Questa infausta congiuntura storica, si caratterizza almeno per un pregio, ovvero mostrare tutte le debolezze non ancora superate dall’uomo moderno; tali debolezze, si percepiscono particolarmente attraverso l’evidenza di un lassismo e di una decadenza culturale, psicologica e morale, che manifestandosi primariamente sotto il punto di vista intellettuale e sociale progressivamente già da decenni, ora giunge a presentare il conto ancor più tangibilmente, aggredendo in concreto anche le più basilari applicazioni e salvaguardia di libertà e sicurezza, avendo almeno in apparenza, neutralizzato gran parte delle difese che le garantivano.

Iniziamo a osservare cosa sta succedendo oramai da decenni, a uno dei principali sistemi di protezione della comunità, ovvero la stampa.

Attraverso l’interferenza arbitraria del grande capitale, l’autentico giornalismo, che poteva essere propriamente identificato attraverso questo termine, è scomparso dalla grande distribuzione mediatica, per venire ghettizzato in testate che sono immancabilmente al di fuori della stessa.

Sono lontani i giorni in cui da adolescente e acerbo lettore di quotidiani, discutevo con mio padre gli articoli di Giorgio Bocca, di Indro Montanelli o di Oriana Fallaci e mi rendo conto con grande amarezza, di come gli eredi di quel giornalismo siano banditi dai canali di informazione della grande diffusione, che sono oramai posseduti direttamente o controllati indirettamente, sempre dai soliti potentati privati, a unica e imprescindibile funzione di protezione dei loro interessi.

Ma come può essere tuttora perpetrato un tale impenitente sfacelo, evitando che dei giornali attualmente del valore funzionale inferiore allo zero, continuino a vendere pur valendo meno della stessa carta sulla quale vengono stampati?

La risposta è intuitiva, ma non scontata: avendo formato gradualmente una nuova utenza, compatibile col nuovo tipo di prodotto editoriale che si voleva imporre.

Partendo dalla prospettiva di ottenere tale effetto, i supporti mediatici televisivi e poi digitali, hanno investito in una lucida strategia a lungo termine, presentando modelli di informazione che nei decenni si sono dimostrati capaci di trasformare profondamente la maggior parte dell’utenza, convogliandola in una scellerata e devastante metamorfosi e rendendola così, facilmente assoggettabile a nuovi protocolli di rilascio dell’informazione, il più possibile compatibili con la promozione commerciale di qualsiasi sorta ed includendo in tale involuzione programmata l’assuefazione a servizi giornalistici di qualità sempre più scadente, funzionali essenzialmente a una sempre più facile inoculazione delle prospettive più arbitrarie.

Per fare questo, i media a grande diffusione si sono allineati di fatto per decenni, a proporre contenuti e servizi di qualità progressivamente sempre più scarsa, diseducando costantemente l’utenza a programmi culturali o di informazione dotati di spessore rilevante e architettando un nuovo sistema di comunicazione mediatico, che ha ridotto drasticamente il tempo di attenzione medio del fruitore, adottando modelli di impostazione e di trasmissione delle notizie, volti ad accattivarsi il pubblico sfruttando la leva compulsiva della comunicazione veloce, che fornisce notizie in quantità ma in tempi ridotti, e premia l’ascoltatore chiedendo in cambio il minor investimento possibile in termini di tempo e di impegno intellettuali, al contrario di come hanno sempre fatto gli autentici professionisti dell’informazione, dagli albori della stampa moderna.

L’immagine dell’informazione che oggi è stata impressa nella percezione delle masse, non è quella di un diritto e un valore fondamentali, che dovrebbero essere garantiti da una classe professionale di cui avere stima e considerazione, ma di un’incombenza da liquidare nel minor tempo possibile, coscienti di avere comunque a che fare con una stampa palesemente prezzolata e slegata deontologicamente dall’interesse pubblico. Lo stesso effetto desolante, di tracollo incontrollato, si può osservare nella politica del circuito principale, anch’essa dedita con grande efficacia a emarginare certosinamente ogni candidato di una certa levatura, proponendo per lo più elementi di nessuno spessore, che non avrebbero altro ambito in cui proporsi, se dalla politica dovessero dimettersi. Se non fosse una tragedia sociale di proporzioni storiche, verrebbe un crampo allo stomaco dal ridere, solo a paragonare la caratura intellettuale, la preparazione politica e la capacità oratoria di un Andreotti o di un Bettino Craxi con un contemporaneo Di Maio o uno Speranza.

