“Non c’è nessuna sfida ibrida russa”. Maria Zakharova, portavoce del Ministero per gli Affari Esteri della Federazione Russa, si prende la briga di rispondere al direttore di Repubblica Maurizio Molinari in merito all’editoriale dello scorso 14 novembre “Carri armati e migranti: la morsa di Putin sull’Europa”.

La Zakharova usa la sua consueta ironia: “Era da tanto tempo che non vedevo un’assurdità così deliziosa” replica.

La portavoce del ministro Lavrov fa anche notare che la teorie secondo cui Putin starebbe ammassando novantamila soldati russi con tanto di artiglieria sarebbe stata smentita da una fonte insospettabile quale il Ministero della Difesa ucraino, e che questo viene riportato solo da fonti statunitensi.

Malafede o ignoranza? O un mix di entrambe le cose? La Zakharova nota come Molinari ignori deliberatamente la posizione di Mosca ma, bisogna aggiungere, al di là del filoatlantismo sfegatato del mainstream, roba che nemmeno durante la Guerra Fredda, il signor Molinari sa leggere il russo? Se sì, ha agito in malafede, altrimenti se si parla di cose russe sarebbe buona cosa metterci qualcuno che ne conosca lingua, cultura, mentalità e contesto politico-ideologico, dato che negli ultimi anni sulla Russia sono state partorite le più assurde scemenze, roba che nemmeno la propaganda in Rocky IV con Ivan Drago e “Io ti spiezzo in due”. Ma l’ignoranza non è da escludere visto che, come sottolinea nuovamente la Zakharova, la città di Yelnya, dove secondo l’illustre Molinari si sarebbero ammassate le truppe russe, manco si trova sul confine ucraino.

Abbiamo già affrontato il “complottismo mainstream” che dipinge Putin come il cattivone dietro tutte le magagne dell’Occidente, una sorta di Goldstein sul quale scaricare gli orwelliani “due minuti di odio”. Si è già parlato del delirante articolo di Fabrizio Dragosei per il Corriere della Sera che non solo il sottoscritto vi può smentire poiché all’epoca viveva a Mosca, ma venne smentito da altri sul profilo social di Dragosei, trattandosi di una burla di un piccolo truffatore locale (anche qui: ignoranza o malafede? Dragosei il russo evidentemente lo legge, ma non ha contestualizzato quel che ha letto. Nell’ipotesi migliore ci è cascato come un fesso) o il caso di Gianni Riotta che si inventa una spy story inesistente su una signora russa residente a Riccione, amica anche del sottoscritto (e con la quale ride ancora di questo caso).

Il caso del complottismo mainstream che vede la Russia anche dietro l’attacco hacker alla sanità del Lazio (quando forse le colpe sono di ben altra natura, compresa l’incapacità degli sviluppatori italiani.

“Hastatoputin” è il mantra di un Occidente incapace, che cerca di scaricare le sue colpe sul russo, il cattivo hollywoodiano. Perché se oggi bisogna stare attenti a indicare la nazionalità di un terrorista che magari si chiama Ahmed per via del politicamente corretto, i russi, che sono bianchi, cristiani e hanno una lunga tradizione di villain cinematografici, sono perfetti per il ruolo. E mentre la Cina, totalitarismo assai più feroce, non ha tutto sommato una stampa così cattiva, la Russia resta quella dei film di spionaggio americani. In realtà la russofobia europea ha radici ben più antiche, su un falso costruito ad arte nel 1756 su commissione dei servizi francesi e diffuso poi nel 1775 dalla stampa britannica: un fantomatico “testamento di Pietro il Grande” nel quale l’imperatore consigliava ai suoi successori di conquistare l’Europa. In realtà furono gli eserciti paneuropei a invadere per ben due volte la Russia: nel 1812 con Napoleone e nel 1941 sotto le egide dell’Asse. Come è andata a finire lo sappiamo tutti. Le balle di Milinari, del Corriere e via dicendo non sono che la versione parodistica (perché come diceva il vecchio Marx la Storia si ripete prima come tragedia e poi come farsa) del “Testamento di Pietro il Grande”. La Russia non sta minacciando l’Europa, casomai è vero il contrario. E sappiamo bene come è andata a finire le altre due volte e Stoltenberg (sunt nomina omina) non pare nemmeno un genio militare come Napoleone o Guderian.

Tornando a noi, la campagna russofoba italiana è il più clamoroso caso di suicidio economico mai visto: la Russia era uno dei partner economici privilegiati per l’Italia, vista l’italomania dilagante nel Paese degli Zar. Le varie sanzioni e controsanzioni sono costate all’Italia costano all’Italia 3 miliardi l’anno. Ma andiamo avanti coi Molinari, i Riotta e i Dragosei, servi sciocchi della russofobia.

ANDREA SARTORI

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