Era felice di leggere il “New York Times”, Massimo Mazzucco: spesso, il quotidiano gli pubblicava lettere che lui scriveva al direttore. Ammette: sbarcato a Hollywood nel 1994 con l’idea di provare a fare cinema lontano dal circuito chiuso di Cinecittà, dove si lavora grazie agli “amici degli amici”, si sentiva perfettamente in sintonia con l’élite culturale liberal-progressista. «Stavo ancora dentro la narrazione convenzionale (fintissima) che poi è quella degli attuali “sinistrati”», affezionatissimi alle frottole del politically correct.

Sono passati vent’anni, dal brutale risveglio di Mazzucco: fotografo pubblicitario, allievo di Olivero Toscani, poi autore e regista di film con Walter Chiari, Luca Barbareschi, Florinda Bolkan. Quindi blogger, youtuber e bestia nera del manistream. Infatti è letteralmente perseguitato dai debunker che – dice – gli manipolano persino la sua pagina su Wikipedia: riscrivono la sua biografia a loro piacimento. E quando sarebbe avvenuto, il crollo delle vecchie certezze? Ovvio: l’11 settembre 2001. Gran brutta giornata, per scoprire che niente è come sembra.

11 SETTEMBRE: L’INIZIO DELLA FINE

Quel giorno, insieme alle Torri Gemelle si è schiantato un intero universo di convinzioni. Quelle nelle quali Massimo, nato a Torino e cresciuto a Milano, aveva trascorso buona parte della sua vita. L’eco del Sessantotto, il femminismo, le lotte sindacali, la passione rivoluzionaria per le grandi conquiste sociali. La sensazione cioè di stare dalla parte giusta della storia: quella di chi ha fiducia nelle forze di sinistra, al netto dei loro difetti, pensandole comunque protese verso il sostanziale progresso dell’umanità, nel nome della giustizia.

Il fatto che oggi il fondatore di “Luogocomune” sia diventato un punto di riferimento imprescindibile, per chi cerca verità scomode, la dice lunga sullo stato comatoso del sistema-media. E fotografa alla perfezione – spiegandolo, illustrandolo e denunciandolo – il baratro nel quale siamo stati gradualmente precipitati: con la strategia della tensione, le crisi pilotate, le guerre imperiali, i terrorismi opachi e i troppi attentati sotto falsa bandiera.

L’avventura personale di Massimo documenta in modo nitido lo smarrimento di un’intera generazione, tradita dalla cattiva politica e depistata dal post-giornalismo di oggi, ridotto a mera e servile propaganda, con accenti ormai smaccatamente squadristici. Prima regola, nelle redazioni: oscurare i fatti. Ove non è possibile: deformarli ad arte, mentendo. E dando la caccia – con la censura o la diffamazione – a chiunque osi provare a far luce là dove regnano le tenebre.

GIULIETTO CHIESA: LOTTARE PER LA VERITÀ

Questione davvero cruciale, l’occultamento della realtà. Lo sottolineava Giulietto Chiesa, partner di Massimo nell’esperimento di “Contro Tv”. La tesi di Giulietto: le bugie non sono un peccato veniale; le bufale, infatti, possono anche uccidere. Indeboliscono l’opinione pubblica fino ad annientarla, dando via libera alle peggiori malefatte. È qualcosa di sottile, invisibile, violento e pericoloso. Sotto un regime dittatoriale, si ha almeno la certezza di non potersi fidare della versione ufficiale.

Magra consolazione, naturalmente. Ma il bavaglio classico, vecchio stile, è forse meno disonesto del nuovissimo “totalitarismo democratico”, che si dipinge liberale e magnanimo, sincero. È invece uno strano ibrido velenoso, particolarmente infido: perché oggi il pubblico ha l’illusione di sapere, di conoscere almeno l’essenziale, dunque di vivere nel migliore dei mondi possibili. È molto raffinata, l’ingegneria del consenso occidentale: produce una forma di ipnosi, un letargo dal quale non è facile uscire. E fa in modo che gli ipnotizzati vengano puntualmente travolti dalle periodiche catastrofi in programma.

PRIMA I FATTI: LE PROVE

Perché è così temuto e avversato, il grande lavoro di Mazzucco? Perché è inattaccabile: saldamente ancorato al classico metodo giornalistico, quello dei tempi che furono. Ovvero: riportare solo fatti documentati, con la dovuta prudenza. Fornire prove, evidenze, testimonianze, indizi. Proporre analisi, ragionamenti, deduzioni. Ma limitando i giudizi al minimo sindacale: la precedenza alle notizie, sempre. E lasciando che siano i lettori, gli ascoltatori, a trarre le dovute conclusioni.

Bussola cardinale: coltivare il dubbio, rifiutare qualsiasi dogma, diffidare delle spiegazioni che cadono dall’alto. Una semplice passeggiata tra i documentari di Mazzucco – davvero tanti – incoraggia un esercizio elementare: verificare quali sono gli argomenti che i grandi media evitano accuratamente di trattare. Dalle “cure proibite” per il cancro alla storica criminalizzazione della marijuana, attuata per fini inconfessabili di puro business.

