No green pass, a Milano in migliaia in corteo sfidano il divieto della questura

Milano era meravigliosa, dopo l’Expo del 2015.

Una città finalmente internazionale, dove i ragazzi venivano da tutta Europa, tradendo Londra.

Non ho mai visto tanti turisti come negli ultimi anni. E un fiorire di attività commerciali, nella ristorazione soprattutto. Ma anche mostre, vernissage, presentazioni di libri. La cultura in primo piano, ovunque, e spesso gratis: nelle case private; all’aperto; nei musei; nelle librerie; persino in pasticceria, per l’ora del thé!

Se ero malinconica, mi bastava uscire di casa, camminare e camminare ancora, verso il centro: quanta bellezza a consolarmi e riempirmi l’anima!

Ero fiera di Milano, la mia città.

Domenica sera l’ho attraversata in tram, ripercorrendo vie che non vedevo da un po’. Mi si è stretto il cuore, nell’osservare le serrande sigillate e i locali dismessi. E buio, come in un coprifuoco. Ho provato una profonda tristezza, per ciò che è finito.

Ma il pomeriggio era cominciato diversamente.

In Piazza Fontana, luogo simbolico di Milano, per la strage e per l’omicidio dell’anarchico Pinelli, ci si era dati appuntamento, come ormai ogni sabato, per la consueta manifestazione contro il Green Pass e contro la novità della settimana, ovvero la sua imposizione per accedere ai luoghi di lavoro, dal prossimo 15 ottobre.

All’ultimo, con un tam-tam rimbalzato sui social, il Questore sembrava aver negato l’autorizzazione, consentendo soltanto una manifestazione ‘statica’ (immagino l’ossimoro sia stato coniato ad hoc per l’occasione) all’Arco della Pace.

Giunta sul posto, ho chiesto ai funzionari in borghese della Polizia di Stato – che come prima indicazione mi hanno detto di abbassare lo smartphone, cioè di non registrare – perché questa manifestazione non aveva ricevuto il permesso di svolgersi, diversamente dalle precedenti. Con una qualche titubanza il dirigente mi rispondeva che per il passato c’era stata un’autorizzazione ‘in corso d’opera’ – che a dir il vero, non so bene cosa significhi – e che comunque l’attuale non era consentita, per non meglio specificati motivi di ‘prevenzione’.

Ho obiettato che vedevo un esiguo manipolo di gente (poi divenuto imponente), che certamente non poteva spaventare nessuno se paragonato a quello delle settimane agostane, sempre pacifico. Il rappresentante della legge, spazientito dal contraddittorio, la chiudeva bruscamente affermando che il sabato prima i manifestanti erano 3.500, dato che “noi sappiamo contare”.

Per la prima volta, guardandomi attorno, ho intercettato molti giornalisti del mainstream, il cui tenore delle domande era questo: “In cosa non ti senti libero? Quali libertà ritieni ti siano state negate?”. Mancava il colmo: “Non sei felice di vivere in Italia in questo momento?”.

Le persone presenti, mica sceme, si sono rifiutate quasi tutte di farsi intervistare.

Questore sì, Questore no, il fiume umano si è mosso, inarrestabile, audace, mite – certo, qualche invito al sig. Draghi perché visiti altri lidi è scappato, ops! -, coeso. Determinato.

Le due teste della manifestazione – quella che si voleva scoraggiare e quella statica – si sono unite al Sempione, come gemelli siamesi forzatamente separati per questa volta, solo per questa volta, e hanno raggiunto la sede RAI, protestando contro un’informazione capziosa e di regime.

Vergogna’ è stata la parola più gridata ieri. Da uomini, donne, persino bambini. Dai milanesi. Dai cittadini italiani.

Sono ancora così fiera della mia città.

REBECCA RAINERI

 

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