Autarchia, olio di ricino, carburanti di fortuna per le automobili. Cingolani è davvero al passo coi tempi: siamo sull’orlo della terza guerra mondiale, e lui offre risposte perfettamente in linea col ventennio che fu. Manca solo che rispolveri il tram a cavalli e il caffé di cicoria.

Il nostro ineffabile ministro della “transizione” (vuole infatti transitarci agli anni ’30 del secolo scorso), mentre il mondo ieri attendeva col fiato sospeso l’inizio delle ostilità in Ucraina, ha proposto la sua soluzione per il problema energetico: mettiamo l’olio di ricino nelle automobili al posto della benzina. Che ce vò? E voi che stavate tanto a preoccuparvi.

Una soluzione facilissima. In Italia si consumano ogni anno circa 360 milioni di tonnellate di carburanti da autotrazione, tra benzina, gasolio e GPL. La produzione mondiale di olio di ricino si aggira intorno al milione di tonnellate stando larghi. Cingolani, il tecnico così competente, probabilmente non ne ha la più pallida idea.

Ma non solo. La produzione di questo olio così prezioso è praticamente tutta in India, con qualcosa in Mozambico e in Cina (poca roba). Per cui Cingolani ritiene di poterci “rendere indipendenti” dai produttori di petrolio andando a supplicare gli indiani di concederci qualche tanica. Oppure vuole l’autarchia? In fin dei conti il ricino cresce ovunque, potremmo farlo da soli: et voilà, eccoci ricchi, ecologici e indipendenti!

Ahimé no, neanche questo è possibile: il ricino infatti ha la caratteristica di crescere florido e produttivo solo nelle zone tropicali. Sotto i 7 gradi centigradi, semplicemente, muore. C’est la vie. Se volessimo produrre olio di ricino, dovremmo trasformare tutta la Sicilia in monocoltura e pregare che non si verifichino ondate di freddo alle latitudini di Palermo. E tutto ciò per ottenere appena qualche autocisterna di carburante, perché il ricino si ostina a non crescere più di 2 metri nei climi temperati contrariamente ai 10 metri che raggiunge ai Tropici.

Trasformare terreno agricolo che sfama la popolazione in terreno che produce biocarburanti per qualche decina di camion, è esattamente l’ideona che ci aspetteremmo da questi diversamente intelligenti al potere. D’altronde Cingolani -che fa parte di quella “elite” stile Davos che vive ignara su Elysium- non ha neanche la più vaga contezza di cosa occorra ad una popolazione per vivere, infatti lo hanno messo a governare. Togliere cibo per produrre carburanti, far circolare appena lo 0,3% dei trasporti, rientra in quella prospettiva globale 2030 così cara alle elites e così efficacemente riassunta nella vox social: vivi nel buco, mangia il bruco.

DEBORA BILLI

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