Dopo la Brexit potrebbe essere la volta della Polexit. La Polonia infatti è ormai ai ferri corti con le istituzioni dell’Unione Europea e il motivo del contendere è il cosidetto “Stato di diritto”, termine con il quale le euroburocrazie intendono la completa e acritica adesione al pensiero unico su vari temi che vanno dalla famiglia al sistema giuridico alle politiche migratorie.

La Polonia, come l’Ungheria, è accusata di non rispettare i princìpi democratici perché il governo democraticamente eletto (il Presidente polacco Duda ha ottenuto nelle elezioni del 2020 10,5 milioni di voti, ossia il 51%) rifiuta l’immigrazione di massa, non vuole promulgare leggi su aborto, eutanasia e unioni gay e vuole preservare l’identità religiosa della nazione. 

Naturalmente queste posizioni politiche non sono frutto di imposizione ma di libera scelta da parte dei cittadini polacchi che, a differenza di quelli italiani, possono scegliersi non solo il governo ma anche le politiche da adottare su temi cruciali come quelli elencati.

L’Ue per un bel pezzo ha fatto finta di nulla, anche perché alle prese con l’uscita della Gran Bretagna e con l’esplodere di forze politiche euroscettiche ma alla fine ha deciso di aprire una procedura di infrazione nei confronti di Varsavia e Budapest che, tra l’altro, avrà l’effetto di ritardare l’erogazione dei fondi del Pnrr per i due Paesi del gruppo Visegrad, che avrebbero dovuto ricevere entro questa estate il primo anticipo.

Se l’Ungheria è di Orban è particolarmente additata sulla stampa mainstream dei Paesi UE per le sue politiche conservatrici in tema di famiglia e immigrazione è però la Polonia a costituire il problema maggiore per Bruxelles, sia per la dimensione geografica, demografica ed economica del Paese, sia perché il motivo del contendere è ancora più decisivo, e riguarda il nocciolo stesso della sovranità, nonchè uno dei tre poteri principali, quello giudiziario. In Italia sappiamo bene quanto la magistratura abbia un enorme peso politico; la prima repubblica è stata sciolta per via giudiziaria, la seconda è stata costantemente condizionata dai processi a carico di Berlusconi, la politica migratoria intrapresa da Salvini quando era ministro dell’ interno è stata portata nelle aule dei tribunali e, più recentemente, una serie di leggi sono state promulgate su impulso dei giudici che lamentavano un “vuoto giuridico” su alcune tematiche.

Il governo polacco ha recentemente varato una riforma della giustizia che ha suscitato le ire delle istituzioni europee, sia perché i giudici della Corte Suprema sono nominati da un organo,  il Consiglio nazionale della magistratura (Krs), che è stato riorganizzato dall’attuale governo, sia perché nella riforma viene previsto il regime disciplinare che consente di qualificare come illecito disciplinare il contenuto delle decisioni adottate dai giudici ordinari.

In pratica i giudici possono essere sanzionati per il loro operato come tutti gli altri cittadini.

Chiamata in causa dal Parlamento europeo la Corte di Giustizia dell’UE ha bocciato la riforma intimandone la sopspensione, ma la Corte Costituzionale polacca ha respinto al mittente la richiesta, riaffermando la sovranità di Varsavia e della Costituzione polacca.

“Con la migliore volontà di interpretare la costituzione”, ha dichiarato il giudice del Tribunale costituzionale Bartlomiej Sochanski, “è impossibile trovare in essa i poteri della Corte di giustizia [UE] di sospendere le leggi polacche relative al sistema dei tribunali polacchi”. I giudici supremi hanno poi chiarito che, in caso di contrasto con le norme UE, a prevalere è la Costituzione polacca.

Insomma le leggi in Polonia le decide il governo democraticamente eletto, non le tecno-burocrazie straniere di Bruxelles.

Per meglio comprendere il contesto dello scontro dobbiamo ricordare alcuni elementi storici che chiariscono la situazione: la Polonia è stata per decenni sotto la dittatura sovietica, dovendo rinunciare alla propria sovranità sostanziale ma anche alla propria identità profonda, adottando a forza l’ateismo di Stato pur essendo un Paese profondamente cattolico. In quel caso però c’erano i carri armati dell’armata rossa a imporlo.

Riconquistata la libertà la Polonia non è disposta a cederla davanti a passacarte lituani e belgi e non avendo adottato l’euro Varsavia è molto meno ricattabile da Bruxelles di quanto lo siano i Paesi che hanno rinunciato alla propria sovranità monetaria.

Lo scontro tra l’Unione Europea e la Polonia non riguarda questioni tecniche o procedurali ma sostanziali: l’UE da mercato comune e strumento di collaborazione economica si è trasformata in un’entità sovranazionale che, senza alcuna rappresentanza democratica, impone ai popoli non solo il modello economico neoliberista ma anche una serie di vaolori e il modello di “società liquida” che i popoli, specialmente quelli dell’est, non bombardati da decenni di propaganda mediatica occidentale, rifiutano.

L’identità nazionale, religiosa ed etnica, la definizione e funzione della famiglia, il controllo dei confini e dei flussi migratori sono temi fondamentali che decidono il destino di Stati e popoli, e i polacchi hanno deciso che, su queste questioni di portata epocale, non sono disposti a obbedire a istituzioni tecnocratiche straniere.

A questo punto l’uscita della Polonia dall’Ue potrebbe essere inevitabile.

“I contrasti tra il diritto polacco e il diritto comunitario con ogni probabilità condurranno a un intervento delle istituzioni europee in merito a una violazione dei trattati Ue e, nella prospettiva più lunga porteranno alla necessità di lasciare l’Unione europea”, ha affermato la Corte suprema.

Una bella grana per Bruxelles e soprattutto per la Germania.

La Polonia ha infatti un’economia in forte crescita, è il sesto Paese dell’UE per Pil ed è fortemente integrato con la Germania. Un’uscita della Polonia, probabilmente seguita a ruota dall’Ungheria, dall’Unione significherebbe un cataclisma economico, politico e geopolitico devastante per il traballante edificio comunitario.

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