Come già trattato su questa pagina in precedenti digressioni sul cinema anni 80, e sulla sua connaturata caratteristica di predittività, se non addirittura di chiaroveggenza, un altro film – La Zona Morta, di David Cronenberg, tratto da un romanzo riuscito di Stephen King, 1983 –, ci offre un viatico per la linea di faglia tra il sogno americano (ma ormai tutto il mondo è America) e la metamorfosi dello stesso, e un calzante affresco allegorico su quella trasformazione nell’incubo globalista, più che globale, la cui accelerazione esiziale stiamo subendo da due anni.

In breve, la trama: la vita normale di un giovane professore di letteratura, Johnny Smith (interpretato da uno strepitoso Christopher Walken), in una scuola nordamericana, viene sconvolta da un grave incidente che lo getta nel coma da cui riemerge miracolato dopo 5 anni. Tornato da un sonno senza sogni, il mondo in cui si risveglia è un mucchio di frantumi, con un amore perduto, un deserto emotivo e fisico col quale è durissimo confrontarsi. Ma il cambiamento non investe solo la sfera fisico-emotiva, bensì rivela l’acquisizione di un dono maledetto, un potere che gli consente attraverso il contatto fisico con le persone di predire il futuro e, in una certa misura, di cambiarne il corso.

Questo scurissimo e per certi versi pionieristico plot narrativo, che potremmo accostare al modello del romanzo di formazione, sebbene in una chiave di form-azione mostruosa, disfunzionale e inorganica al sistema, trova la sua curiosa peculiarità nell’esser calato da una sceneggiatura forte, cadenzata senza respiro, in un contesto eminentemente politico, laddove la politica diventa il centro universale dello scontro tra bene e male, un gorgo oscuro, sporco, dove si dispongono – proprio come oggi – le pedine di un ordine sociale eterodiretto e sovraordinato, un tourbillon di intrighi che presiedono all’intollerabile schiavitù del cittadino, ignaro – come sempre! –, di ciò che si agita sopra la sua testa e, ca va sans dire, la sua sfera percettiva.

Ed è così, che durante la campagna per le elezioni al seggio senatoriale, il protagonista veggente, attraverso una stretta di mano, “sente” lo spietato arrivismo di uno dei candidati – Greg Stillson (nel film impersonato da bravissimo Martin Sheen) –, carriera politica lastricata di crimini e ricatti, fino a visualizzare, in un giorno neanche lontano, tutta la violenza del candidato che, diventato presidente degli Stati Uniti, sua massima ambizione, si macchierà addirittura del lancio di missili atomici sull’Unione Sovietica. Il professore, eroe mostruoso, o antieroe mutante, deciderà allora di immolare la sua stessa vita (di fatto, verrà ferito mortalmente) per una causa più alta, vero e proprio sacrificio cristico, in una prospettiva, appunto, martirologica.

Ma questa zona morta, perimetro subliminale in cui si dispiega la veggenza, è appunto uno iato al di fuori del tempo ordinario, l’irrompervi dentro di un caos soprannaturale dotato di voce morale, che non solo gli permette di vedere nel futuro, ma perfino di agire al fine di scongiurare eventi infausti cambiandone l’esito.

“Una macchia vuota, una zona morta… non solo tu puoi vedere il futuro, tu puoi cambiarlo… vedi, quella è la tua zona morta, la possibilità di alterare e cambiare l’esito delle tue premonizioni.”

Il film attraverso la rappresentazione dell’immagine mentale, e delle sue ramificazioni emozionali, ci dice molto del potere trasformativo del pensiero come prodromo all’azione: il futuro è aperto e mutabile, sembra dirci, e l’unica via politica che abbia fine e senso è l’azione etica, prodotto di un lavorìo doloroso fatto di scelta e sacrificio, selezione e individuazione per diventare ciò che si è.

