La cosiddetta “Commissione del 6 gennaio“ voluta fortemente dalla speaker della camera Nancy Pelosi, è stata formata soprattutto, a suo dire e secondo la stampa ufficiale, per investigare colpevoli e colpe relativi ai fatti avvenuti il giorno 6 gennaio 2021, giorno in cui sarebbero stati certificati i voti dei grandi elettori, mentre all’esterno del Campidoglio dì Washington DC una enorme folla stava partecipando ad una manifestazione al grido di Stop The Steal organizzata dal presidente Trump, a tutti gli effetti in quel momento ancora in carica.

Cosa sia realmente avvenuto in quella data sta cominciando a trapelare solo dopo quasi un anno, quando timidamente si è fatta strada l’ipotesi che la polizia avesse di fatto facilitato e diretto sapientemente il finto assalto come abbiamo visto accadere mille volte in giro per il mondo.
Tuttavia, nonostante la dinamica dell’evento nonché le responsabilità dello stesso siano state fortemente ridimensionate, i democratici americani, in una mossa soprattutto politica, hanno in ogni modo e ad ogni costo voluto mandare avanti la commissione.

Lo stesso Attorney General Merrick Garland ha più volte fatto intendere di aver subito enormi pressioni affinché la questione si concretizzasse.

C’era un piccolo problema però: chi portare davanti ad un giudice a testimoniare come colpevole. Trump, il loro vero grande obiettivo, era già uscito di scena poiché risultato innocente dopo il secondo impeachment subito proprio in relazione agli eventi sopra citati. Quindi, chi cercare? Non potendo più colpire lui direttamente,  hanno visto bene di coinvolgere i suoi collaboratori più stretti, e di più lunga data , tra cui ricordiamo Daniel Jr Scavino, Mark  Meadows, Kash Patel e appunto Steve Bannon, che molti conoscono soprattutto come autore e conduttore del programma War Room. Bannon, che era anche stato responsabile della campagna elettorale di Trump, nonché stratega della Casa Bianca, era stato chiamato a presentarsi davanti alla commissione già giovedì della settimana scorsa, impegno che tuttavia non ha onorato. In seguito a questo un Grand jury federale ha messo in stato di accusa l’uomo per la mancata apparizione davanti alla commissione come richiesto e per oltraggio al congresso. Per dovere di cronaca ricordiamo che Bannon non solo non era fisicamente presente il 6 gennaio al Campidoglio, ma pare non avere alcun effettivo  legame con l’organizzazione dell’evento.

Di nuovo quindi, anche in questo caso pare davvero confermarsi l’ipotesi di mossa politica, di una vera e propria caccia alle streghe, come anticipato,  più che di un vero e proprio dovere istituzionale. Solo ieri comunque  Steve Bannon ha deciso di presentarsi davanti al giudice e discutere delle accuse a lui rivolte. Il suo arrivo sul luogo è stato ripreso in diretta così come anche il suo ingresso dal giudice. Oltremodo interessanti le sue dichiarazioni. Guardando dritto in camera dice “quello che sentite intorno è soltanto rumore. Focalizzatevi sul segnale e lasciate perdere il rumore “, intendendo per rumore tutto ciò che stava accadendo intorno, domande dei giornalisti, speculazioni, false accuse.

Uscendo dalla corte, dopo che il giudice non ha ravvisato motivo per cui trattenerlo prima del processo, ha poi precisato “se la sono presa con il tipo sbagliato”, e “ora è il momento di attaccare, attaccheremo il regime di Biden fino a farlo cadere. Siamo stanchi di giocare in difesa”, e ancora “Nancy Pelosi sta affrontando Donald Trump e Steve Bannon e comunque dovrebbe chiedere a Hillary Clinton come è andata a finire per loro”.

Sicuramente il processo di Bannon riserverà grandi sorprese che vanno oltre la semplice questione del 6 gennaio e non vi è alcun dubbio che qualcuno ne uscirà con le ossa rotte. Secondo quanto detto della Clinton, pare che qualcuno abbia già affrontato la “furia del contrattacco”. Ipotesi, vero, ma sicuramente parte di una situazione da tenere sott’occhio.

MARTINA GIUNTOLI

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