Ricordate lo scandalo di Cambridge Analytica datato 2018 che vide protagonisti il creatore di Facebook Mark Zuckerberg ed una società di consulenza britannica, che pareva avesse fatto incetta di dati dalla piattaforma social per influenzare elezioni politiche e quanto vi fosse di correlato? Una campagna elettorale su misura insomma, plasmata sul singolo utente che confessa inconsapevolmente i suoi gusti, i suoi pensieri personali, quello che magari al telefono ad uno sconosciuto non si ha il coraggio di raccontare ed ammettere, mentre dietro ad una tastiera…

Ecco dopo ben 4 anni, anni in cui non sono mancate memorabili audizioni al senato degli Stati Uniti durante le quali Zuckerberg si mostrò contrito come fosse stato proprio lui il primo a subire un duro colpo, una sorta di pugnalata alle spalle,  nonostante l’uomo si dichiarasse in tali occasioni assolutamente estraneo e anche piuttosto contrariato per il fatto che qualcuno avesse potuto disporre a proprio piacimento i dati degli utenti che Facebook aveva così con cura protetto, il Procuratore Generale di Washington DC, Karl Racine, Democratico, non si é convinto dell’innocenza di Zuckerberg, e non solo lo ha formalmente denunciato di essere a conoscenza quanto stava avvenendo tra le due società nonché delle falle esistenti nella policy di privacy della sua azienza, ma anche di aver avuto un ruolo attivo nel compiersi del fatto.

Giusto per ricordare la portata della faccenda, il connubio tra Cambridge Analytica e Facebook permise di ottenere con una semplicità disarmante i dati di ben 87 milioni di utenti americani, attraverso la collaborazione di terze parti come applicazioni o semplici giochini che nella registrazione agli stessi richiedevano dati senza però utilizzare la politica di protezione che l’utente pensava si applicasse in automatico poiché elementi collegati alla piattaforma del social.

Ed é proprio questo che Karl Racine contesta a Facebook e di cui parla nella denuncia contro Zuckerberg: lunedì scorso ha formulato una precisa accusa contro il colosso di Big Tech, ritenendo il CEO di Facebook colpevole di aver abusato dei dati di cui sopra, e per aver ingannato gli utenti promettendo loro un livello di sicurezza dei propri dati personali che di fatto non é mai stata rispettata secondo gli standard dichiarati.

Il messaggio che Racine ha tenuto a comunicare viene fuori chiaramente dalla sua affermazione al Washington Post:

“Questa violazione senza precedenti nella sicurezza dei dati ha esposto decine di milioni di americani insieme ai loro dati personali, e le politiche condotte dal Sig. Zuckerberg hanno permesso che questa cosa condotta andasse avanti anni. (…) Questa causa non é soltanto dovuta, ma necessaria, perché mandi un preciso messaggio ai manager più in alto nelle compagnie, inclusi i CEO, che possono essere ritenuti colpevoli delle loro azioni.” 

Il 2018, se vogliamo, a parte segnare la fine per bancarotta dell’azienda britannica a seguito dello scandalo, ha rappresentato uno spartiacque tra due livelli di consapevolezza diversi nel pubblico. Un vero e proprio prima e un dopo. Prima della vicenda probabilmente non molti comprendevano abbastanza l’importanza della protezione dei propri dati, mentre lo scandalo Cambridge Analytica-Facebook li ha poi messi davanti alla realtà in maniera piuttosto cruda: attenzione a quel che si scrive perché può essere venduto, utilizzato, manipolato contro l’utenza. E questo senza che la persona se ne possa nemmeno minimamente accorgere.

Non a caso sono in molti, e non a torto, a ritenere che i dati sono il bene più prezioso che si possa possedere, non sono tassabili, sono utilizzabili nei modi più svariati e nel tempo crescono di valore. Preoccupante, vero?

Ma se il 2018 ha segnato uno spartiacque nel mondo dell’utenza dei social, il 2022 potrebbe davvero segnare lo spartiacque tra anni in cui i CEO’s non si potevano toccare o rimuovere in alcun modo, e anni in cui invece la posizione che si ricopre non importa se si é commesso un illecito. Un CEO del calibro di Zuckerberg per la prima volta é stato messo davanti alle sue responsabilità, anche e soprattutto in seguito alle mille voci che lo vedrebbero coinvolto nei brogli elettorali negli Stati Uniti, non solo per la questione dei dati, ma soprattutto per presunti finanziamenti alla censura della piattaforma. Non importa quanto in alto sulla piramide, si deve sapere che la legge deve iniziare ad essere uguale per tutti. Davvero.

Speriamo solo non sia un caso isolato, ma un nuovo trend che si possa far strada tra i grandi nomi.

MARTINA GIUNTOLI

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