di Turi Comito.

Se avete tempo da perdere vi propongo quattro cose su cui riflettere visto l’avvicinarsi delle elezioni europee in mezzo a quest’aria, pessima, che tira. Nessuna pretesa, al solito, di rivelare verità assolute né di fornire quadri politici esaustivi. Solo considerazioni da ciascuno valutabili come meglio crede. Utili, forse, per qualche chiacchierata estemporanea qui o, addirittura, fuori da qui.
1. Bollettini di guerra
Probabilmente ci avete fatto caso anche voi. Da qualche settimana, e praticamente ogni sera, nei TG (l’unica fonte di “infotainment” davvero di massa, pervasiva e con finalità omologanti) ci viene detto che la Russia, in Ucraina, avanza.
Oggi ha conquistato il villaggio Vattelapescosky, ieri la cittadina Porcoduncanev, l’altro giorno ha raso al suolo – sterminando tutto quello che c’era di vivente dentro – il paesello Belpanoramichuk e via dicendo.
In più, dopo due anni di trionfalistici bollettini che ci raccontavano mirabolanti gesta militari e sanzionatori oltre l’eroico che avrebbero portato alla caduta di Mosca se non oggi, domani e se non domani, certamente dopodomani, da qualche giorno generali e attendenti, ministri e sottosegretari, giornali ed esperti ucraini e occidentali (latu sensu) hanno cambiato registro: la superiorità militare russa è incontenibile, l’Ucraina è bombardata da mane a sera, i soldati al fronte sono stanchissimi perché non c’è ricambio e si fa fatica pure a scappare.
Questo andazzo, questo sciorinare disastri in continuazione che segue il fallimento clamoroso della famosa controffensiva ucraina della scorsa estate, non pare essersi alleggerito dopo la notizia che gli Usa hanno sbloccato i famigerati 60 miliardi di aiuti – in armi e in contante – destinati a quel paese.
Il fronte difensivo, immaginano taluni esperti del ramo, è addirittura sul punto di rompersi e il dilagare delle truppe russe fino a Kiev, a Varsavia, a Parigi è la logica conseguenza di questa rottura.
2. Chiamata alle armi
Oggi è apparsa sulle colonne di “The Economist” l’intervista-diluviodiparole di Macron in cui questi affronta tutti i temi dello scibile umano ad eccezione del sesso tra bonobi e dell’esistenza di dio. Il giovine franco-europeo, aitante e pieno di entusiasmo come Napoleone prima della vittoriosa battaglia di Austerlitz, ci informa di una cosa interessante. E cioè che la Francia è intervenuta militarmente un sacco di volte in giro per il mondo (perbacco, non lo sospettava nessuno). Per esempio, recentemente, è andata nel Sahel per combattere il terrorismo su invito di paesi colà collocati (a onor del vero è stata cacciata da almeno tre di questi, ma sono dettagli). Dal che discende che se l’Ucraina dovesse chiedere truppe, ecco, la Francia ci penserebbe su. Il che significa che le manderebbe e spingerebbe altri paesi alleati a farlo. L’Ucraina non ha ancora chiesto questo genere di aiuto ma, se la Russia dovesse sfondare il fronte, la Francia e l’Europa non potrebbero permetterlo. Non si può permettere che la Russia vinca.
Ora, a parte che non è chiaro come la Russia debba perdere (né il giornalista chiede né lui spiega cosa si intende per “non fare vincere la Russia”) se uniamo i puntini mi pare chiaro che il dado sia tratto.
Tutta questa propaganda sul fatto che l’Ucraina sta cedendo, che l’esercito non riesce più a contenere l’avanzata russa è una evidente – a me pare – preparazione dell’opinione pubblica europea al supremo sforzo. Si sta solo aspettando che l’Ucraina invece che chiedere missili, munizioni, scudi antibombe, cannoni, carri armati (tutto mandato in fumo dai russi ogni volta che arrivano a destinazione e alle volte anche prima) chieda truppe, chieda uomini, chieda che l’Europa mandi divisioni e reggimenti a fermare l’avanzata russa e poi – scatenando una controffensiva memorabile – a riportare i confini dell’Ucraina a quelli del 2014. Che dovrebbe essere, ad occhio e croce, quel che si intende per “la Russia non deve vincere”.
Magari sto sopravvalutando le cose, magari ho capito male, ma a me pare chiarissimo.
Qua il problema non è più “se” la Francia e altri paesi manderanno truppe (non consiglieri militari o sedicenti tali, proprio truppe) ma “quando” le manderanno. C’è anche la risposta: le manderanno quando lo chiederà l’Ucraina. Che, per l’appunto, pare in procinto di chiederle.
Vedremo.
Intanto registriamo che una idea praticabile, una qualunque, di trovare una soluzione alternativa, magari diplomatica, alla guerra non c’è. C’è quella, non si sa quanto praticabile, di mandare truppe al fronte.
