Curioso golpe: che sorge al mattino e poi si spegne, prima del tramonto. Proprio come il sole: di cui esattamente il 24 giugno si celebra il solstizio estivo. San Giovanni Battista, “patrono” dei massoni: sul piano simbolico, l’alba di un nuovo ciclo. Coincidenze? Possibile. Ma perché il teatrale boss della Wagner, da oltre un mese in polemica con i vertici militari di Mosca, sceglie proprio il 24 giugno per inscenare un’inaudita rivolta, destinata però a fermarsi prima ancora del calare delle tenebre?

Il primo a profetizzare quale sarebbe stato l’anomalo finale di giornata è stato l’analista russo Dmitry Koreshkov, da anni residente in Italia: ho la sensazione – ha detto, già nel pomeriggio – che la colonna dei ribelli si fermerà a duecento chilometri dalla capitale, sulle rive (invalicabili) di un grande fiume come l’Oka, affluente del Volga. Ponti girevoli subito aperti, sponde settentrionali presidiate dall’artiglieria “lealista”. Impensabile superare l’ostacolo, senza prima affrontare un terribile bagno di sangue. Nulla di tutto questo, in agenda.

LA FARSA DEL 1991

«Nel 1991 – ricorda Koreshkov – con altri giovani mi precipitai a fare da scudo umano per proteggere la Casa Bianca, allora sede del Parlamento, durante il tentato golpe – altrettanto strano e incruento – contro Gorbaciov. Certo, l’uomo del Cremlino recuperò il potere. Ma poi quella ribellione militare fu comunque utilizzata: come pretesto per smantellare l’Unione Sovietica. Si capì quindi, a posteriori, che si era trattato di una colossale messinscena, abilmente pianificata dalle quinte colonne dell’Occidente annidate all’ombra dei vertici russi».

Ci risiamo? Koreshkov lo ha più volte ribadito, dall’inizio dell’ultima fase della crisi in Ucraina. «Putin non è certo un monarca assoluto. E sconta la presenza, accanto a sé, di collaboratori infedeli e ancora molto legati all’Occidente, dal primo ministro Mikhail Mišustin a Elvira Nabiullina, a capo della banca centrale russa. Lo stesso ministro della difesa – Sergeij Shoigu, vittima degli strali polemici di Prigozhin – proviene direttamente dal vecchio entourage filo-occidentale di Eltsin».

IL NEMICO INTERNO

Probabilmente in veste di “ventriloquo” del Cremlino, il leader della Wagner si è scagliato proprio contro il ministro e contro un altro super-burocrate come il generalissimo Valery Gerasimov, capo di stato maggiore: sfrattato dal quartier generale di Rostov all’alba del 24 giugno, quando i blindati di Prigozhin hanno clamorosamente occupato il capoluogo della regione meridionale del Don, centro strategico della cosiddetta “operazione militare speciale”.

Era dunque una gigantesca farsa, destinata – in ultima analisi – a indebolire la fronda interna (i militari volutamente poco efficaci nel Donbass) restituendo a Putin la funzione di supremo arbitro anche in vista delle presidenziali dell’anno prossimo? Se così stanno le cose – sostiene Dmitry Koreshkov – non c’è da vantarsene. «Stanno facendo uno spettacolo: indegno, perché la gente è davvero preoccupata», diceva l’analista, quando ancora la colonna della Wagner stava puntando verso Mosca.

CHI MUOVE LA WAGNER

«Perché creare una situazione come quella, certo drammatica ma – realisticamente – senza alcun esito possibile? E perché coinvolgere Prigozhin fino a quel punto? È il primo a sapere (essendo anche ebreo) di non avere nessunissima chance politica, nel futuro del paese». Una pedina consapevole? «Questi giochi, in ogni caso, danneggiano il prestigio internazionale della Russia», conclude Koreshkov. Che però avverte: «Probabilmente c’è una combinazione a lungo termine: che non sappiamo ancora dove porterà».

Sembra pensarla così anche un altro russo trasferitosi da anni in Italia, lo scrittore Nicolai Lilin. A fine giornata, sintetizza: «È come se Putin si fosse divertito a rinchiudere due ragni in un barattolo, per vedere chi l’avrebbe spuntata». Il terribile Prigozhin? Una creatura dei servizi segreti, selezionato già all’epoca in cui era un galeotto, condannato per rapina. Tirato fuori dal carcere e incaricato di condurre operazioni pericolose, ma di rilevanza strategica.

