L’Ucraina ha fatto l’elenco dei “cattivi” nel mondo degli affari: alcuni sono italiani. A suo dire essi, pur non essendo accusati di violare le sanzioni, hanno legami con la Russia. Soprattutto, l’Ucraina ha inserito l’elenco nel database internazionale al quale fanno riferimento le grandi imprese che vogliono evitare partner commerciali a rischio. La cosa può comportare ovvie ripercussioni sul fatturato dei presunti “cattivi”: sono 102 persone e 26 società, di cui 17 nell’Ue.

È come se l’Ucraina avesse creato la versione dedicata all’economia di Myrotvorets, il sito che scheda i suoi nemici politici in tutto il mondo. La faccenda è diventata esplosiva due settimane fa, quando l’Ucraina ha sistematizzato la sua lista nera. Il teatro della deflagrazione è Bruxelles.

GRECIA E UNGHERIA CONTRO L’UCRAINA

Protestano la Grecia e l’Ungheria. I due Paesi bloccano l’adozione di ulteriori sanzioni Ue contro la Russia – l’undicesimo pacchetto – finché l’Ucraina non eliminerà le loro imprese dalla lista. Sottolineano che queste imprese sono accusate ingiustamente, poiché non ci sono prove che violino le sanzioni.

Per entrare in vigore, le nuove sanzioni Ue devono ricevere l’approvazione unanime del Consiglio Ue, che rappresenta i governi degli Stati membri. Grecia ed Ungheria, o anche una sola delle due, possono impedirne l’adozione. Per difendere le loro imprese finite fra i “cattivi” avranno anche scelto un terreno improprio – non è stata infatti l’Ue a redigere la lista – ma certo hanno giocato una carta efficace.

LE SANZIONI UE CONTRO LA RUSSIA

Le sanzioni contro la Russia ora in gestazione a Bruxelles sono come sempre segrete. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato  l’undicesimo pacchetto durante la sua visita a Kiev all’inizio del mese di maggio 2023. Fra quel che ha detto lei e le indiscrezioni giornalistiche, è noto che queste sanzioni dovrebbero colpire chi aiuta la Russia ad aggirare tutte le sanzioni  precedenti.

Nel mirino dovrebbero esserci le società che consentono l’esportazione in Russia di merci provenienti dall’Unione europea. Varie di queste società sarebbero cinesi: un vecchio desiderio statunitense, le sanzioni Ue contro la Cina. Il pacchetto conterrebbe anche uno strumento per tagliare le esportazioni Ue verso Paesi che, secondo Bruxelles, aiutano la Russia ad aggirare le sanzioni: Turchia, Emirati Arabi Uniti, Stati asiatici…

Nessuno dice che le società e le persone inserite dall’Ucraina nell’elenco dei “cattivi” possano essere fra quelle oggetto elle prossime sanzioni Ue. Nessuno però vieta di supporre che anch’esse verrebbero in qualche modo toccate. Certo già ora non si trovano in una posizione comoda.

L’UCRAINA E LA SUA LISTA NERA

La lista nera dell’Ucraina porta il nome ufficiale di “sponsor internazionali della guerra”. Non ha valore legale ed è basata su criteri nebulosi. Per essere inseriti fra gli “sponsor internazionali della guerra” è sufficiente intrattenere legami  commerciali con la Russia, come ad esempio pagare là delle tasse o avere un ufficio. La sua esistenza viene presentata come una sorta di pressione morale, come un motivo di vergogna senza particolari conseguenze pratiche.

Tuttavia le conseguenze pratiche ci sono eccome. L’elenco è gestito dall’autorità nazionale anticorruzione e, come sottolinea un comunicato stampa dell’ente, chi finisce nella lista dei “cattivi” viene automaticamente evidenziato in rosso sulla piattaforma internazionale World-Check. Non è mica uno scherzetto.

IL DATABASE WORLD-CHECK

World-Check è un database “di persone politicamente esposte” nel quale si finisce perlopiù a propria insaputa ed è uno strumento per misurare la reputazione finanziaria di una persona o di una società. Le imprese vi fanno ricorso per identificare e gestire i rischi di natura finanziaria, normativa e reputazionale. Chi compare in World-Check può avere difficoltà anche solo per ottenere un mutuo o chiudere un conto in banca.

Così l’elenco dei “cattivi” stilato in Ucraina in base a criteri nebulosi finisce per essere uno strumento micidiale. Curioso che, a quanto si sa, soltanto Grecia ed Ungheria abbiano qualcosa da dire.

GIULIA BURGAZZI

 

 

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