3. La morte dell’Europa
Macron aveva già parlato di questa cosa che l’Europa è ad un passo dalla sepoltura. Alla Sorbona in un altro diluvio di parole qualche giorno fa. Bene, in che consiste questa pre-morte dell’Europa, quali elementi segnalano questo status?
Tre.
a) primo: la sua scadente capacità di difesa. L’Europa non ha una difesa comune, un esercito e manco un bell’arsenale nucleare in grado di dissuadere eventuali aggressori, tipo la Russia. Le armi nucleari ce le hanno, in Europa, la Francia per l’appunto e la Gran Bretagna. I due paesi hanno una specie di trattato di mutua assistenza. Ma non basta. Cioè non bastano le bombe che ci sono per intimorire la Russia. Quindi è necessario darsi da fare il prima possibile per avere un bell’arsenale degno di questo nome, un esercito e soprattutto una politica estera comune che, al momento, si fa con voto all’unanimità in Consiglio (e non a maggioranza qualificata) il che significa che non ce l’ha. A che è dovuta questa condizione? Alle gelosie degli stati membri e alla incapacità di pensarsi come entità unitaria e non somma di stati ma soprattutto al fatto che i paesi europei hanno considerato la cosa secondaria visto che la difesa/offesa dell’Europa è garantita dalla Nato. Cosa che, però, a parere di Macron e di molti altri, non è più ormai scontata e pertanto, prima che sia troppo tardi, urge avere “capacità di dissuasione” all’altezza delle circostanze.
b) secondo: la sua scadente – o inesistente – leadership nelle tecnologie/industrie di punta del futuro (AI, spazio, semiconduttori, ecc.) e la contemporanea non autosufficienza energetica (e quindi via libera al nucleare, ça va sans dire). A che è dovuta questa condizione di marginalità rispetto alle grandi potenze?
Intanto all’aver sottovalutato la Cina. Si era pensato che la Cina fosse una immensa prateria da conquistare (leggasi un enorme mercato dove esportare i beni prodotti in Europa) e invece si è rivelata una armata di conquistatori, perdincibacco.
In secondo luogo alle inesistenti o fallimentari politiche industriali della Ue che non hanno mai privilegiato la creazione di colossi in grado di competere ed essere leader nei settori strategici, concentrandosi invece su una soffocante regolamentazione di qualunque cosa (mi pareva di sentire la buonanima ancora in vita di Giulio Tremonti che dice queste cose da almeno venticinque anni).
Infine dal fallimento della Globalizzazione e della sua massima espressione: il WTO, il potentissimo strumento di regolamentazione del commercio internazionale nella mani degli Usa e degli europei che è andato benissimo fino a che agli Usa è convenuto, poi no.
c) terzo e ultimo elemento di morte imminente dell’Europa è la crisi del modello democratico europeo. Che pare essere dovuto al fatto che le nuove generazioni stanno attaccate ai telefonini h24 e che la digitalizzazione e i social creano vulnerabilità nelle elezioni. Oibò, non ha trovato altro da dire sulla crisi delle democrazie europee.
Questi tre elementi, secondo Macron, sono i sintomi di una morte prossima dell’Europa a meno di una “riscossa” che, ovviamente, lui si è incaricato di dare.
Io, in linea generale (e lo dico senza ironia), sono ragionevolmente convinto che abbia ragione Macron. E cioè che in effetti L’Europa sia un fallimento nella sua spesa per lo sviluppo e che sia marginalissima dentro quel vortice di concorrenza sfrenata che esiste tra Cina e Usa. Che sia fallimentare la sua politica estera intesa come sommatoria delle politiche estere dei 27 paesi che la compongono. Che sia in crisi di identità (ma non per le ragioni che lui dice) politica ed istituzionale. Come sono convinto che sarebbe una gran bella cosa avere una Europa, democratica e fondata sulla giustizia sociale e non sulla concorrenza, se non indipendente, almeno autonoma davvero rispetto agli Usa e alla Cina in grado di rappresentare uno dei “poli” del nuovo ordine mondiale multipolare in via di costruzione.
Solo che, francamente, affidare a gente come lui che non ne ha azzeccata una da quando esiste, mi pare eccessivo. Una follia. Mi pare folle perché questa gente qua è quella che ha creato questi fallimenti. E’ gente di questa risma che ci ha voluto convincere nella bontà intrinseca della globalizzazione. Sono stati loro per primi a difendere i loro interessi di bottega nazionali non parlando mai di interessi comuni se non ipocritamente. E’ stata gente come e peggio di Macron a contribuire ad alimentare la crisi delle democrazie con le loro politiche monetarie delinquenziali e golpiste (qualcuno se lo ricorda ancora quello che fecero Draghi e Merkel alla Grecia? Qualcuno ricorda ancora il terrorismo dello spread?). Lo hanno fatto non solo mettendo al primo posto la finanza sulla politica ma facendo scivolare a destra ampie fette di elettorato impoverito che ha visto nei sovranismi fascistoidi riscatti nazionali e individuali.
