L’unione europea vorrebbe che la cultura di ogni stato membro diventasse conforme alla nuova ideologia liberale estremista e fa guerra a tutti coloro che non vogliono adeguarsi. 

Sta diventando sempre più chiaro che l’Unione Europea sta lottando per imporre la sua ideologia neo-liberal-estremista ai suoi stati membri. Ad esempio, alla fine di ottobre, il Consiglio d’Europa ha lanciato una campagna per promuovere il rispetto per le donne musulmane che scelgono di indossare il velo. I poster mostravano una donna che indossava un velo accanto alle seguenti parole: “La bellezza è nella diversità, proprio come la libertà è nell’hijab”.

I politici francesi si sono affrettati a contestare la campagna, il che non è certo una sorpresa, dato che la Francia ha vietato l’uso del velo islamico integrale nei luoghi pubblici nel 2011. Una settimana dopo il lancio della campagna, il ministro della gioventù francese Sarah El Haïry si è lamentato del fatto che la campagna che sosteneva l’uso del velo era contraria ai valori laici della Francia. Molti commentatori conservatori hanno visto nelle immagini mostrate anche un tentativo di svalutare i valori tradizionali europei e cristiani. Alla fine la protesta si è allargata a tal punto che la campagna è stata rapidamente ritirata. Non che il Consiglio d’Europa pensasse che la campagna fosse sbagliata. Per come l’ha vista il consiglio, è stata promossa solo in un momento sbagliato. Il consiglio ha promesso che l’avrebbe ripresentata in un modo migliore in seguito.

Ancora più sorprendente è stata la guida di 30 pagine della Commissione europea per il personale sulla “comunicazione inclusiva”, che è stata pubblicata nello stesso periodo della campagna per l’hijab. Questa guida ha effettivamente esortato il personale dell’UE ad allontanare l’Europa dalla sua tradizione cristiana. “Non tutti celebrano le feste cristiane”, si legge, “e non tutti i cristiani le celebrano nelle stesse date”. Ha pertanto consigliato ai dipendenti dell’UE di sostituire i riferimenti a “periodo di Natale” con “periodo delle ferie” e di evitare l’espressione “nome cristiano” a favore di “nome tale” oppure “nome tal altro“. C’erano a sostegno di questa campagna anche molte altre raccomandazioni che avevano radici  scristianizzanti sia per intenti che per formulazione.

Natale e cristianesimo non sono stati gli unici bersagli di questo sfacciato tentativo di reinventare linguaggio e valori. Il personale dell’UE è stato inoltre esortato a evitare pronomi e parole di genere, nonché frasi come “presidente”, “signore e signore” o “creato dall’uomo”. La guida ha anche fatto di tutto per promuovere una politica di genere liberale, suggerendo ai funzionari di chiedere alle persone quali sono i loro pronomi e di fare attenzione a usare termini come “gay”, “lesbica” e “trans” come nomi. Il tono arrogante e imperioso della guida alla comunicazione dell’UE ha provocato una reazione anche da parte di coloro che di solito acconsentono ai diktat di Bruxelles sulla diversità. Tra questi c’era papa Francesco, il quale si è mostrato così profondamente indignato da paragonare l’UE a una “dittatura” per il suo tentativo di vietare la parola “Natale” e ha avvertito Bruxelles di non seguire la strada della “colonizzazione ideologica”.

Questo ultimo tentativo di colonizzazione ideologica è stato eccessivo anche per alcuni dei sostenitori più entusiasti dell’UE. La scorsa settimana un funzionario dell’UE, che ha voluto rimanere anonimo, ha denunciato Helena Dalli, il commissario per la parità responsabile delle linee guida. «La commissaria Dalli compensa [la] sua totale mancanza di peso nel Collegio [dei Commissari] tirando fuori dal cilindro “linee guida inclusive” che decostruiscono le regole più elementari”. Proprio come il Consiglio d’Europa ha dovuto ritirare la sua campagna per il velo, la Commissione è stata costretta a fare marcia indietro. Definendo le linee guida un “lavoro in corso”, Dalli ha twittato la scorsa settimana che la Commissione, dopo aver ascoltato le preoccupazioni sollevate, stava ora lavorando a una “versione aggiornata delle linee guida”.

In entrambi i casi, tuttavia, l’UE e il Consiglio d’Europa non vedono alcun problema con il contenuto o il messaggio dei progetti in questione, che si tratti di incoraggiare l’uso di un linguaggio inclusivo o di sostenere l’uso del velo. Vedono solo un problema  nella presentazione e nelle tempistiche. In altre parole, sia le linee guida che la campagna a favore dell’hijab molto probabilmente torneranno, solo in forme diverse. In effetti, la guida linguistica inclusiva dell’UE fa parte integrante dei piani del presidente della Commissione Ursula von der Leyen per attuare un‘”Unione dell’uguaglianza”. Questa unione è progettata per garantire che “ognuno sia apprezzato e riconosciuto per ciò che è, indipendentemente dal genere, dalla razza o dall’origine etnica, dalla religione o dalle convinzioni personali, dalla disabilità, dall’età o dall’orientamento sessuale”.

L’obiettivo della Commissione è istituzionalizzare la politica dell’identità in tutta l’Unione europea. Il primo passo di questo progetto è cambiare la lingua usata dalle persone. Il secondo passo è disaccoppiare la società dalla sua eredità culturale e storica. Ecco perché i funzionari sono incoraggiati a smettere di usare nomi “cristiani” e ad adottare l’uso di pronomi di genere neutro. In effetti,  non siamo poi distanti dalla realtà se affermiamo che l’UE sta conducendo una guerra culturale contro i cittadini europei. In tal modo, sta copiando gli attivisti liberali estremisti negli Stati Uniti, che sono stati in grado di portare avanti i loro progetti di riprogettazione sociale all’interno e soprattutto grazie alle istituzioni di istruzione superiore e cultura.

Per fortuna, le cose sono più complicate in Europa. Nonostante i migliori sforzi dell’UE, il continente è ancora un’Europa di nazioni. La maggior parte delle nazioni europee possiede ancora un forte senso delle proprie tradizioni nazionali e culturali. Detto questo, è improbabile che la tattica e la strategia che hanno funzionato all’interno delle istituzioni culturali anglo-americane abbiano successo in Europa. Parimenti, ciò non significa in automatico che l’UE non tornerà più e più volte con nuovi argomenti per cambiare lingua e comportamento. Si tratta, come afferma la Commissione, di un “work in progress”. Noi, di converso, dobbiamo garantire che i tentativi compiuti da parte dell’UE di colonizzazione ideologica nei confronti delle varie nazioni siano accompagnati da un serio e costante  impegno a sostenere l’eredità della civiltà europea.

di Frank Furedi, traduzione di Martina Giuntoli

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