LILIN: VINCE PUTIN

Oggi, la Wagner rappresenta il braccio armato della nuova proiezione geopolitica russa: in Africa, per esempio. Un asset fondamentale: «Attraverso la Wagner, Mosca controlla risorse fondamentali: metalli preziosi, terre rare, materie prime che rappresentano il futuro della tecnologia mondiale». Sottolinea Lilin: c’è in ballo un mare di soldi. E di potere, a livello planetario. Impossibile credere che Mosca sia davvero ostaggio della sua creatura: eliminabile in qualsiasi momento. E magari – come pare – destinata a lasciare la madrepatria, per stabilirsi in Bielorussia.

«Domani, Prigozhin potrebbe anche abbandonare la guida della Wagner: a contare è la compagnia, non lui. E le persone in grado di sostituirlo non mancano di certo». Grande teatro, dunque? Sembra proprio di sì, secondo Lilin: «Shoigu e Gerasimov sembrano dirigere le forze armate, formalmente. Ma in realtà è Putin a parlare in prima persona con i generali operativi. Ha il pieno controllo della sua personale “verticale del potere”, composta solo da uomini fidatissimi».

DECLINA L’OCCIDENTE

Sullo sfondo, pare, ci sarebbero proprio le delicatissime elezioni del 2024. E il futuro di Putin potrebbe essere decisivo: da oltre un anno, la Russia si è messa alla testa del cartello mondiale che sta letteralmente provocando la frana storica del potere criminale basato sul dollaro. Decine di paesi (i maggiori produttori di energia e materie prime) stanno facendo la fila per entrare nei Brics, l’alleanza trainata – oltre che da Mosca – dalla Cina e dall’India, che ha appena decuplicato l’importazione di petrolio russo.

Da quando Mosca è stata colpita dalle sanzioni occidentali, infatti, la sua economia ha preso il volo. Volevano isolare il Cremlino? Lo hanno trasformato nell’ipotetica guida carismatica di tre quarti del mondo: paesi ormai insofferenti, di fronte al racket finanziario dell’imperialismo anglosassone. Un potere oggi ancora più pericoloso proprio perché declinante, e con precedenti scandalosi. Atlantismo genocida e stragista, specializzato in guerre atroci e regolarmente innescate da sanguinose menzogne, a partire dall’11 Settembre.

MORTE ALL’UOMO NERO

Certo, Putin non può temere di subire un ulteriore danno d’immagine, rispetto alla platea dei gangster occidentali che erano già arrivati a trasformarlo subito in un fuorilegge, almeno per il grottesco Tribunale dell’Aja. Per capire l’aria che tira, da queste parti, basta dare un’occhiata alle parole di Giuliano Ferrara, sul “Foglio”, a commento dell’apparente tentato golpe. Titolo: “La favola nera della Russia, un paese in mano a bande di ladri e macellai”.

La rivolta del “cuoco di Putin”, scrive Ferrara, dimostra inequivocabilmente che quel paese è nelle mani di una cricca di farabutti. Il fondatore del “Foglio” (un uomo che ammise di aver lavorato segretamente per la Cia, a insaputa dei suoi “compagni” del Pci) ora finge di credere alle sparate di Prigozhin. «In cuoco veritas. Ha detto che nessuno minacciava la Russia prima del 24 febbraio in cui duecentomila poveracci con le pezze al culo furono indotti a invadere e occupare l’Ucraina. Non c’erano nazisti in circolo. Non c’era una vera guerra nel Donbass. Non c’era niente da smilitarizzare alla frontiera per difendere la patria dall’Occidente e dalla Nato».

LE FROTTOLE NATO

Fin qui, come al solito, le note di Radio Londra. Puro manicheismo livido, per criminalizzare l’Uomo Nero e disinformare, all’infinito, il povero lettore occidentale, a cui l’élite è arrivata a far credere di tutto, ultimamente. La micidiale pericolosità del virus incurabile. L’infallibile dote salvifica dei sieri. La leggenda climatica gretina, fabbricata per propiziare la palingenesi finanziaria dell’elettrico. E infine – ovviamente – la necessità della guerra santa contro l’Impero del Male.

Veri e propri fenomeni, gli stregoni della disinformatsija nostrana: a inscenare il negoziato risolutivo con il ribelle Prigozhin sarebbe stato il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko, che i nostri media – qualche settimana fa – avevano dato per morto, o comunque in fin di vita all’ospedale. Morto (da almeno un anno) doveva essere lo stesso Putin: punito come meritava, da un tumore incurabile.

