Menzogne, lotte di potere, raccolte fondi che prendono strade labirintiche traducendosi in ben poco materiale consegnato. È il filo conduttore delle storie dei mercenari attivi in Ucraina raccontate dal New York Times. A confronto, la gente che si arruola millantando inesistenti esperienze militari – il cameriere che si spaccia per manager ed ex marine – è puro folklore.

IL LATO OSCURO DEI MERCENARI

La cosa più grave di tutte, che però il prestigioso quotidiano cita solo en passant, è il tweet nel quale un mercenario che combatte per l’Ucraina dice di non aver bisogno di preoccuparsi delle regole internazionali di guerra. Significa che se si commettono crimini di guerra, nessuno viene a chiederne conto.

Il New York Times, per la precisione, parla sempre di volontari che si recano in Ucraina. Non fa cenno ai compensi che ricevono: questi ultimi sono propri appunto dei mercenari. Però è difficile pensare che combattano gratis et amore.

Il succo dell’articolo è nel paragrafo che letteralmente dice: “Persone alle quali non sarebbe permesso di avvicinarsi al campo di battaglia in una guerra condotta dagli Stati Uniti sono attive sul fronte ucraino, spesso con accesso ad armi ed attrezzature militari”.

LE STORIE DEI MERCENARI

Il New York Times dedica molto spazio ad un appaltatore di ristrutturazioni domestiche che è stato a fianco del battaglione di estrema destra Da Vinci Wolves. Ha detto di aver partecipato alle operazioni militari statunitensi in Iraq e Kuwait, ma non c’è mai stato. Ha invece lasciato la riserva dell’esercito Usa come soldato semplice di prima classe, che costituisce uno dei ranghi più bassi. Eppure ha avuto facile accesso alle armi, compresi fucili statunitensi nuovi di pacca.

C’è il polacco che era finito in prigione in Ucraina per violazione delle leggi sulle armi e che ha ottenuto una posizione di comando. I suoi uomini lo accusano di essersi appropriato indebitamente di rifornimenti, di averli minacciati e di aver molestato donne. Ci sono le lotte di potere fra volontari e le reciproche accuse, tipo quelle che hanno coinvolto la responsabile delle pubbliche relazioni per la Legione Straniera. Il New York Times informa che non hanno trovato riscontro.

È in corso, dice ancora il New York Times, il tentativo di reclutare volontari per l’Ucraina anche fra i soldati afghani che cercano di mettersi in salvo dai talebani. Si è parlato apertamente di acquistare per loro dei passaporti falsi. Non è chiaro se questo è avvenuto davvero.

LE RACCOLTE FONDI PER L’UCRAINA

Un altro capitolo riguarda le raccolte di fondi per l’esercito ucraino promosse da volontari stranieri, o da ex volontari. Uno dei protagonisti è un ingegnere in pensione condannato in passato per amfetamine.

L’ingegnere è andato in aereo in Polonia e poi ha raggiunto con l’autostop l’Ucraina, dove volontari statunitensi l’hanno preso con sé e gli hanno fornito armi senza fargli firmare un contratto di arruolamento. Quando il particolare è venuto alla luce e l’ingegnere è dovuto tornare a casa, ha organizzato una colletta per acquistare motociclette elettriche destinate ai volontari georgiani in Ucraina. Raccolti circa 16 mila dollari e pagate le proprie spese, è tornato in Ucraina e prevede di consegnare una moto. Una sola.

Storie per certi versi simili riguardano le collette per l’acquisto di visori notturni e auto da ricognizioni telecomandate. Decine di migliaia di dollari: in un caso di parla addirittura di un milione. Faide interne che coinvolgono mercenari ed ex mercenari, o volontari ed ex volontari. Ben poco materiale effettivamente consegnato. Il New York Times non spiega che fine ha fatto il denaro.

GIULIA BURGAZZI

 

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