Il 27 ottobre del 1962 moriva Enrico Mattei in un incidente aereo nei pressi di Bascapè, un piccolo comune della provincia di Pavia.

Il velivolo a bordo del quale volava ebbe un’avaria in seguito ad un sabotaggio.

Un ordigno posizionato sul piccolo aereo che stava tornando a Milano da Catania molto probabilmente lo fece esplodere in volo.

Gli abitanti del luogo ricordano perfettamente la fiammata in cielo e poco dopo videro l’aereo precipitare nelle campagne di Bascapè.

Enrico Mattei, il grande patriota visionario, con la sola colpa di aver amato troppo il suo Paese, non fu l’unica vittima dell’incidente.

Ben altri due uomini lo seguirono nel tragico destino.

Insieme a lui infatti persero la vita il pilota, Irnerio Bertuzzi, e William McHale, un giornalista statunitense che doveva scrivere un articolo sul patriota marchigiano.

Ma chi era Enrico Mattei e perché fece una fine così violenta? A chi conveniva che sparisse?

Mattei nacque nelle Marche nel 1906 da una famiglia di forti principi e dedita al sacrificio, stessi valori che egli mostrerà poi durante la sua esistenza da uomo prima ancora che da imprenditore.

All’età di vent’anni si diplomò come ragioniere nella stessa azienda dove aveva avuto il suo primo impiego come operaio.

In seguito mise a frutto le sue capacità di relazione e di vendita, diventando un bravissimo agente di commercio nel settore chimico, tanto che divenne fornitore delle forze armate.

In gioventù partecipò alla compagine della Resistenza antifascista italiana da partigiano bianco, ovvero di estrazione cattolica.

Il suo ruolo al vertice delle organizzazioni partigiane crebbe al punto che fu uno dei sette esponenti del Cln a capo della manifestazione nella liberazione di Milano.

Il suo amore per la patria e per valori come giustizia ed equità continuarono a fare la differenza nel dopoguerra.

Fu parlamentare della Democrazia Cristiana dal 1948 al 1953.

E prima ancora, soli tre giorni dopo la Liberazione, era il 28 aprile 1945,  ebbe l’incarico di commissario liquidatore dell’Agip, l’ente statale italiano preposto all’estrazione, lavorazione  e distribuzione dei petroli.

Mentre l’incarico attribuitogli si limitava alla liquidazione e successivamente alla chiusura dell’azienda, Mattei intravide la potenzialità dell’ente.

Invece di mettere i sigilli ai rubinetti e abbassare la serranda, l’Agip in poco tempo divenne una risorsa di estreme utilità e importanza per il nostro Paese.

Si poteva gestire il nascente mercato del gas e realizzare metanodotti anziché liquidare l’azienda.

In questo modo sarebbe stato possibile posizionarsi tra coloro che, invece di subire il mercato dell’energia, ne divenivano protagonisti.

Fin da subito, proprio per questo Mattei divenne bersaglio del malcontento dei vertici statunitensi.

Il governo di oltre oceano desiderava che l’Agip chiudesse senza condizioni e arrivò addirittura a offrire somme generosissime per acquistare i macchinari in disuso.

La cosa, invece di allettare Mattei, lo insospettì ancora di più. Fu proprio a quel punto che decise di investire risorse e tempo nel progetto Agip.

Contemporaneamente iniziò la persecuzione di Mattei e della sua famiglia. L’8 luglio del 1945 la Guardia di Finanza chiese il sequestro dei suoi beni.

L’uomo non si perse d’animo e temporeggiò prima di consegnare i libri contabili, ma scoprì ben presto quale fosse il vero problema.

Tutta la questione nasceva dalle concessioni che in Italia erano a quasi esclusivo appannaggio statunitense: tenere aperta l’Agip significava pestare i piedi agli Usa.

Di fatto, liquidando l’Agip, Mattei avrebbe al contrario consegnato il Paese definitivamente nelle mani degli Usa, cosa questa che non avrebbe mai potuto accettare.

Secondo schemi intimidatori ormai noti, cominciarono a circolare dossier su Mattei ad opera dei servizi segreti Usa, che lo dipingevano come simpatizzante comunista e quindi da attenzionare.

Il pericoloso marchigiano “filo comunista” quindi venne allontanato dai vertici, e si concesse agli americani di usufruire di studi e lavori effettuati a spese dello Stato italiano nel periodo pre bellico.

