Lettera di Marco Rizzo et al. al Presidente della Repubblica sul vulnus elezioni europee. 
da Democrazia Sovrana Popolare
——— Illustrissimo Sig. Presidente della Repubblica, Onorevole Sergio Mattarella,
——— con grande rammarico e lucida speranza ci rivolgiamo a Lei in qualità di garante della Costituzione e, dunque, dei princìpi propri della democrazia nel nostro Paese, per portare alla Sua attenzione le gravissime vicissitudini normative che si sono susseguite negli ultimi mesi, riguardanti il procedimento elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo.
Come noto, infatti, in vista delle elezioni che si svolgeranno nel mese di giugno, le forze di Governo, d’accordo con pressoché tutto l’arco parlamentare, hanno modificato la legislazione che regola l’iter elettorale e le regole del gioco, in spregio non solo del rispetto dei più basilari principi di correttezza e lealtà che dovrebbero essere propri di qualsiasi forza politica istituzionale degna di essere chiamata tale, ma soprattutto della Costituzione stessa, nonché della normativa e della giurisprudenza dell’Unione europea, ed in particolare del Codice della buona condotta in materia elettorale adottato nella Commissione di Venezia nel 2003 e delle pronunce che ne sono derivate.
Di seguito elencheremo brevemente le modifiche apportate alla disciplina delle elezioni europee negli ultimi mesi, soffermandoci sui punti di tensione con i principi costituzionali ed europei:
Con un emendamento al disegno di legge di conversione del D.L. n. 7 del 2024, a metà febbraio 4 senatori del partito Fratelli d’Italia hanno proposto la modifica della norma che prevede le condizioni necessarie per avere l’esonero dall’obbligo di raccolta di firme per la candidatura alle elezioni europee. Fino ad allora, infatti, l’art. 12 della legge 18/1979 sulle elezioni europee prevedeva che potessero essere esentati dalla raccolta i partiti già presenti in parlamento italiano, i partiti italiani già presenti al Parlamento europeo, ed infine i partiti italiani che avessero accordi con partiti europei  già presenti al parlamento europeo. Tale formulazione (in vigore da ben 10 anni) consentiva dunque alle forze che godevano di fondati e provati rapporti internazionali di candidarsi direttamente alle elezioni europee, senza subire l’insostenibile ed iniqua (poi spiegheremo perché) “punizione” della raccolta firme.
Tuttavia, come anticipato, l’emendamento di Fratelli d’Italia – presentato solo 3 mesi e mezzo prima delle elezioni – ha cambiato le regole del gioco a gioco già iniziato ed inoltrato, abrogando la parte della norma che permetteva l’esonero in forza dell’accordo con partiti politici europei già rappresentati. Con ciò escludendo in corsa alcuni partecipanti, che NON avevano affidato alla raccolta firme la possibilità di partecipare alle elezioni, consapevoli della normativa vigente che gli avrebbe permesso di evitarla.
L’intervento dell’emendamento, come è di facile comprensione, ha quindi non solo cambiato le carte in tavola in maniera totalmente scorretta solo a poche settimane dal voto, ma ha inficiato anche la raccolta delle firme (alla quale i partiti interessati sono stati poi obbligati) privandoli della possibilità di cominciarla in tempo e di svolgerla per tutti i mesi disponibili.
Intenzionati probabilmente a mansuefare l’indignazione delle forze politiche che si sono viste, in maniera del tutto incostituzionale, buttate fuori dalla gara per una regola introdotta dopo il “colpo di pistola” d’avvio, i parlamentari hanno allora deciso di modificare nuovamente la disciplina elettorale, questa volta a metà marzo.
L’intervento è avvenuto con un altro emendamento in sede di conversione del decreto elezioni, con cui è stato dimezzato il numero di firme necessarie per la presentazione alle elezioni europee (sic!). Ebbene, tale intervento normativo, oltre a non colmare in alcun modo il grave pregiudizio causato dall’emendamento sull’esonero firme, ha spiazzato tutte le forze politiche che erano intenzionate a partecipare alla competizione europea ma che, vista l’insensata assurdità del numero di firme da raccogliere (prima del dimezzamento, erano addirittura 150.000 su tutto il territorio nazionale, di cui 30.000 in ogni circoscrizione ed almeno 3.000 in ogni regione, anche le più piccole), avevano rinunciato in partenza a tentare l’impresa.
