Parlare di guerra significa inevitabilmente analizzare anche la pesante propaganda ad essa sottesa. Su questo argomento nessuno meglio di Enrica Perucchietti, curatrice del nostro mensile “Visione. Un altro sguardo sul mondo”, poteva così intervenire sul terzo volume della rivista, fornendo importanti elementi di riflessione a tutti i lettori.

 

Ogni società ha bisogno di un nemico, per compattarsi e coalizzarsi contro di esso. Non importa se la minaccia esterna è reale, virtuale, amplificata o addirittura inventata. Il nemico rappresenta una valvola di sfogo per la frustrazione e l’aggressività delle masse, e catalizza su di sé la violenza, che altrimenti potrebbe sfociare in gesti inconsulti.

In una società in cui non solo il presente ma anche il passato vengono continuamente riscritti e in cui le alleanze mutano senza lasciare un segno di tale ambiguità, la popolazione ha un oggetto contro cui riversare le proprie paure e la propria violenza. E la società ha uno stratagemma, per potere controllare e manipolare la popolazione attraverso il terrore e una minaccia consolidata.

In 1984, Emmanuel Goldstein è il nemico supremo del Partito. Per scaricare la violenza collettiva contro la minaccia esterna, il Grande Fratello ha istituzionalizzato i “due minuti d’odio”. Si tratta di una pratica collettiva, da esercitarsi nei luoghi di lavoro o dove sia possibile: a un segnale emesso dagli altoparlanti, la gente si riunisce davanti un teleschermo, che proietta immagini del nemico supremo e sequenze violente di guerra accompagnate da suoni e rumori fastidiosi, studiati appositamente per coinvolgere gli spettatori; dopo pochi secondi, il pubblico inizia a inveire contro Goldstein o lo schieramento con cui vi è guerra in quel momento, imprecando e lanciando oggetti contro il teleschermo.

I “due minuti d’odio” sono la rappresentazione moderna più sofisticata di demonizzazione di un capro espiatorio. Alla creazione del nemico pubblico si accompagna la strumentalizzazione della paura, che permette di orientare l’immaginario delle masse verso la percezione di un pericolo, in modo da tenere sotto shock o tensione continua le persone e poterle meglio controllare. Non importa che il nemico, o il pericolo, esista: importa la percezione che si ha di esso. Quello che conta, cioè, è che la gente “percepisca” la paura di una minaccia e quindi sia in grado di accettare qualunque reazione a tale emergenza.

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