Ignorando le pressioni degli Usa, Mattei giorno dopo giorno dimostrò con determinazione che il Paese poteva essere energeticamente libero.

Nel 1952 creò l’Eni, Ente Nazionale Idrocarburi, per poi far nascere sei divisioni della stessa: Agip, Snam, Anic, Liquigas, Nuovo Pignone e Romsa.

Ogni divisione aveva un preciso compito all’interno della struttura: da qui il celeberrimo logo Agip con il cane a sei zampe.

Mattei, preoccupato per la richiesta di petrolio costantemente in ascesa per autovetture e industrie, provò a chiedere alleanza al cartello delle sette sorelle statunitensi, ma senza esito positivo.

Si accordò quindi con l’Iran, fondando la Sirip.

L’opinione pubblica amava questo uomo temerario, questo essere gentile, semplice ma libero e testardo che non accettava di lasciare il destino del proprio Paese in mano ad altri.

I colloqui falliti con le sette sorelle infatti non scoraggiarono Mattei che nel frattempo fondò un quotidiano, Il Giorno, ufficiale mezzo di comunicazione del gruppo.

Non solo.

L’uomo dell’Eni decise di affinare la ricerca dei propri interlocutori, nuovi partner che trovò in Medio Oriente, eliminando definitivamente dalla lista gli statunitensi.

Persia, Egitto, Libia, Tunisia, Marocco, tutti Paesi che trovarono in Mattei dialogo e desiderio di collaborazione per il bene comune.

Tutto questo fece di Mattei un uomo molto importante ma anche molto pericoloso per gli Stati Uniti, che negli anni gli comunicarono a più riprese che il loro potere sulla penisola doveva necessariamente passare anche dal controllo sull’energia.

La sua battaglia, seppur combattuta con il cuore, sarebbe quindi stata a scadenza, come facile da immaginare.

Il marchigiano più importante della storia pagò sulla sua pelle la sua temerarietà e il suo coraggio.

Mattei era un uomo libero che amava il proprio Paese e che voleva vederlo crescere e prosperare a beneficio di tutti.

Tuttavia, come anticipato, i suoi sogni si infransero il 27 ottobre 1962, esattamente 60 anni fa, nelle campagne in provincia di Pavia.

Le inchieste che vennero condotte dopo la sua morte, in particolare quella del 1962-1966, non condussero a granché. La precisa collocazione dei resti e le testimonianze raccontavano invece chiaramente di una deflagrazione in aria.

L’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti, aveva messo in piedi una commissione d’inchiesta in collaborazione con Felice Santini, uomo di fiducia dei servizi segreti americani.

Addirittura, il giudice ebbe a dire che molto probabilmente si trattava di un eccessivo affaticamento del pilota o di una sua delusione amorosa, che lo aveva reso particolarmente ansioso.

E viste le premesse, non poteva uscire qualcosa di diverso dalle indagini.

Anche la riapertura del caso tra il 1994 e il 2004 portò ad un nulla di fatto, solo a ricostruzioni e speculazioni ma non ad individuare un preciso colpevole.

Oggi, a sei decadi da quel triste giorno, Giorgia Meloni ha ricordato Enrico Mattei nel suo discorso di insediamento, come “un grande italiano che fu artefice della ricostruzione post bellica.”

Non solo. La neo premier propone di seguire quello che definisce “il piano Mattei per l’Africa”, promuovendo una stretta collaborazione tra Unione Europea e appunto Africa.

Se n’è parlato durante il nostro approfondimento serale Dietro il Sipario del 25 ottobre 2022. Nel video allegato a questo articolo, uno spezzone dell’intervento di Enzo Pennetta:

Dentro Giorgia Meloni ci sono due persone. Non puoi ricordare Enrico Mattei, un uomo che voleva la libertà e voleva uscire dalla Nato, e poi contemporaneamente affermare che sarai fedele alla Nato e ai diktat atlantici. In una delle due occasioni stai mentendo.

Come risolvere questa palese contraddizione individuata dal nostro ospite? Tertium non datur, in uno dei due casi non si sta dicendo tutta la verità.

E da patrioti quali siamo, speriamo non si sia scelto di mentire all’Italia.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 

 

 

 

 

 

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