera il residuo patto di fiducia che ancora legava il cittadino alle istituzioni, prima del cataclisma politico chiamato Covid. Italiani rinchiusi in casa per mesi, poi costretti alla libertà vigilata e condizionata dal Green Pass. Menzogne a cascata, dall’alto: se non ti vaccini, muori. E ora, il gran finale: non la volete, la guerra Nato contro la Russia? E invece ve la imponiamo, Iva inclusa, a partire da benzine e bollette.

Pollice verso, dunque, dalle due capitali italiane: quella politica e quella economica. Magra consolazione, per la Meloni: tra i pochissimi ad aver votato, prevalgono i suoi seguaci. Avanti così, però, non si va da nessuna parte. Se gli zombie dell’area Pd seguitano a recitare i mantra dell’agenda mondialista, milioni di elettori – ancora scottati dalla frode grillina – vedono benissimo di che forza siano, i sovranisti di ieri.

RESUSCITARE LA DIGNITÀ POLITICA, DOPO TRENT’ANNI

Chi ancora propone il nulla cosmico, come ultima versione dell’antipolitica (la diserzione definitiva dalla vita pubblica) dimentica che, nel frattempo, la rovina avanza a grandi passi. Non la si ferma rifugiandosi sulle montagne, perché qualsiasi forma di economia dipende, a monte, dal quadro macro-economico: e l’unico strumento potenziale per correggerlo resta, appunto, quello fornito dall’indirizzo politico.

Se siamo caduti così in basso, è proprio perché negli ultimi trent’anni è mancata la politica, grazie a partiti ridotti a passacarte. Esecutori di ordini superiori, sovranazionali. Meri comitati elettorali, trainati da leader effimeri. Non se ne esce certo rinunciando alla politica. Quello che serve, semmai, sono nuovi strumenti di aggregazione. Basati su una visione fedele della realtà, sulla verità che i rottami del mainstream provano ancora a nascondere: ma senza più riuscirci.

GIORGIO CATTANEO

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