Siamo noi, noi europei, le prime e più certe vittime del macello atomico verso il quale i Governi occidentali e l’UE ci stanno conducendo. Eppure li seguiamo, docili come agnellini.

I segni dell’escalation della guerra in Ucraina verso l’uso di armi nucleari e verso la terza guerra mondiale sono ormai molteplici. Non vengono solo dall’intervista televisiva concessa ieri, lunedì, dal ministro russo degli esteri Lavrov. Ha avvertito l’Occidente di non sottostimare questo rischio, ora a suo dire considerevole. Lavrov ha aggiunto che la Russia farà di tutto per evitarlo e che a suo avviso la NATO (di cui l’Italia fa parte) è fondamentalmente impegnata in Ucraina in una guerra per procura contro la Russia.

L’intervista di Lavrov è fondamentalmente la risposta a quella che Victoria “Fuck the EU” Nuland ha rilasciato alla russa Pravda. La Nuland, sempre in prima linea quando c’è di mezzo l’Ucraina, è sottosegretario di Stato USA. Secondo lei, non è escluso che la Russia usi armi nucleari in Ucraina. In questo caso, ha aggiunto, l’Ucraina non rimarrebbe da sola e la Russia andrebbe incontro a conseguenze peggio che catastrofiche.

In controluce si può leggere altro nelle parole della Nuland. Qualcosa di questo genere: quando la Russia si deciderà finalmente ad usare armi nucleari in Ucraina, gli USA si sentiranno legittimati a polverizzarla atomicamente e a confermare così, senza se e senza ma, il loro ruolo di Unica Grande Potenza Mondiale.

Le, diciamo, sollecitazioni occidentali alla Russia perché passi all’atomica sono ormai numerose. Nessun politico occidentale pronuncia la parola “trattative”. Il capo della diplomazia UE liquida i mitici “70 anni di pace” scrivendo su Twitter che la guerra in Ucraina si vince sul campo di battaglia. Numerosi Stati europei (anche l’Italia) e gli USA  riempiono l’Ucraina di armi sempre più letali: la Russia pare essersi francamente stufata e ha ufficialmente messo in guardia gli Stati Uniti dalle “conseguenze imprevedibili” che ne potranno derivare. La Svezia e la Finlandia parlano di entrare nella NATO, cosa che aumenterebbe ulteriormente la pressione militare dell’Occidente ai confini russi.

Un’altra, chiamiamola, solleticazione alla Russia potrebbe uscire dai sotterranei dell’acciaieria Azovstal di Mariupol. Al momento la vicenda è congelata. Putin ha fermato l’irruzione nel labirinto di cunicoli e di bunker sovietici della Guerra Fredda. Vi si nascondono certamente soldati ucraini e miliziani del battaglione Azov. Forse  c’è anche un laboratorio segreto NATO per armi biologiche. Voci insistenti, ma non confermate ufficialmente, riferiscono la presenza di occidentali: volontari arruolati nella legione straniera ucraina o addirittura istruttori NATO.

Se e quando questo verrà alla luce, la Russia non potrà far finta di non vedere il coinvolgimento diretto dell’Occidente. E qualcosa, in risposta, dovrà pur fare. Casomai non lo facesse, c’è anche la possibilità di un cosiddetto false flag. Un’azione nefanda di cui incolpare la Russia. Potrebbe essere come la filetta di antrace agitata a suo tempo da Colin Powell contro l’Iraq: un’accusa falsa. Ma intanto…

Ma intanto c’è ormai una tremenda puzza di plutonio. Quello delle cosiddette armi nucleari tattiche, che provocano morte e distruzione solo (si fa per dire…) entro un raggio limitato o anche limitatissimo.

In uno scenario del genere, la Russia colpirebbe con le nucleari non solo in Ucraina, ma anche obiettivi NATO in Europa. Quante sono, fra l’altro, le basi NATO in Italia? Di conseguenza gli USA – si intuisce dalle parole della Nuland – si sentirebbero legittimati ad usare armi atomiche contro la Russia, nella speranza, probabilmente illusoria, che la Russia non scateni la fine del mondo nuclearizzando a sua volta gli USA.

La puzza di plutonio è talmente forte che ha provocato la clamorosa conversione al pacifismo di Edward Luttwak. Se n’è parlato troppo poco. Il falco dei falchi statunitensi, il consulente del Dipartimento di Stato americano che segue le vicende italiane, ha fiutato il plutonio e ha stabilito che l’odore non gli piace. Non c’è altra spiegazione per l’inversione ad U delle sue parole.

A fine marzo, Luttwak proclamava attraverso i microfoni della tv italiana che la guerra è un’esperienza bellissima, che l’Europa è cresciuta con le guerre e che la lunga pace dopo la fine della Seconda guerra mondiale rappresenta un’anomalia. Dieci giorni fa ha stabilito che bisogna trattare e che la guerra deve finire, a costo di consegnare il Donbass alla Russia.

Il falco dei falchi statunitensi ha repentinamente frenato. I Governi e i politici occidentali invece marciano avanti senza togliersi l’elmetto. I popoli europei, docili come agnellini, li seguono verso il macello.

GIULIA BURGAZZI

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