di Chiara Nalli.

Ieri l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato a maggioranza semplice (84 voti favorevoli, 19 contrari e 68 astenuti) la risoluzione relativa all’istituzione di una giornata della memoria per il genocidio di Srebrenica. Il progetto di risoluzione era stato preparato da Germania e Rwanda con il rappresentante permanente presso l’ONU della Bosnia-Erzegovina e vedeva circa 38 paesi come co-sponsor.

I principali paesi contrari sono stati Russia, Cina, Bielorussia, Ungheria e Siria mentre tra gli astenuti troviamo India, Emirati Arabi Uniti, Slovacchia, Grecia, Cipro, Georgia, Brasile, Algeria e la maggioranza degli stati africani; a questi si aggiungono quelli che hanno abbandonato la votazione.

I paesi che hanno votato l’approvazione sono tutti quelli del blocco NATO (fatta eccezione per quelli su menzionati tra contrari e astenuti), inclusa la Turchia; poi Sud Africa, Egitto, Tunisia, Arabia Saudita, Qatar, Iran, Iraq, Giordania, Kuwait, Pakistan, Indonesia e Giappone.

La votazione è stata effettuata dopo due rinvii consecutivi e nonostante il grande sforzo diplomatico, da parte della Serbia, di condizionarne negativamente l’esito. Il risultato restituisce alla Serbia, se non altro, una vittoria morale, considerato che la maggioranza dei paesi membri (che esprimono complessivamente circa due terzi della popolazione mondiale), non ha in effetti votato la Risoluzione.

La strage di Srebrenica, in cui circa 8.000(*) bosgnacchi furono uccisi dall’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, rappresenta ancora oggi uno degli episodi più noti e allo stesso tempo controversi delle guerre della ex-Jugoslavia. Le sentenze della Corte internazionale di giustizia e del Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia hanno riconosciuto la fattispecie di genocidio solo a carico di alcune persone fisiche (principalmente comandanti delle forze paramilitari), escludendo invece la responsabilità collettiva e statale a carico della Serbia. Inoltre, una commissione indipendente incaricata successivamente e formata da accademici ed esperti di diverse nazionalità (la Commissione Internazionale Indipendente per l’inchiesta sulle sofferenze di tutti i popoli nella regione di Srebrenica) ha negato la sussistenza del genocidio, chiarendo che si trattò di esecuzione di massa di combattenti che rifiutavano la resa; una casistica che rientrerebbe, al più, nel crimine di guerra, riconosciuto, per altro, dallo stesso parlamento serbo, che nel 2010 si scusò con le famiglie di tutte le vittime.

Nelle dichiarazioni dei proponenti, la nuova (e del tutto inattesa) Risoluzione ONU avrebbe lo scopo di contribuire alla pacificazione della regione, cristallizzando e consegnando alla memoria collettiva una presunta verità storica sui complessi conflitti dei Balcani. In ciò risiede il primo ordine di problemi: le guerre nella ex-Jugoslavia, per la loro stessa natura di conflitti etnici e non interamente convenzionali, sono state caratterizzate da incidenti e atrocità da ogni parte. Il fatto di attribuire rilevanza, tramite un atto delle Nazioni Unite, alle sofferenze di una sola delle parti belligeranti, significa creare una gerarchizzazione delle vittime e al tempo stesso ufficializzare il ruolo di carnefice per i serbi, che pure in quei conflitti subirono perdite e massacri indiscriminati di civili.

La Bosnia-Erzegovina odierna, risultante dall’Accordo di pace di Dayton, è composta da tre etnie (bosgnacchi, serbi e croati) che si esprimono politicamente in due entità federali distinte: Federazione di Bosnia ed Erzegovina (che riunisce territori musulmani e croati) e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (entità serba, anche Repubblica Srpska). Si tratta di uno stato ben lontano dall’essere pacificato e questa affermazione vale a tutti i livelli: culturale, politico, finanche legale e istituzionale. In tale contesto, la riproposizione – ventinove anni dopo – di una dialettica fortemente oppositiva, come quella implicita nella Risoluzione ONU votata ieri, promette di innescare nuovi conflitti. Il primo è già servito su un vassoio d’argento: la secessione della Repubblica Srpska.

I leader della Repubblica Srpska avevano infatti ampiamente annunciato la loro intenzione di separarsi dalla Bosnia in caso di approvazione della Risoluzione ONU, dal momento che essa viola di per sé le regole che disciplinano il funzionamento delle istituzioni bosniache. Le iniziative di politica estera della Bosnia sono infatti di competenza della Presidenza, che agisce con il consenso di tutte le entità federali, inclusa, ovviamente, quella serba. La proposta di risoluzione, avanzata senza consultazione della parte serba, ha quindi alterato il complesso sistema di garanzie voluto dall’Accordo di Dayton – evidentemente necessario per il mantenimento della pace – creando al tempo stesso un pericoloso precedente, che lascia temere la volontà di estromettere la parte serba dalle decisioni rilevanti nella gestione del Paese. In proposito, il Parlamento della Repubblica Srpska ha preparato un documento formale di protesta contro la violazione dell’Accordo di Dayton, indirizzandolo ai paesi co-sponsor che sono parti contraenti dell’Accordo (Croazia) o testimoni (Germania, Francia, Gran Bretagna, USA). Nel documento, la parte serba chiede l’immediata sospensione dell’iniziativa di Risoluzione e il rispetto degli obblighi contrattuali, riservandosi di agire attraverso meccanismi giuridici internazionali per la sospensione o l’annullamento dell’Accordo, fino anche all’autodeterminazione. Immediatamente dopo l’approvazione della Risoluzione, il presidente della Repubblica Srpska ha infatti annunciando l’intenzione di prepararsi ad una “separazione pacifica” dalla Bosnia. Purtroppo, la storia – anche recente – ci insegna che nessuna separazione di territori da uno stato avviene mai in maniera pacifica, quali che siano le motivazioni.

Il che ci conduce al secondo ordine di problemi legato all’adozione della Risoluzione su Srebrenica, ossia la sua funzione nell’attuale scenario politico internazionale. Come su accennato, la Risoluzione è stata preparata con l’appoggio di paesi appartenenti all’area NATO, ventinove anni dopo gli eventi e nonostante le sentenze dei tribunali preposti abbiano fatto il loro corso. Se l’utilità dell’iniziativa è, pertanto, poco chiara, molto più ovvie erano, fin dall’inizio, le potenziali conseguenze in termini di destabilizzazione dell’intera regione, tanto da far apparire la Risoluzione come strumentale al perseguimento di obiettivi politici.

Analizzeremo questi aspetti, in un quadro più ampio e in ottica di un conflitto allargato con la Russia, in un articolo sul prossimo numero della rivista Visione, in uscita a giugno.


NOTA:

(*) la stima del numero esatto di vittime è oggetto di contestazione

 

Illustrazione di copertina tratta da https://www.flickr.com/photos/126202631@N03/35577602893 con Licenza Creative Commons.

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