Lunedì 27 giugno 2011. Chiomonte, valle di Susa. Vigneti abbarbicati alla montagna. Tra i filari alpini, un migliaio di militanti dietro le loro barricate improvvisate. E là in alto, nel prato sovrastante trasformato in accampamento, un pugno di giornalisti. I ragazzi del “Fatto Quotidiano”, giovanissimi. E i reporter ben più navigati della “Stampa” e del “Corriere”: stranamente attrezzati per la “guerriglia”. Caschetti, foulard, mascherine, bottiglie d’acqua. Limoni da usare per contrastare gli effetti degli eventuali lacrimogeni.

In mezzo a loro, mescolato tra i militanti NoTav, anche un veterano di settant’anni: Giulietto Chiesa. Il primo a sapere dello sgombero. Volato lassù da Roma, così com’era vestito: mocassini, anziché scarponi. Non esattamente l’ideale, poi, per arrampicarsi lungo l’unica via di fuga lasciata ai dimostranti: un ripidissimo sentiero di montagna. Percorso in fila indiana dai NoTav, braccati anche dal cielo: lacrimogeni sparati persino dall’elicottero, in mezzo al bosco.

LA LEZIONE DI GIULIETTO CHIESA

La lezione: esserci, comunque e sempre. Nel cuore della storia. Come quella volta nel 1991 a Mosca, durante il tentato golpe contro Gorbaciov. Prima e unica conferenza dei golpisti, in mondovisione. Tutti a chiedere al loro portavoce, Gennadij Janaev, in quali condizioni di salute si trovasse l’uomo della Perestrojka, dato per malato e invece recluso nella sua dacia sul Mar Nero. Impallidirono, il golpisti, quando toccò a Giulietto Chiesa. La domanda: e lei, piuttosto? Lei come si sente, signor Janaev?

Giulietto Chiesa, ovvero: la verità, ovunque. La ricerca – a qualsiasi costo – della verità più scomoda. Un anno intero a parlare del giallo di Cogne, con tanto di plastici nel salotto di Bruno Vespa? Serviva a non parlare di tante altre cose. Per esempio della guerra in corso in Cecenia. Ah, sì: la guerra santa dei poveri indipendentisti ceceni contro i cattivi russi? No, signori: la guerra sporca organizzata direttamente dal Cremlino, per inscenare la secessione cecena.

LA VERA GUERRA IN CECENIA

Giulietto Chiesa in un’affollata conferenza, con in mano un foglio: vedete, sono tabulati telefonici. Riportano le telefonate con cui – su ordine di Eltsin – il suo braccio destro, l’oligarca Boris Berezovskij, chiese al loro uomo in Cecenia (Shamil Basaev, già colonnello del Kgb) di reclutare una milizia e attaccare a freddo le caserme dell’esercito federale russo, nel Caucaso. Armi e denaro: il Cremlino avrebbe fornito tutto l’occorrente.

E perché organizzare un atroce conflitto interno, inventando il cruento separatismo ceceno? Movente banalissimo: elettorale. I sondaggi davano Eltsin praticamente sotto zero. Il piano: risalire la china, ricorrendo a un trucco. Una guerra-lampo, allestita segretamente da Mosca, da vincere in poche settimane. Peccato che il resto del mondo non stesse affatto a guardare. Specie la Cia: prontissima ad approfittarne con le sue reti jihadiste, da dirottare alla svelta nel Caucaso, contro i soldati russi.

LA CIA E LA MORTE DI MASSUD

Jihadisti pilotati? Certo: come quelli che uccisero il leader afghano Massud alla vigilia della liberazione del paese. Era il 9 settembre 2001: all’attacco alle Torri – il grande pretesto – mancavano ancora due giorni. Eppure, quella mattina Bush aveva già pronto sul tavolo l’ordine di attacco per l’Afghanistan. Proprio in quelle ore, nella valle del Panshir, Massud moriva: sarebbe stata troppo scomoda, la sua leadership, nella Kabul che stava per essere liberata dalla morsa dei Talebani. Barbe e turbanti: eredi dei muhajeddin anni prima sostenuti dagli Usa (foto ricordo: Brzezinski con il caro Bin Laden, armi in pugno).

Versione esplicitata a Torino dalla pakistana Benazir Bhutto, accanto a Giulietto Chiesa al World Political Forum presieduto da Gorbaciov, ormai ex capo dell’Urss. I due finti giornalisti che imbottirono di esplosivo la telecamera usata per intervistare Massud? Inviati dal signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar. Un avventuriero a libro paga dell’Isi, il servizio segreto del Pakistan. A sua volta, braccio operativo della Cia.

