Gli americani, tradizionalmente, non hanno la manifestazione facile. A parte qualche exploit dei giovani, come Occupy Wall Street o le rivolte (pilotate?) anti Trump, molto raramente la classe media o lavoratrice scendono in piazza. Specialmente in aree dem come New York o la California.

Stavolta, però, è diverso. L’improvvisa decisione di Biden di imporre la vaccinazione obbligatoria a tutti i dipendenti federali (in pratica i nostri statali) ha lasciato di stucco l’intera America. Il Paese si è già spaccato a metà, con i governatori degli Stati repubblicani che annunciano la disobbedienza o addirittura proibiscono l’uso del pass vaccinale come accade in Texas.

E così, cominciano le prime manifestazioni delle categorie colpite dall’obbligo vaccinale. A New York si è svolto un corteo che ha percorso il ponte di Brooklyn, migliaia di insegnanti e dipendenti della scuola che rifiutano di sottoporsi al siero. Cartelli come “My body my choice” (“Il corpo è mio”, lo slogan in uso ai pro-aborto cari a Biden), oppure “La rivolta è un dovere“, accompagnano slogan come Vaff… Joe Biden proprio nella città che lo ha votato in massa. Si sono visti anche cartelli come “L’anno scorso eroi, quest’anno licenziati” che ricordano un po’ quello che sta accadendo anche qui da noi.

Insieme a quella della scuola, monta anche la protesta dei dipendenti cittadini. Ben 80 mila dei 300mila lavoratori della città sono ancora in smart working, e non hanno alcuna intenzione di essere costretti ad inocularsi per poter ritornare al lavoro.

Intanto, siccome non si sa mai dove possano portare le proteste, a Washington si è appena deciso di reinstallare le reti di protezione intorno ai Palazzi del governo, quelle che furono tolte appena 2 mesi fa. Il pretesto è una manifestazione prevista il 18 settembre contro gli arresti di gennaio: ma secondo gli stessi organizzatori non richiamerà più di 700 persone. Quindi il frettoloso rimontaggio di barriere e filo spinato suona proprio come una precauzione, in vista di nuove proteste in arrivo.

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