“Noi e voi”: il viscido apartheid paternalista di Draghi

La conferenza stampa in cui il Mega Presidente Clamoroso Mario Draghi ha annunciato il super green pass è un capolavoro di paternalismo. Cos’é il paternalismo? E’ una tipica tecnica degli uomini di potere, ovvero nascondere l’artiglio sotto una retorica apparentemente conciliante. E così è apparso Draghi, uomo di levatura intellettuale decisamente superiore ai governatori-mastini stile Toti o De Luca con le loro sparate: Draghi è parso tendere la mano ai cosiddetti no vax dicendo che “non bisogna sottovalutare né criminalizzare la diversità di vedute e comportamenti, bisogna cercare di convincere”. Ma è una frase quella che rivela la natura doppia di questo discorso, degno di un consumato politico: Draghi ha concluso auspicando che “queste persone attualmente penalizzate dalle misure adottate possano tornare a essere parte della società come tutti noi. E noi, che combattiamo Draghi, dovremmo essere quindi indotti a fidarci della sue parole di miele avvelenato.

Sic notus Ulixes? Così vi è noto Ulisse, gridava Laocoonte ai troiani indicando il fatale cavallo presentato come dono votivo, aggiungendo Quidquid id est timeo Danaos et dona ferentes cioè qualsiasi cosa sia, temo i Greci anche quando portano doni. E qui l’insidia del cavallo di Troia è ben chiara: Draghi auspica che noi “ribelli” possiamo tornare a far parte della società. In questo momento noi siamo fuori dalla società. Non dobbiamo essere criminalizzati, ma nemmeno accettati. Questo è il paternalismo, l’arma più insidiosa di una tirannide.

Di questa ipocrisia politica la storia è piena. Possiamo andare sino alla Storia antica, quando Plinio il Giovane, governatore romano di Bitinia, chiese a Traiano cosa farne di questi cristiani in mancanza di una vera legislazione. La risposta dell’imperatore fu un capolavoro di cerchiobottismo e ipocrisia: non cercarli, ma se li becchi, mettili a morte. I cristiani pentiti lasciali perdere. Perché i cristiani pentiti sono quelli che “tornano a far parte della società” perché bruciano il grano d’incenso al genio di Cesare. Il vaccino è il grano d’incenso da bruciare a Cesare, pena le catacombe. L’imperatore non ti impediva di pregare Gesù, ma dovevi sottometterti con un gesto simbolico col quale riconoscevi Cesare al di sopra di Cristo.

Oppure ricorda la pratica islamica della cosiddetta “Dhimma” per cui i monoteisti non musulmani in zone a maggioranza islamica dovevano pagare una tassa, non potevano portare armi, portare vesti distintive e sottomettersi a tutta una serie di restrizioni. Ma il capolavoro di ipocrisia dei vari califfi era nel fatto che tali restrizioni erano presentate come “protezione”: ovvero voi non potete portare armi, perché noi vi proteggiamo, pagate una tassa per finanziare la vostra protezione.

Ecco il paternalismo. Un discorso dolce che nasconde la trappola, e il diavolo sta nei dettagli. D’altronde anche quando Mussolini approvò le Leggi Razziali usò una forma estremamente ambigua: “discriminare non significa perseguitare” e lo stesso apartheid sudafricano venne giustificato con la possibilità di dare alle comunità bianche e nere la possibilità di vivere secondo i loro costumi evitando conflitti etnici. Sic notus Ulixes?

Draghi sembra anche voler usare la tecnica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo” che però si può più facilmente riassumere in quella russa dello “Zar buono e boiari cattivi”: Ivan il Terribile affidava il lavoro sporco ai suoi boiari, che poi faceva fuori. Infatti nelle fiabe popolari russe Ivan il Terribile riveste un ruolo positivo in contrapposizione ai cattivi boiari: il popolino ci era cascato in pieno. Lo stesso faceva Cesare Borgia, e per questa astuzia viene elogiato dal Machiavelli nel Principe.

Oggi abbiamo dei governatori di Regione al cui confronto Draghi sembra una persona ragionevole e conciliante. Chiunque abbia ascoltato sia lo Zar che i boiari non può non notare come lo Zar paia più ragionevole, meno incline allo scontro.

Ma il diavolo sta nei dettagli. E il dettaglio è quella frase: “speriamo che i penalizzati possano tornare a far parte della società”. Oggi noi siamo i paria, i ghettizzati, il popolo delle catacombe. Viene tesa la mano, ma dobbiamo pentirci, come gli eretici medievali. Solo pentendoci saremo ammessi nuovamente nell’umano consesso.

Tattica vecchia come il cucco. Non ci si casca. E non ci si pente.

ANDREA SARTORI

Andrea Sartori

Andrea Sartori (Vigevano, 20 febbraio 1977), diplomato presso il liceo classico "Benedetto Cairoli" di Vigevano, si laurea in Lettere Classiche presso l'Università degli Studi di Pavia con una tesi sull'Egitto greco-romano.

Giornalista pubblicista, insegna per qualche anno presso una scuola privata vigevanese prima di intraprendere la carriera giornalistica prima come corrispondente locale presso i giornali L'Informatore Lomellino, La Lomellina e La Provincia Pavese per poi trasferirsi a Mosca dove insegna la lingua italiana presso la scuola steineriana di Laryushino (Oblast' di Mosca) e collaborare con la facoltà di medicina dell'Università Statale di Mosca per la cura dell'opera di Galeno.

Continua a collaborare giornalisticamente col Giornale di Reggio per il quale recensisce alcune mostre a Mosca.

E' autore di due romanzi: Dionisie: la prima inchiesta di Timandro il Cane (IBUC edizioni 2016) e L'Oscura Fabbrica del Duomo (IBUC edizioni 2019), "Acheruntia" (Kraken edizioni, 2021) ed è stato finalista ai premi di poesia "Settembre a Milano" (1998) e "Val di Magra" (1999).

Parla tre lingue (inglese, francese e russo). Sposato, ha un figlio

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