La lettera del direttore di Repubblica, Maurizio Molinari, che invita tutti i suoi giornalisti a partecipare al Gay Pride di sabato 11 giugno – ci sarà anche lo striscione aziendale – si iscrive nell’ambito delle relazioni gerarchiche i cui meccanismi interni sono oggetto di studio da decenni e che trovano una meno dotta ma più godibile trasposizione cinematografica nelle tragicomiche vicende del povero ragionier Fantozzi.

Chi vuole prendere parte attivamente alla sfilata e sorreggere lo striscione di Repubblica può scrivere alla collega incaricata di coordinare l’iniziativa, comunica il direttore: che così avrà l’elenco di chi aderisce e (per sottrazione) di chi non lo fa. Conclude: “Sono sicuro che l’11 giugno saremo tutti dalla stessa parte”.

Sembra l’invito al fantozziano cineforum aziendale e all’ennesima proiezione della Corazzata Potëmkin. In quell’occasione, perfino il ragionier Fantozzi ebbe una sorta di moto di ribellione e aprì il dibattito (in pratica obbligatorio come il cineforum) con una frase destinata a diventare famosa: “Per me, la Corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!” Ricevette per questo i celeberrimi 92 minuti di applausi.

La ribellione fu un evento più unico che raro in tutta la vicenda cinematografica del ragionier Fantozzi. A quanto se ne sa, il comitato di redazione di Repubblica non è pubblicamente intervenuto nella vicenda. Non risultano prese di posizione nemmeno da parte sindacato giornalisti.

Con la sua lettera, il direttore di Repubblica invita i giornalisti ad occupare in un certo modo il loro tempo extra lavorativo: nella fattispecie, ad impiegarne una frazione per schierarsi a favore del diritto di rivendicare la diversità sessuale. “In questi anni abbiamo cercato di connotare sempre più Repubblica come il giornale dei diritti – recita la lettera – E’ una battaglia nella quale crediamo e per la quale impieghiamo i nostri sforzi quotidiani, come persone prima ancora che come giornalisti”.

I diritti sono una cosa importante. Comprendono il diritto alla diversità sessuale, certo, ma vanno ben oltre. Ad esempio, la Costituzione riconosce  il diritto al lavoro e il diritto ad una retribuzione che consenta di campare in modo dignitoso.

I giornali, compresi quelli grandi e blasonati, si avvalgono spesso di collaboratori esterni: giornalisti precari pagati “a pezzo”. Secondo un’indagine pubblicata da Il Post, i compensi lordi a Repubblica

variano molto a seconda degli accordi presi con il singolo giornalista. Si va da 20 euro per i pezzi più brevi a 60/70 euro per quelli che superano le 3.600 battute

Di solito non bastano mica pochi minuti per reperire le informazioni, verificarle e scrivere un articolo… Detratte le tasse e balzelli, i soldi che restano in tasca all’incirca si dimezzano. Il Post non specifica se Repubblica offre o meno rimborsi spese: ad esempio, la benzina quando è necessario recarsi di persona in un certo luogo. Afferma tuttavia, in modo generico, che per scrivere certi articoli i giornalisti precari devono sostenere autonomamente spese non giustificate dalla paga prevista.

Non solo Repubblica, sia chiaro: così fan più o meno tutti. Nelle testate locali i compensi sono spesso inferiori, o addirittura di gran lunga inferiori.

Il diritto ad un lavoro dignitosamente pagato si inserisce appunto nell’ampia sfera dei diritti propri di ogni essere umano. Questa sfera comprende la libertà, l’uguaglianza, l’autodeterminazione, l’equo processo, la mancanza di discriminazioni di sorta…

Ora va di moda focalizzarsi su aspetti particolari e per così dire settoriali dei diritti. I diritti delle donne, quelli dei migranti, delle persone LGBT eccetera. Tuttavia il diritto a non subire discriminazioni fa parte dei diritti umani. Perché non se ne invoca semplicemente il rispetto scrupoloso e complessivo?

Forse esiste la risposta. La parcellizzazione dei diritti è l’anticamera del rispetto selettivo dei diritti, ovvero del loro svuotamento complessivo.

GIULIA BURGAZZI

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