AMERICAN MOON

Mazzucco allena sempre il cervello di chi lo ascolta: lo pone di fronte a dettagli decisivi e regolarmente imbarazzanti. Le immagini dell’allunaggio? Clamorosamente false, fabbricate in studio. Chi lo afferma? I maggiori fotografi al mondo, intervistati nel film-capolavoro “American Moon”. Caposaldo della contro-narrazione offerta in questi anni, gli incresciosi retroscena sull’attentato alle Twin Towers. Due lavori, uno più devastante dell’altro: “Inganno globale”, trasmesso addirittura da Mediaset, e poi “La nuova Pearl Harbor”.

Sempre impeccabile, Massimo, nella denuncia degli orrori che ci perseguitano. E anche tempestivo. È stato il primo a segnalare il trucco fondamentale dell’operazione Covid: negare l’esistenza di cure efficaci (che c’erano) serviva a imporre, come unica soluzione, la profilassi sierologica, con procedura d’emergenza. Un esito inquietante, ottenuto nel solito modo: barando, nascondendo la verità.

DAL COVID ALL’UCRAINA

Corollario: quanti pazienti sarebbero ancora vivi, oggi, se avessero ricevuto tempestive terapie domiciliari? Quanti malati sarebbero attualmente tra noi, se fossero stati trattati con le famose cure precoci, anziché abbandonati al loro destino in attesa che si aggravassero per poi essere ospedalizzati? Lasciarli soli, in balia della Tachipirina, serviva a ingigantire il bilancio mediatico della paura.

È stato il primo, Massimo, anche a ricordare quali sono le vere origini della crisi in Ucraina: il suo reportage sul Donbass ricostruisce in modo esemplare le tappe del golpe occidentale messo in cantiere – a rate – per provocare, prima o poi, la reazione difensiva della Russia. Tanto per cambiare, anche il video sull’Ucraina è quasi introvabile: i gestori del sistema, grazie al loro magico algoritmo, evitano accuratamente di indicizzarlo. Senza contare le censure smaccate, le clip rimosse, il subolo “shadow banning” che limita la circolazione virale delle voci libere.

FURORE E INFLUENCER

Il doppio delirio degli ultimissimi anni – prima il Covid, poi la guerra – ha provocato un’ondata di proteste, tra la popolazione non passiva. Si sono incendiate le piazze. E così è esploso il dirompente successo di influencer spesso improvvisati, molti dei quali hanno approfittato dell’insperata visibilità anche per compiere speculazioni politiche, come la martellante campagna per l’astensionismo.

Anche in quel frangente, Massimo Mazzucco – pur contrariato dalla mancata unità delle forze del dissenso, vere o presunte – si è distinto per postura, serietà e rispetto per il pubblico. Non ha certo mancato di dire chiaro e tondo come la pensava, ma si è ben guardato dal fare comizi. Questione di cifra personale, di correttezza. È fatta di tante cose, l’autorevolezza: e sono sempre gli altri a riconoscerla.

COME ESSERE AUTOREVOLI

L’autorevolezza si misura anche nel tempo, nella sua durata. Nella capacità di non rifugiarsi nelle scorciatoie, nelle tesi avventate, nei complottismi paranoidi e ignoranti, sgrammaticati. Negli ultimi decenni l’Italia ha perso voci irripetibili, i grandi maestri del passato. Ne ha acquisite di nuove, alcune recentissime. La voce di Massimo, fedele al suo pubblico (oltre 200.000 follower su YouTube), ci parla ormai da una ventina d’anni. Era in prima linea da tempo: ben prima che il cielo ci cadesse sulla testa, nel maledetto 2020.

Infaticabile, puntuale: ogni sabato con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Le dirette con Roberto Quaglia e Margherita Furlan. La partecipazione a mille streaming, tra blogger e reporter indipendenti che provano a rischiarare l’oscurità dilagante. Consultano tutti l’impeccabile barometro di Mazzucco, per segnalare le tempeste in arrivo. Gli imbrogli, le menzogne ufficiali, l’attacco contro l’ordinaria umanità raggirata, minacciata e impoverita da una casta di traditori e bugiardi seriali, regolarmente impuniti.

UN NUOVO UMANESIMO

L’opera di Massimo Mazzucco basta da sola a misurare la distanza che separa il vero dal falso. La profondità dell’abisso: nel silenzio complice della stampa mainstream, ormai largamente screditata. È una foresta che cresce, quella della contro-informazione (o meglio, dell’informazione leale). Una comunità d’anime: un universo in espansione, che proprio di Mazzucco – veterano decorato sul campo, per meriti chiarissimi – apprezza l’irriducibile impegno, la tenacia, la misura. Sobrietà: la virtù di chi sa evitare i toni gridati. E poi la tensione morale e civile: verso il recupero di un vero e proprio umanesimo, di cui avvertiamo la dolorosa mancanza.

Non è mai facile arginare sentimenti come la rabbia e l’indignazione. Ci vuole arte, per riuscire a restare freddi e lucidi, senza farsi tradire dall’emotività. Occorre tempra, serve una incrollabile pazienza solitaria: la capacità di affrontare grandi fatiche, oltre che l’isolamento politico e l’ostracismo mediatico. Ed è necessaria una buona dose di coraggio, nel mettersi in gioco in prima persona. In nome di che cosa? Forse anche di una strana forma di nostalgia: per la verità perduta. Trovando la forza di non smettere mai di sognarlo, un mondo diverso: un mondo in cui la verità non sia più fuorilegge.

GIORGIO CATTANEO

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