di Pino Cabras.

La morte in carcere a seguito di un “malore improvviso” di Aleksej Naval’nyj, trattandosi di una personalità coinvolta nelle dinamiche della lotta politica in Russia, sarà un tema rovente per molto tempo ancora. Abbiamo visto in occasione della strana marcia di Evgenij Prigožin, o in occasione di diversi delitti politici, che ci sono evoluzioni del potere sotterranee e violente, non tutte riconducibili al potere visibile, capaci di avvolgere in una coltre impenetrabile le proprie vittime. Non è raro vederlo nelle grandi potenze, come ci dimostra – dall’altra parte del mondo – la fine misteriosa in carcere di Jeffrey Epstein o più vicino – in Ucraina – il calvario di torture che ha portato alla morte in carcere di Gonzalo Lira.
I media occidentali descrivono già unanimemente Naval’nyi come «il principale oppositore di Putin», in uno schema che lo vede a capo di un movimento di massa temuto dal Cremlino e perciò in cima alle preoccupazioni del potere. Non è una rappresentazione realistica. I partiti di opposizione in Russia erano e sono incomparabilmente più grandi di quel che si muoveva intorno all’attivismo di Naval’nyi, il quale era – semmai – il terminale palese di una costante azione di ingerenza occidentale che ha finanziato attraverso un giro opaco di associazioni no-profit la sua azione e ha amplificato mediaticamente ogni vicenda, presentandolo come un liberale (in realtà fautore del neoliberismo selvaggio) e nascondendo le sue lunghe frequentazioni con l’estrema destra xenofoba e razzista. Cioè, tutto sommato, un personaggio diverso dalla magnificazione eroica e comunque non rappresentato nella sua reale presa sulla società russa. Non dunque un pericolo concreto per Mosca, ma una pedina di giochi legati alla sua immagine.
Naval’nyi era finito in carcere nel 2014 su denuncia di una casa di cosmetici francese, la Yves Rocher, di cui era il referente russo, con l’accusa di frode (sottrazione di un controvalore di 400mila dollari all’azienda), cui seguì un lungo tira e molla di arresti domiciliari, un sospetto avvelenamento, violazioni degli arresti e infine di nuovo la prigione per queste violazioni.
Anche se ogni rispettabile media dell’Occidente ripeterà con assoluta certezza che “ha stato Putin”, questa formula – come altre volte – eviterà di approfondire le tante dinamiche interne in Russia: un mondo non impenetrabile e non monolitico, come dimostrano molti attentati spettacolari compiuti nel suo territorio. E consentirà di coprire con il silenzio la sorte di tante migliaia di detenuti palestinesi tenuti in orribili condizioni nelle carceri israeliane, che a differenza di Naval’nyj, non hanno mai avuto un rigo sulle colonne dei giornali nostrani.
Io spero che questa vicenda drammatica spinga almeno le autorità britanniche a riesaminare la situazione di Julian Assange, che langue in pericolo di vita nel carcere di Belmarsh e rischia l’estradizione nel buco nero delle carceri speciali statunitensi. Sarebbe un atto di giustizia che restituirebbe un minimo di credibilità a chi invoca il diritto.

You may also like

Comments are closed.