La pellicola descrive in modo esemplare la parabola di un politico (un affarista-squalo), che assurge dall’elemento particolaristico (in fondo Greg Stillson, potrebbe essere uno qualunque dei politici di professione, un guappo in ascesa tipico dei quartieri suburbani) ad una cifra più universale, quasi un archetipo della politica come mezzo più che fine, e dunque ne vediamo la figura paludata e indaffarata a stringere mani, a calzare l’elmetto operaio (simbolo del proletariato americano), a recitare la parte ora di un divenire popolo per assimilazione “empatica”, ora a spiccare efferate minacce al giornalista onesto, rovistando nell’armadio personale per tirarne fuori qualche scheletro. Insomma, scene appunto universali, alle quali la politica come arte della mediazione senza nessun fine se non l’approvvigionamento di mezzi, ci ha abituato.

Attraverso una doppia articolazione il film parla dunque a più livelli: sul versante della leggibilità spicciola, abbiamo un thriller soprannaturale, che vede agire un tipico antieroe alle prese con un grottesco parallelismo tra potere acquisito (incidente/crisi cui consegue un risveglio), e Potere politico. Mutatis mutandis, qui e ora l’equivalenza basica con il film è di certo rappresentata dal dramma cosmico della gestione (politica) della pandemia, mossa attraverso un’inconcepibile stretta autoritaria da parte di un Potere che tutto sembra agire, fuorché il bene comune, e dalla crisi coscienziale (la zona morta, appunto) o dissonanza cognitiva, di una società spaccata tra l’incapacità di concepire il male assoluto, calata com’è dentro la spirale del politicamente corretto (“lo fanno per il nostro bene”), e i prodromi di un risveglio di massa, nell’insuperabile polarizzazione di dominatori (élite) e dominati (tutti gli altri).

Sull’altro versante, il film allude, tramite l’onnipresente televisione, al ruolo dei media di massa sulle persone nelle moderne democrazie ad alta tecnologia, alla loro capacità nel ridurre all’obbedienza e a cambiamenti di stile massificati (immerse nei media-spazzatura, nel cibo-spazzatura, nella politica cripto-fascista, le persone sono costrette a vivere vite tossiche al grado minimo di consapevolezza), nel loop impazzito TV-consumo-morte. La televisione è presente ovunque nel film, dicevamo, e continua a modellare l’uomo medio americano con manipolazioni della realtà e conferenze stampa a orologeria, vere e proprie azioni di intolleranza verso un uomo, il protagonista, che sembra soffrire della sindrome di Cassandra. E proprio come sintomo di un primato mediale, Johnny (il protagonista) vive il fenomeno di un’assenza di coscienza attraverso l’estensione dei suoi sensi, nel cuore stesso dell’utopia mass mediale ormai incastonata nel suo corpo. Ma saranno paradossalmente proprio i media a regalare al protagonista un riscatto definitivo, quando durante il comizio conclusivo, mentre Smith starà per attentare alla vita di Stillson, immortaleranno il candidato presidente farsi scudo di un bambino. E a quel punto sarà troppo tardi, l’azione esecrabile ripresa, fotografata e riprodotta esponenzialmente da giornali e tv, decreterà il tramonto politico di Stillson, “sei finito, tu sei finito”, sussurrerà Smith, prima di esalare l’ultimo respiro, in un finale che, come già detto, sa di remissione e sacrificio cristico.

Ancora una volta l’aderenza con i fatti dei nostri giorni, è impressionante, con i bambini-scudo, bambini strumentalizzati e utilizzati come carne-politica, bambini in funzione soteriologica per vecchi da proteggere, troppo tarda e sospetta istanza di una politica ipocrita, che mai s’è interessata agli anziani, tradizionalmente invece da essa considerati sottoprodotti ormai esausti di una linea produttiva conclusa, e amen, senza troppi complimenti.

E non è forse pure cosa dei giorni nostri, la chiamata morale alla resistenza, al sacrificio di milioni di cittadini innocenti, incensurati, vittime ideologiche di un potere che distilla odio, che opera artatamente scissioni sul corpo sociale, disponendo dialetticamente Cittadini e cittadini, in un’allegoria lugubre di ciò che furono nella storia le discriminazioni più infami, qui nel cuore dell’operazione di un feroce “vivere pericolosamente”?

In una delle scene finali, dove il film giunge a strati sempre più fondi, il super(anti)eroe Smith chiede al dottore che lo ha recuperato dal coma: “se lei potesse tornare indietro nel tempo, in Germania, sapendo ciò che sa ora… Che cosa farebbe a proposito di Hitler?”

GIOELE VALENTI

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