4. Dalla maggioranza Ursula alla maggioranza Macron-Draghi-Meloni
A proposito di Draghi. Se qualcuno ha seguito le esternazioni del messia nelle ultime settimane – in attesa di presentare in pompa magna il famoso Rapporto sulla competitività a giugno prossimo – si sarà accorto di come queste siano perfettamente sovrapponibili a quelle di Macron. Nella forma e nella sostanza (i tre punti della imminente morte dell’Europa) e nelle ricette di guarigione. Secondo i due si esce dal coma soltanto con una cura da cavallo. Si investe ipermassicciamente nei settori strategici a livello europeo; la si smette con regolamenti e regolamentini frutto di menti burocratizzate oltre l’umano e si passa ad una specie di nuova “deregulation”; si fa saltare definitivamente il WTO e si passa ad accordi con paesi terzi di tipo bilaterale; si mette su una difesa e una politica estera comune senza se e senza ma.
Draghi si spinge a dire che queste cose si fanno tendenzialmente con tutti e 27 ma, eventualmente, solo con chi ci sta. Adombra l’ipotesi, quindi, di una Terza Europa che si affianca alle due esistenti: quella dell’Unione e quella dell’Euro.
I due sono determinatissimi nelle loro convinzioni e nelle loro strategie coincidenti. E il loro pensiero di certo costituirà la base politica sulla quale si costruirà la nuova maggioranza in Parlamento europeo quando si dovranno fare la Commissione e il suo presidente e il presidente del Consiglio europeo (presumibilmente Draghi stesso).
Qualcuno potrebbe dire: non stai tenendo conto dei “sovranisti” che paiono avere il vento in poppa.
No, ne sto tenendo conto. Mi corre in aiuto proprio Macron, ancora una volta allineato a Draghi, che, nell’intervista, cita Meloni come esempio di “sovranista” ormai convertita ampiamente all’europeismo (e atlantismo) d’assalto. Ma fa di più: fa notare che in Europa la maggior parte dei “sovranisti” almeno quelli più consistenti in termini di voti, Le Pen compresa, hanno completamente abbandonato le posizioni “estremistiche”: nessuno è più contro l’euro, nessuno vuole più uscire dall’Europa tutti invece vogliono essere forti dentro una Europa, magari meno invasiva in termini di regolamenti, ma di certo forte all’esterno e che resista alle sollecitazioni che arrivano: Russia, Cina, flussi migratori, ecc.
Dal che mi pare corretto intravvedere una possibilità di maggioranza europea non più social-liberista (come l’attuale maggioranza Ursula PSE-Centristi) ma fascio-liberista (Centristi ed ex sovranisti) nel caso in cui i sedicenti socialisti europei dovessero, come pare lecito attendersi, dare forfait.
Insomma si passerebbe dalla maggioranza Ursula alla maggioranza MEG (Mario, Emmanuel, Giorgia).
Per concludere
Fanno e disfanno tutto loro. Da trent’anni e passa ormai. Fanno e dicono tutto e il contrario di tutto. Sbagliano clamorosamente qualunque previsione e impostazione strategica (Cina, Libia, Afghanistan, Euro, globalizzazione, pandemie, clima, energia, risorse, tecnologie, crisi finanziarie globali, ecc.) e si autonominano correttori dei propri errori. Infilano fallimenti, sottovalutazioni, sopravvalutazioni uno dietro l’altro e si dichiarano gli unici a potere costruire ponti per superare i baratri che hanno creato. La loro autoreferenzialità è una malattia psichiatrica. Quali garanzia diano di non prendere altri cazzi per mazzi non si sa.
Eppure sono osannati e considerati gli unici in grado di risolvere i problemi giganteschi che creano.
Come si possa dare fiducia ancora a questa gente che sta promettendo il contrario di quello che aveva promesso prima è misterioso.
O forse no.
Forse si spiega nemmeno tanto difficilmente. Una volta c’erano partiti che avevano visioni alternative di come costruire il futuro in un paese e in Europa. Dal conflitto ideologico venivano fuori compromessi che in qualche maniera tenevano conto di opposti, o molto diversi, interessi. Da trent’anni a questa parte no. Da trent’anni a questa parte, da quando i partiti socialisti sono diventati più liberisti di quelli che una volta combattevano, non ci sono più visioni diverse di mondo. Ce n’è solo una. La loro, quella liberista occidentocentrica malamente razzista, quella del “noi siamo il giardino del mondo e fuori c’è la giungla”, Borrell dixit. Che va a nozze col post fascismo fatti salvi piccoli residui che non ne minano la consistenza unitaria ideologica e che riguardano, pressocché esclusivamente, i cosiddetti diritti civili. D’altra parte che importanza può avere se Macron mette in Costituzione il diritto all’aborto e Meloni mette i pro-vita nei consultori davanti alla minaccia che la Russia metta il suo tricolore sulla torre Eiffel e sulla cupola di San Pietro?
Nessuna.
Siamo nelle loro mani. E’ bene, credo, tenerne conto.
Qui la storica intervistona a Emmanuel:

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