La patologizzazione del dissenso: curare chi non si allinea al pensiero unico

Negli ultimi mesi si sta cercando di indurre l’opinione pubblica a sostenere l’equiparazione tra negazionisti (ma anche complottisti e no vax) e pazzi, che andrebbero quindi sottoposti a cure psichiatriche per poter essere riaccettati in seno alla società. 

Ci troviamo di fronte a un atteggiamento paternalistico, autoritario e scientista del potere che mira a ottenere cieca obbedienza da parte dei cittadini e nel caso che questi si rifiutino di sottomettersi in modo acritico, di poter correggere il comportamento e il pensiero di costoro attraverso la psichiatria o la tecnologia.

Un esempio emblematico sono state le dichiarazioni del filosofo Umberto Galimberti che, ospite della trasmissione Atlantide su La7, ha equiparato i negazionisti della Covid ai pazzi.

I precedenti sono numerosi e persino più assurdi. È il caso delle varie proposte che si sono susseguite negli ultimi mesi per curare pregiudizi, razzismo e xenofobia. Si passa cioè dal coniare espressioni nuove per patologizzare il dissenso a vere e proprie proposte per legittimare il ricorso a metodi farmacologi (dall’ossitocina agli elettrodi per modificare i pregiudizi verso gli stranieri).

Si vuole cioè indurre i cittadini a credere che emozioni e sentimenti intrinseci alla natura umana come la paura e come l’odio e persino il dissenso siano malattie psichiche e che siano auspicabili delle “cure” per coloro che non vogliono piegarsi al finto buonismo del sistema. 

È interessante notare come per avallare tali ipotesi su proposte assurde e liberticide degne della peggiore psicopolizia si dia voce a scienziati, psicanalisti e psichiatri: i cittadini, infatti, tendono ad affidarsi alle parole di uno specialista in base al principio di autorità. Se lo dice un esperto, si tende a credere che sia vero. 

La creazione di una sorta di “terrore sanitario” sta diventando il grimaldello per scardinare le libertà individuali e stringere le maglie del controllo sociale.

Ci dobbiamo chiedere se non si stia tentando di patologizzare il dissenso, per poter intervenire in maniera coatta e creare un pericoloso precedente: trattare e ospedalizzare i dissidenti.

Nella società del politicamente corretto coloro che non si allineano al pensiero unico vengono da tempo denigrati, perseguitati e marchiati con etichette diverse tuttavia sempre denigratorie, per incasellare appunto il dissenso; ora però, a quest’opera capillare di discredito, si affianca il tentativo di curare i dissidenti per riportare costoro sul giusto binario e poterli riaccogliere nella società.

Il totalitarismo dei buoni sentimenti (“buoni” solo in apparenza) ha i suoi cani da guardia pronti a riportare all’ovile chiunque dissenta od osi manifestare pubblicamente dei dubbi. Oggi la psicopolizia sembra pronta a elaborare nuovi strumenti degni di una psicodittatura.

Si vuole neutralizzare la coscienza critica e censurare qualunque forma di dissidenza.

Chi dissente va censurato, persino curato, deve arrivare a vergognarsi non solo di quello che ha detto ma di quello che ha “osato” pensare. Potrà pertanto essere riaccettato nella comunità solo a patto di umiliarsi, di chiedere pubblicamente perdono, di sottoporsi a cure psichiatriche per guarire da una malattia che il totalitarismo progressista spera di curare: pensare in modo libero e critico.

ENRICA PERUCCHIETTI

Enrica Perucchietti

vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice della Uno Editori e autrice di numerosi saggi di successo, tra cui ricordiamo: Fake news; Coronavirus. Il nemico invisibile

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