Il 19 luglio di 30 anni fa esatti  Paolo Borsellino perdeva la vita insieme a cinque degli agenti della sua scorta in via Mariano D’Amelio a Palermo in un attentato dinamitardo. Era un pomeriggio d’estate, una domenica come tante, e in un raro momento dedicato alla famiglia il magistrato si stava recando a trovare la madre. Appena prima delle ore 17,  una 126 rossa imbottita di esplosivo e collocata preventivamente sul posto fu fatta saltare in aria.

E così fu scelta la fine per Borsellino e la sua scorta, a soli 57 giorni da quella scelta per l’amico e collega di una vita Giovanni Falcone.

Sopravviverà all’attentato soltanto uno degli agenti, Antonino Vullo, il quale stava parcheggiando una delle auto della scorta nel momento esatto della deflagrazione. Oltre ai diretti interessati, ben altre 23 persone rimasero ferite nelle zone circostanti.

L’attentato a Borsellino fa parte di quella che é poi stata definita come la stagione delle bombe dei primissimi anni Novanta italiani, di cui ricordiamo anche la strage di Capaci, di via dei Georgofili, e le morti o le scampate morti di altri personaggi politici e culturali dell’epoca.

Un momento molto particolare per gli strani ed intricati rapporti tra stato e mafia, che in seguito, se saputi leggere, a tratti in maniera distaccata e disillusa, diranno moltissimo sulla reale natura dei mandanti e dei moventi degli atti terroristici.

La strage di via D’Amelio fu il giorno stesso rivendicata con una telefonata dalla cosiddetta Falange Armata, un’associazione eversiva che prima e dopo verrà affiliata ad altri attentati e nota per il motto

 “Il terrorismo non è morto, vi faremo sapere poi chi siamo”

A dire il vero, dopo i primi tempi si cominciò a ritenere che la Falange Armata altro non fosse che un nome di comodo cui associare delitti che nessuno avrebbe mai rivendicato, o comunque una sigla falsa probabilmente utilizzata per depistare gli inquirenti. Troppi, infatti, e troppo diversi, sarebbero stati gli eventi riuniti sotto questo nome, senza tuttavia che fossero accomunati da alcun filo logico.

In seguito alla strage di via D’Amelio, il decreto antimafia “Scotti-Martelli” ebbe immediata conversione in legge e si applicò il regime del 41 bis, ovvero il regime di carcere duro per moltissimi detenuti, circa 500. In contemporanea Giuliano Amato, allora Primo Ministro, inviò circa 7000 uomini dell’esercito in Sicilia a presidiare gli obbiettivi ritenuti sensibili, con l’operazione Vespri Siciliani.

Si concretizzava quindi con il biennio delle bombe l’ideale prosecuzione degli anni di piombo del decennio 1970-80, e con questo il rimodellamento in chiave moderna (ma concettualmente molto simile all’originale) della ben nota strategia della tensione.

Cosa si celava poi dietro a quel nome se non una strategia del potere esclusivamente volta a destabilizzare la politica italiana? Rendere instabile ed illusorio il concetto di democrazia e di sicurezza avrebbe portato inevitabilmente ad un progressivo rafforzamento delle forze istituzionali, un processo al contempo accettato e ritenuto necessario dal popolo che lo avrebbe anzi richiesto e accelerato nella sua attuazione.

Nulla di nuovo, quindi. Una strategia che da lì in poi il potere imparò ad utilizzare benissimo con il trascorrere degli anni, pur con etichette ed abiti diversi, ma con finalità molto molto simili.

La consapevolezza di queste dinamiche ha portato il giornalista Paolo Mondani in una puntata di report a rivelare al pubblico che molto probabilmente la lettura che all’epoca e poi per anni si é fatta di quella strage, e allo stesso modo di quella di Capaci, fosse assolutamente fallace.

Gli spunti investigativi che vengono mostrati e soprattutto raccontati dai testimoni dopo 30 anni orientano le vicende verso la direttrice stato-mafia. Al momento della sua morte, infatti, lo stesso Giovanni Falcone stava indagando proprio su queste piste alternative, le piste che ridefinivano lo Stato non solo come vittima degli attacchi di mafia e terrorismo, ma come protagonista e mandante vero e proprio degli stessi.

La stessa amara indagine che stava seguendo anche Paolo Borsellino al momento della sua morte, la triste presa di coscienza che quel nemico che cerchi ardentemente per anni fuori casa, vive invece con te, al tuo fianco, giorno dopo giorno.

Oggi a 30 anni esatti non si capisce se si chieda davvero la verità oppure il silenzio da parte delle Istituzioni, dato che chi prova a far domande continua a subire atti intimidatori e persecutori, come lo stesso Mondani in seguito alla trasmissione.

Tuttavia, c’è da credere che oggi più che mai, in questo preciso momento storico in cui si é visto quanto le istituzioni si sappiano allontanare dalla democrazia, e tenendo bene in mente che lo Stato é ed é stato spesso tutto tranne che un padre buono e accomodante che fa il bene dei propri figli, gli italiani forse sarebbero davvero pronti a sentire un’altra versione dei fatti.

Quindi, chi sa, parli.

MARTINA GIUNTOLI

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