IL MARTIRIO DI BENAZIR BHUTTO

Tutto questo – disse Benazir Bhutto – è accaduto grazie al dittatore del Pakistan, il generale Pervez Musharraf, agli ordini di Washington. Sembrava una Cassandra islamica, Benazir: splendente, nel suo sorriso incorniciato dal chador bianco. Promise: io torno in Pakistan, mi candido presidente e caccio Musharraf, cioè il servitore locale, la pedina del giogo americano. Detto fatto: la campagna elettorale trionfale, il plebiscito annunciato. E l’autobomba che la dilaniò – insieme al suo sorriso – a pochi metri dalla meta.

Il Pakistan è lontano, dagli occhi e dal cuore. Giulietto Chiesa invece era vicino, vicinissimo: sempre in mezzo a noi. Il primo, spessissimo, a svelare i retroscena più sgradevoli. I più imbarazzanti. Il primo a dimostrare (nel bestseller “La guerra infinita”, uscito nel 2002) che la versione ufficiale sull’11 Settembre era carta straccia: una montagna di frottole sanguinose, tragicamente ridicole.

LA GUERRA INFINITA: 11 SETTEMBRE

Peccato originale, quello: da cui sarebbero derivati lutti spaventosi. La guerra infinita, appunto. L’Afghanistan, l’Iraq. E poi la Libia, lo Yemen, la Siria. La fuga di Snowden, l’arresto di Assange. Gli orrori dell’Isis, che l’Occidente fingeva di non poter contrastare. Una filiera del male, fondata sulla menzogna e sulla violenza. Alla quale – a partire da Damasco – ha osato opporsi una sola forza: la Russia di Putin.

L’eredità più vera, di Giulietto Chiesa? Saper guardare oltre l’apparenza. Rassegnarsi a non credere più alla versione ufficiale di qualsiasi presunta emergenza. Iniziare a ragionare in proprio, e non smettere mai. Lezione appresa alla perfezione dall’esemplare Massimo Mazzucco, altro primatista: l’unico, a pochi anni dall’11 Settembre, ad aver saputo mettere insieme un film, su quel misfatto.

INGANNO GLOBALE, IN TV

Inganno globale”, trasmesso in prima serata da Mentana. Oggi, dice Massimo, riavere quell’audience sarebbe impensabile: i giornalisti hanno smesso di fare il loro mestiere. Se provi a suggerire qualcosa di fastidioso vieni bollato come eretico e messo a tacere. Silenziato, bannato, censurato. Oscurato completamente: isolato e deriso. Diffamato. E magari insultato, o peggio.

Era successo anche a Giulietto Chiesa. Letteralmente espulso dal mainstream, dopo esserne stato un mattatore, a suo modo. Il prestigioso corrispondente da Mosca, consultato ogni volta che l’Unione Sovietica faceva notizia. Anni di lavoro per la grande stampa, cartacea e televisiva. Poi, l’embargo: niente più inviti, neppure da parte di trasmissioni come quella di Santoro e Travaglio. Ostracismo totale.

MAZZUCCO: CE LA FAREMO

Anche per questo, Giulietto Chiesa si decise a creare una sua voce indipendente, “Pandora Tv”. E poi a dare vita – proprio con Mazzucco, non a caso – all’esperimento di “Contro Tv”, che oggi Massimo porta avanti con l’aiuto di Roberto Quaglia e Margherita Furlan, storici collaboratori di Giulietto. Il tema: non lasciare che la nostra voce si spenga, sommersa dall’oceano delle bugie ufficiali e da una censura ormai sfrontata.

Ce la faremo, un giorno? Sì, dice Massimo, a “Visione Tv”. Prima o poi avremo numeri sufficienti, per fare massa critica: milioni di persone, nonostante tutto, si stanno già risvegliando. Non si fidano più dei grandi partiti, hanno smesso di leggere i giornali. Stanno imparando: la verità risiede altrove. E nel democratico Occidente, oggi deve cercare asilo tra voci clandestine: nel mainstream non ha più alcuna cittadinanza.

Tanti anni fa, una voce spigolosa come quella di Paolo Barnard – spesso caustico, insofferente e ultra-polemico – riconobbe pubblicamente a Giulietto Chiesa di esser stato l’unico, tra i big del giornalismo italiano, a rinunciare a tutto. Comodità e onori. Proprio per quella causa suprema, quella missione. La resurrezione della verità, costi quel che costi. Sapendone pagare il prezzo. E senza smettere mai di avere fiducia nella forza, anche morale, di chi combatte dalla parte giusta della storia.

GIORGIO CATTANEO

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