I  prodotti cinesi che sono da tempo indispensabili per la vita quotidiana diventeranno scarsi e cari come il gas russo?

Gli Stati Uniti lo chiedono. E l’Unione europea pare intenzionata a raggiungere il risultato rapidamente, con metodi tranchant: è quanto si evince dal videomessaggio inviato alla cerimonia di inaugurazione di una grande fiera in corso a Shanghai, dedicata al commercio cinese con l’estero.

Un modo decisamente rozzo, scelto dall’Ue, per far sapere alla Cina che intende ridurre i rapporti commerciali.

Il videomessaggio in occasione di un evento del genere, infatti, di solito rappresenta l’equivalente diplomatico di un mazzo di fiori. Charles Michel, presidente del Consiglio europeo (è l’istituzione che definisce priorità e orientamenti politici dell’Unione europea) ha invece scelto l’equivalente dei pesci in faccia.

Nel videomessaggio, Charles Michel ha chiesto appunto la riduzione della dipendenza commerciale dalla Cina. Ha inoltre criticato la Russia, alla quale la Cina è ora molto vicina. La Cina ha evitato di trasmettere il suo discorso.

L’agenzia di stampa Reuters ha scoperto e reso pubblica una vicenda che, al di là degli aspetti quasi folkloristici, promette un pesante impatto sull’economia europea.

La Cina da decenni è la fabbrica del mondo globalizzato. Il videomessaggio di Charles Michel è un altro segno del fatto che la globalizzazione sta andando in pezzi, che sempre più una trincea separa il cosiddetto Occidente dal resto del mondo.

È ovviamente possibile produrre in Europa tante carabattole che si solito si importano dalla Cina. Il problema è che i Paesi dell’Unione europea non importano dalla Cina solo le carabattole, o per meglio dire i manufatti. Importano soprattutto macchinari e prodotti chimici: che sono un pelino più difficili da sostituire. Inoltre l’Unione europea importa dalla Cina ben più di quanto esporti.

Tagliare o assottigliare brutalmente i ponti con la Cina vorrebbe dire aprire una voragine di penurie. Certo, l’Italia e l’Unione europea possono produrre tante cose che abitualmente importano dalla Cina. Tante: però con ogni probabilità non tutte.

In base al puro buonsenso, se si vogliono ridurre i rapporti commerciali con la Cina, bisognerebbe prima riportare quanto più possibile in Italia e in Europa la produzione dei beni che ora si acquistano in Cina. Questo sarebbe anzi un modo per dare slancio all’economia. Il problema tuttavia sono le importazioni, che non possono essere sostituite dalle produzioni locali. Farne a meno solo perché ce lo chiedono gli Stati Uniti? Se proprio si vogliono assecondare i desideri dell’altra sponda atlantica, prima bisognerebbe trovare fornitori alternativi.

Solo dopo aver fatto queste due cose, se proprio si vuol essere maleducati, si può anche prendere a pesci in faccia la Cina. L’Unione europea invece sta seguendo il copione del gas russo: rompere (o assottigliare drasticamente) i rapporti commerciali prima di trovare fornitori alternativi e senza preoccuparsi delle conseguenze. Le quali, ovviamente, peseranno su tutti noi.

GIULIA BURGAZZI

 

 

 

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