La notizia della chiusura, dopo 30 anni di attività, di due storici tg di mediaset, il tg4 e studio aperto, era diventata virale ieri. Ascolti in costante calo e necessità di ridurre i costi sono alla base della decisione del colosso privato delle telecomunicazioni di tagliare le spese per le notizie.

Dalla sede del biscione hanno però prontamente rettificato la notizia: nessuna chiusura, solo una “riorganizzazione” dei costi che, fanno sapere le fonti Mediaset, non comporterà licenziamenti ma solo “esodi incentivati” con la previsione di 45 prepensionamenti.

Che si tratti di una smentita tattica o meno poco cambia: il dato che emerge è il tracollo degli ascolti, della raccolta pubblicitaria e della solidità finanziaria del comparto informazione del maggiore gruppo televisivo privato italiano.

Ma l’informazione di Mediaset in questa debacle è in buona compagnia; se infatti nel 2020 la pandemia aveva fatto impennare gli ascolti dell’informazione in tv, riportando il numero di spettatori a livello del 2010, nel 2021 l’effetto è scemato e si è ritornati al trend di costante calo di spettatori.

Non è solo l’informazione in tv ad interessare un numero sempre minore di italiani, è l’intera produzione televisiva a soffrire: nel 2021 si sono persi 8 milioni di spettatori nel giorno medio rispetto al 2019, un milione e mezzo solo nel prime time. Il calo riguarda tutte le fasce di età con l’eccezione degli anziani, il che non promette nulla di buono per il futuro del mezzo televisivo.

La carta stampata non sta meglio, al contrario, il crollo delle vendite dei giornali è così marcato che dal 2013 al 2020, cioè in appena 7 anni, molte delle principali testate, come Repubblica, il Sole 24 Ore, il Corriere e la Stampa hanno perso la metà dei lettori, e il 2021 sta facendo segnare cali ancora più marcati.

L’aumento delle copie digitali non compensa affatto la perdita delle copie cartacee e lo spostamento dei lettori sulla rete penalizza l’informazione mainstream, incapace di reggere la concorrenza dell’informazione libera in un terreno, quello digitale, in cui è possibile, grazie a contenuti di qualità, avere milioni di visite con investimenti economici modesti.

A consentire la sopravvivenza delle testate giornalistiche, da anni in perdita, sono esclusivamente i contributi statali e dei privati, in genere grandi gruppi industriali, che mantengono i giornali, seppure in perdita, pur di avere uno strumento di pressione politica.

Se molti osservatori attribuiscono la crisi dell’informazione tradizionale all’innovazione tecnologica è molto più probabile che le ragioni del crollo siano invece di natura diversa. Infatti secondo un recente rapporto del Digital News Report  solo il 40% degli italiani considera l’informazione affidabile.

La smaccata e a tratti imbarazzante propaganda che le testate giornalistiche fanno ormai in maniera sempre più palese, la mediocrità professionale e la disonestà intellettuale della maggior parte dei giornalisti e la volontà di orientare più che di informare il lettore è ormai palese.

D’altronde a mantenere in vita i giornali non sono più i lettori ma il governo con gli incentivi e i gruppi privati con i finanziamenti. Un circolo vizioso: più i lettori abbandonano la stampa più questa si affida al potere per sopravvivere, divenendone la voce, più la stampa si trasforma nella “voce del padrone” più i lettori scappano. Il tutto all’interno di quel processo di rottura tra popolo e classi dirigenti che segna il crollo della fiducia nei partiti, dimostrato anche dall’astensione record, ma anche nelle istituzioni come l’UE, la magistratura, i sindacati etc.

Uno scenario insostenibile alla lunga, che impone una radicale trasformazione politica economica e sociale, se si vuole mantenere una qualche forma di coesione sociale.

ARNALDO VITANGELI

  • 3437 Sostenitori attivi
    di 10000
  • 3168 Sostenitori