La ricetta del Draghistan: meno servizi, più spese militari

Volete burro o cannoni? Ma cannoni, ovvio!, e anche 350 milioni di dosi di vaccino: a costo di tagliare altre prestazioni sanitarie. La riduzione a bonsai dei servizi che il Draghistan offre ai cittadini passa anche attraverso l’aumento delle spese militari.

Secondo i calcoli della rivista RID, specializzata nel settore della difesa, la spesa militare italiana è in netta crescita. Quest’anno è pari a 24,5 miliardi di euro: 1,6 miliardi in più rispetto alle previsioni per il 2020.

La cosiddetta “funzione difesa”, ovvero gli stanziamenti al netto di quelli destinati a Forestale, Carabinieri e le “funzioni esterne”, assomma a 16,9 miliardi contro i 15,4 del 2020. Essa comprende fra l’altro 4 miliardi dedicati all’ammodernamento degli strumenti militari. Questi ultimi si sommano ad altri 3,4 miliardi di euro dedicati quest’anno al procurement militare dal ministero dello Sviluppo economico.

Del resto, di aumentare le spese militari ce lo chiede la NATO, così come di passare sotto le forche caudine dei vincoli di bilancio ce lo chiede l’Europa, e il primo ministro attualmente in carica ha dichiarato che bisogna spendere molto di più in difesa di quanto fatto finora.

I risultati di questa politica si vedono (e ancor più si vedranno) con il Documento programmatico pluriennale 2021-2023 del ministero della Difesa, che contiene le priorità per lo sviluppo dell’apparato militare italiano.

La rivista Nigrizia si è spulciata le 258 pagine del documento e ha fatto un po’ di conti: uno shopping militare da 6 miliardi di euro; una lista della spesa lunghissima che comprende elicotteri multiruolo, aeromobili a pilotaggio remoto (altrimenti conosciuti come droni), veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre, ampliamento dei sistemi missilistici…

Con sei miliardi di euro si costruiscono 120 asili nido o si attrezzano 750 mila posti in terapia intensiva. Cosa ce ne facciamo, di tutte quelle armi, quando invece servono asili ed ospedali? L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, eppure ci spende quel crescente mare di soldi.

Un mare crescente di soldi di fronte al quale si leccano i baffi le grandi imprese specializzate nella produzione di armi, così come Big Pharma non può che accogliere con rumorose fusa i quattro miliardi spesi dal Draghistan in dosi di vaccino sufficienti per siringare sei volte a testa ciascuno degli italiani.

Un altro segno che lo Stato si è ridotto al ruolo di smistatore di soldi pubblici – soldi nostri – ai potentati economici. Rinuncia a fornire servizi utili ai cittadini e paga altri perché li forniscano: anche se si tratta di servizi davvero di dubbia utilità.

DON QUIJOTE

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