Un giornalismo permanentemente privato di quella bussola che puntava all’eccellenza letteraria e d’informazione, barattata per quella della velocità e della compatibilità con il confezionamento di prodotti pubblicitari, dove ci ha portati? A quanto pare evidente, a una tossica e vuota informazione plastica, volta a una funzione prettamente politica o sovente commerciale per conto di pochi privati, in possesso dei mezzi per condizionare con uno schiocco di dita la maggioranza della popolazione, unicamente in favore dei propri personali desideri, in un intreccio dove politica e interesse privato convergono ineluttabilmente ed inarrestabilmente nell’ibridazione di un Golem completamente avulso, anzi in feroce competizione con l’interesse pubblico.

I giornalisti veri, le grandi penne di una volta, dei quali si aspettava ogni settimana l’articolo in merito a questo o all’altro fatto, non esistono più sui media di grande diffusione, lì ne troviamo solo deprimenti caricature, che tentano grottescamente di fare il verso a quella gloria, facendo lo slalom tra tutte le verità che è loro proibito dire dal padrone, fino a ritrovarsi a dover scrivere un articolo imbastendolo sul nulla farcito di niente, suscitando non di rado un’amara ilarità nel malcapitato lettore, che si ritrova oltre a incassare immancabilmente la perdita di tempo, a dover subire la volgare esibizione dei nuovi giullari dell’informazione, che tentano disperatamente di intrattenere e magari gabbare ancora qualche superstite sprovveduto, attraverso delle umilianti capriole semantiche e stilistiche, volte a rimediare goffamente l’inconsistenza e la sfacciata manipolazione, intentata attraverso le pseudonotizie presentate. Una volta nei giornali leggevamo gli articoli di Indro Montanelli che scriveva del Paese e dell’evoluzione antropologica e sociale in Italia dal secondo dopoguerra in poi, oggi chi compra il giornale trova Beppe Severgnini che spiega quanto sia pericoloso passeggiare all’aperto senza la cosiddetta “mascherina” o passare del tempo al Bar con degli amici. Ecco cosa succede ad abbassare la guardia e a non proteggere adeguatamente quello che è un patrimonio della società stessa, come la stampa.

Oramai a regnare come primo criterio nel trasmettere una notizia è il taglio, e i giornalisti sono formati sin dalle università come professionisti nel creare prodotti compatibili con gli interessi e le richieste dei loro padroni, perdendo così già in partenza, ogni aderenza professionale all’ambito in cui il sostantivo impropriamente ancora usato per identificarli, indicherebbe. Ricordo quel sito  dal nome imbarazzante, “Giornalettismo”, che mi pare formidabilmente rivelatore nel dare una dimensione nella quale classificare questa nuova ed attualissima categoria di professionisti, i  “giornalettisti”, sollevandoci così anche dall’imbarazzo di accomunare gli stessi ai giornalisti veri, che continuano a fare il loro mestiere, incuranti delle conseguenze economiche e sociali, derivanti dalla loro audace scelta.

Siamo giunti così, al culmine di una spirale a tal punto grottesca, da assistere all’ultima delirante metamorfosi della stampa di larga diffusione, la quale non contenta di aver violato ogni codice deontologico e morale, ardisce addirittura, nel suo gretto e corrotto servilismo che appare oramai divenuto quantomeno congenito, farsi essa stessa cane da guardia, osando addirittura sgridare l’utenza stessa alla quale dovrebbe offrire un servizio, e lo fa impartendo ordini, giudizi e finanche rimproveri, sub-comunicando implicitamente ma al tempo stesso sfacciatamente, la propria effettiva funzione di organo di regime, investita direttamente dallo stesso, dell’autorità per agire in tal modo.

Ma se da una parte c’è del vero, quando si dice che chi critica la stampa, ne critica i lettori, per converso forse un rimedio c’è, qualora una massa critica, resasi conto dello sfacelo in corso, decidesse di premiare coi fatti quella stampa di qualità, che pur esiliata dalla diffusione di massa, attraverso l’interferenza del grande capitale, sta guadagnando terreno ogni giorno, come nuova stampa emergente, dando così possibilità al vero giornalismo di sopravvivere e di svolgere il proprio originario compito sociale.

MARCO RIGAMONTI

Autore e romanziere

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