Tutto ciò detto, intendiamo soffermarci brevemente sull’antidemocraticità della normativa sulla raccolta delle firme, e su tutti i profili di incostituzionalità che essa presenta, e che certamente saremo lieti di portare all’attenzione del Giudice Costituzionale e delle Corti europee qualora ne avessimo l’opportunità.
L’obbligo di raccolta delle firme, così come disciplinato dall’art. 12 L. 18/1979, costituisce anzitutto un irragionevole sbarramento all’ingresso, che se sommato al 4% di voti validi come minimo necessario per eleggere almeno un parlamentare, uccide sul nascere qualsiasi nascente o neonata formazione politica, che magari viene censurata dai media nazionali fuori dai periodi in cui vige la par condicio perché si fa portatrice di idee politicamente innovative e forse scomode (ma legittimamente esprimibili in una democrazia moderna), favorendo e “blindando”, così, il ceto politico già istituzionalizzato. Con l’assurdità di permettere l’esonero a forze politiche che notoriamente non avrebbero la forza territoriale di raccogliere le firme necessarie ma che, avendo anche solo un rappresentante in Parlamento, lì sono e lì sono nelle condizioni di rimanere senza sforzo.
In secondo luogo, la distribuzione delle firme necessarie (per non parlare del numero) risulta assolutamente sproporzionata, irragionevole, ed in palese contrasto con il principio di uguaglianza, che impone di trattare in maniera uguale due situazioni uguali e di non trattare in maniera uguale due situazioni diverse. Si pretende, infatti, che le firme raccolte siano equamente distribuite in tutte le regioni italiane, senza che a nulla rilevi la consistente differenza numerica di popolazione e di aventi diritto in ciascuna di esse, a dispetto di ogni criterio di proporzionalità. Si pensi, ad esempio, che in regioni con 120 mila abitanti e 100 mila aventi diritto è obbligatorio raccogliere lo stesso numero minimo di firme (prima della modifica 3.000 a regione, oggi 1.500!) che in regioni che hanno 10 milioni di abitanti e 8 milioni di aventi diritto (un rapporto di 1 a 90).
Ciò basta, da solo, a rendere l’idea dell’antidemocraticità del sistema, che si fonda peraltro sulla presunzione (molto probabilmente falsa) che i partiti già presenti in parlamento, sarebbero potenzialmente in grado di affrontare la raccolta firme ad occhi chiusi e che quindi non hanno più bisogno di dimostrare la propria capacità rappresentativa.
Desideriamo peraltro, in conclusione, segnalare che la già complessissima raccolta delle sottoscrizioni, viene oltremodo osteggiata dall’assenza di previsione di una piattaforma pubblica che permetta di raccogliere firme online, possibilità promessa e mai realizzata da governi di ogni segno e che invece vige (seppur con piattaforma privata a pagamento) per l’iter referendario. La raccolta fisica delle firme, inoltre, viene arbitrariamente preclusa da numerosi comuni italiani, tra cui ad esempio Torino e la capitale Roma.
Per tutti questi motivi, Illustrissimo Presidente, confidiamo in un Suo decisivo intervento, nella Sua duplice veste di custode della Carta Costituzionale e di Capo del Consiglio Superiore della Magistratura, che ripristini il rispetto della Carta Costituzionale, e della normativa e giurisprudenza dell’Unione europea, che hanno più volte ribadito che gli elementi fondamentali del diritto elettorale non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione, o dovrebbero essere legittimati a livello costituzionale o ad un livello superiore a quello della legge ordinaria.
Certi della Sua attenzione, Le porgiamo i più distinti saluti.
Roma, 12 aprile 2024
 per Democrazia Sovrana Popolare
  • On. Marco Rizzo
  • Dott. Francesco Toscano
  • Dott. Antonello Cresti

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