COLPO DI STATO TEATRALE

Questa è in realtà la situazione: la nostra percezione dei fatti, probabilmente, resta sempre lontanissima dalla verità. Anche lo Zar Vladimir – come i suoi antagonisti occidentali, che vivono di frottole – stavolta si è preso gioco di tutti per regolare faccende interne e riposizionarsi in vista delle elezioni? Rischio calcolato: quanto peserebbe, tra i russi, la scoperta dell’eventuale messinscena? E poi: quanto conta davvero, Putin, nei grandi piani del mondo a venire?

Perché la vera partita, epocale, pare essere proprio quella: la fine dell’assetto psico-geopolitico per come lo pensavamo, cioè “inevitabilmente” a guida occidentale (dittatura finanziaria). Il Donbass? Un semplice casus belli, evidentemente, al netto delle legittime ragioni territoriali russe: popolazione civile russofona presa a cannonate per otto anni, proprio dai battaglioni neonazisti che oggi Giuliano Ferrara presenta come soggetti immaginari.

IL MOSSAD SUL LAGO MAGGIORE

Che cosa sta succedendo, quindi? Si stanno forse dipanando le premesse della “combinazione a lungo termine” evocata da Koreshkov, di cui non possiamo conoscere gli esiti? Al limite, siamo in grado di annotare certe stranezze. Come il battello colato a picco nel Lago Maggiore, con a bordo un super-agente del Mossad, proprio di fronte alle ville dei miliardari russi (vicini a Putin) di stanza sul Verbano.

Mossa numero uno: qualcuno ha forse voluto sabotare un tentativo negoziale, serio e riservatissimo, magari intrapreso da Israele per arrivare almeno a una tregua, in Ucraina? A strettissimo giro: affondata in Italia l’imbarcazione con gli 007, il “ventriloquo” Prigozhin ha iniziato a strillare contro i vertici militari di Mosca. Fino all’incredibile show del 24 giugno, non ostacolato dalle forze armate federali.

DIETRO L’APPARENZA

Una recita perfettamente interpretata o, invece, guastata da imprevisti? La faccia tesa di Putin, al mattino: la denuncia del tradimento e la promessa della punizione. Cuore della giornata: il gran falò del sole, il rombare dei mezzi della Wagner lungo l’autostrada per Mosca. E poi il finale a sorpresa: il jolly (la Bielorussia) e la repentina impunità concessa ai rivoltosi, dopo aver messo la capitale in stato d’assedio schierando addirittura le forze speciali.

Miracoli di San Giovanni. Era il Il 24 giugno 1717 quando le quattro principali logge massoniche londinesi diedero vita alla Gran Loggia di Londra e Westminster. Nasceva la massoneria moderna, “speculativa” e più prossima al potere. Redattori dei nuovi statuti della “libera muratoria”, un paio di grembiulini eccellenti: due religiosi cristiani, i pastori protestanti James Anderson e John Theophilus Desaguliers.

COINCIDENZE MASSONICHE

Nel libro “Massoni” (Chiarelettere, 2014), Gioele Magaldi – vantando il possesso di migliaia di documenti – presenta Vladimir Putin come un raffinato esoterista. Testualmente: milita da decenni, insieme alla stessa Angela Merkel, nella superloggia “Golden Eurasia”. Una delle tante strutture super-massoniche sovranazionali che, secondo Magaldi, sovrintenderebbero alle grandi decisioni dei governi.

La massoneria – ricorda lo stesso Grande Oriente d’Italia – festeggia il giorno di San Giovanni Battista perché simboleggia il fuoco che illumina il lavoro degli uomini. Il solstizio d’estate apre un nuovo anno solare: idealmente, un nuovo ciclo di eventi. Nel simbolismo liberomuratorio medievale, il Battista è anche collegato al gallo: l’uccello che canta annunciando l’alba, la luce dopo le tenebre.

Anticamente – scrive sempre il Goi, nelle sue pagine istituzionali – era diffusa la credenza che il sole, nel giorno in cui cambia orientamento, possa rendere la Terra più vulnerabile: da qui il culto di Giano, protettore bifronte. Bicipite, proprio come l’aquila imperiale russa. E forse, come la sottigliezza di Putin: gran maestro di strategie, tra gli enigmi di questo memorabile frangente della nostra storia.

GIORGIO CATTANEO

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