In un passaggio di storia al contrario, cioè quello che stiamo vivendo, il concetto di libero pensiero in libero corpo è definitivamente divenuto un’utopia. Il concetto di sovranità personale si piega troppo spesso al giogo dell’uniformemente giusto. E questo vale per tutto, valeva per il vaccino prima, vale ora per le opinioni sui fatti di guerra. Domani chissà.

Sei libero di poter pensare quel che penso io“, ecco come la macchina infame della censura aggiusta il gregge del covid e lo prepara alla sua nuova transumanza verso gli scenari di guerra. Poco importa se si è comuni cittadini,  giornalisti, politici, oppure canali tv o altro. Quello che importa è se e quanto si è allineati con il pensiero unico legittimato dal potere oppure no, perchè se non lo si è, lo stesso potere troverà sempre e comunque un modo per mettere il dissidente fuori dal perimetro della nuova legalità.

Tante le vittime illustri rappresentanti la categoria.

Proprio qualche giorno fa, all’indomani dell’inizio della guerra in Ucraina, tra le tante sanzioni alla Russia di Putin, una puntava proprio alla chiusura di reti come ad esempio Russia Today, sicuramente uno tra i network che maggiormente ha scandito il susseguirsi degli avvenimenti degli ultimi due anni, spesso aperto anche a riportare notizie che il mainstream taceva o distorceva.

Ora lo stesso potere, con abilità e sapiente tempismo, coglie la palla al balzo e, associando  RT alle Fake News, ne invoca a gran voce la chiusura “per il bene dell’unità”.  RT è pericolosamente russo e quindi l’Unione Europea, per bocca di Ursula Von der Leyen, dichiara apertamente  che non sarà possibile per canali come RT o Sputnik diffondere fake news che giustifichino la guerra voluta da Putin, e appoggino la sua versione dei fatti, o magari la verità, che viene ridefinita come “propaganda”. E’ tra l’altro proprio di qualche momento fa la notizia che RT e Sputnik sono stati censurati  in via definitiva anche su YouTube in tutta Europa.

E se possono far questo ad un network, figuriamoci cosa possono fare a cittadini e giornalisti. Con i primi hanno sempre preferito l’indolore chiusura dei profili sui social, un metodo che forse pensano sia efficace e veloce nella rieducazione del gregge o quanto meno alla sua neutralizzazione, mentre con i giornalisti, specialmente negli ultimi tempi, hanno affinato le loro tecniche migliori. Guai di questi tempi a fare dei ragionamenti eversivi sulle alleanze e sulla storia.

Ci ha provato Mark Innaro, su Tg2 Post, con risultati disastrosi. Chissà che non venga spostato o magari sostituito con qualcuno più in linea di lui. L’inviato ha provato a spiegare agli ospiti ed al pubblico che le analisi fatte in studio erano decisamente zoppe, e che  se c’era qualcuno che aveva tradito i patti con la Russia dopo la caduta del muro di Berlino, quella era stata proprio la Nato. Alla parola “Nato”, è scattata la mannaia della censura ed il povero Innaro ha dovuto tacere. Non si pensi che se avesse insistito, lo avrebbero fatto terminare. L’interruzione è il segnale ultimo, spesso dopo quell’avviso la linea si interrompe o ha strani rallentamenti.

Ci ha riprovato Barbara Spinelli, in un articolo su Il Fatto Quotidiano dal titolo “Una guerra nata dalle troppe bugie”. La giornalista scrive di come ogni evento storico abbia una sua origine e di come proprio non sia possibile rappresentare Putin come un mostro bipolare che compie atti casuali e improvvisi. La stessa Spinelli si permette anche di richiedere coerenza laddove si fa evidente che è proprio l’Occidente con le sue menzogne ed i suoi silenzi il primo colpevole del conflitto in Ucraina. Sul pezzo di Spinelli cade la mannaia di Paolo Mieli che definisce le promesse della NATO “non impegnative” e quindi non vincolanti. Vera colpa della Spinelli quella di aver scritto qualcosa che è finito sull’account twitter dell’ambasciata russa.

Si potrebbe continuare con altri nomi, ma questo non farebbe cambiare di molto le cose.

La storia insegna da sempre  che è  nel pluralismo di informazione, e non nel suo contrario, che si può cercare la verità e la ricostruzione di un fatto che possa essere non vincolato a regole e regimi. Ogni volta che i mezzi di informazione sono stati chiusi, comprati o deviati, gli eventi hanno poi preso una piega pericolosamente autoritaria.

L’Occidente delle libertà che una volta derideva la Cina o la Corea del Nord per la (non)  libertà di stampa, oggi dovrebbe guardare con gli stessi occhi anche quello che sta avvenendo qui nel moderato Ovest. Ma si sa, questa è l’era dei “due pesi, due misure”, quindi meglio non aspettarsi coerenza. Ci potremmo rimanere male.

MARTINA GIUNTOLI

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