In una intervista del 1984, l’ex capo del KGB Bezmenov avvertiva chiaramente  gli Stati Uniti di come sarebbe stato facile conquistarli in pochi e semplici passi attraverso ciò che lui definiva “sovversione ideologica”.  Ma se nel 1984 si temeva la conquista da parte dell’orso russo, fu invece proprio la Cina a far tesoro delle parole di Bezmenov e ad applicare la sua strategia.

Oggi, a distanza di oltre trent’anni da quella intervista, è infatti la stessa Cina a tenere letteralmente in pugno il paese a stelle e strisce, per rilievo economico, tecnologico e soprattutto strategico- militare.

Il connubio che lega establishment americano, corruzione e Cina è quindi talmente radicato nel tempo e sul territorio che necessita di essere inserito in una visuale ben più ampia che non lo collochi esclusivamente sulla scena della frode elettorale del 2020 e della manipolazione dei server più volte lamentata dai repubblicani.

Chi dice che la nazione del Dragone sia arrivata sula scena solo nel novembre di due anni fa quindi sbaglia di grosso.

La Cina è penetrata negli Stati Uniti nel corso di decenni, si è impossessata degli avamposti culturali più importanti, ed ha saputo scardinare cultura, economia e forza militare statunitense dal di dentro, con il benestare di istituzioni e di personaggi politici molto importanti.

Uno su tutti, la famiglia Clinton.

Dobbiamo tornare indietro almeno al 1992. Siamo alla vigilia delle elezioni presidenziali che vedono Bill Clinton e George Bush senior (il presidente uscente) fronteggiarsi per il posto alla Casa Bianca. Bill Clinton vince inaspettatamente e diventa il 42° presidente degli Stati Uniti d’America. Passa poco tempo però dalla sua elezione quando già si addensano le prime nubi sulla raccolta fondi del comitato elettorale e cominciano a girare insistenti voci che quei soldi provengono da tasche cinesi.

E in effetti quando poi alla sua rielezione del 1996 la cosa si ripete, la vicenda si fa più chiara. Tuttavia nel 1996 l’establishment americano è ancora troppo forte per permettere un’inchiesta approfondita, che porti alla luce ogni singolo anello della catena, o che gli elettori prendano coscienza del dietro le quinte,  e tutto si arena  al comitato per gli affari governativi che nel 1998 dichiara che effettivamente c’erano legami forti tra i Clinton ed un uomo d’affari che voleva investire in USA.

Ma c’è molto di più.  Il tizio in questione, tal Mochtar Riadi, il milionario sostenitore della campagna elettorale,  conosceva i dem di Little Rock già dagli anni Settanta ed aveva praticamente finanziato e spinto tutta la carriera di Bill fin dagli albori.

Prendere soldi da un governo straniero, a maggior ragione se il denaro in questione sta finanziando una campagna elettorale, se confermato, avrebbe esposto Clinton e moglie alla possibile incriminazione per  alto tradimento. Se poi una volta eletto, Clinton ha restituito il favore fornendo soldi e mezzi per far crescere l’esercito cinese, avrebbe esposto il neo presidente e la neo prima donna allo stesso reato due volte. Questa in breve la ricostruzione che prese il nome di Chinagate. 

Timothy W. Maier ricorda benissimo come “(…)prima del 1993 i missili cinesi non riuscissero nemmeno a buttar giù una balla di fieno, mentre nel 1997 erano ampiamente in grado di colpire tutte le città americane con una precisione impressionante(…)”. 

Così si consumò quindi il Chinagate, uno scandalo di portata potenzialmente esplosiva, che esponeva la profonda corruzione di Bill Clinton e di tutti i democratici, ma che passò praticamente inosservato ai non addetti ai lavori.

Il legame con la Cina non terminò affatto con la presidenza Clinton però. La Cina aveva ampiamente appreso la lezione. Aveva compreso che poteva sfruttare la corruzione del governo e contare proprio su quella per capillarizzare la presenza asiatica in posizioni sia di rilievo che più defilati soprattutto negli atenei statunitensi. Programmi speciali per gli studenti cinesi, scambi culturali tra Occidente e Oriente, visti elargiti con estrema facilità.

La scuola era indubbiamente un ambiente ottimo per spingere una vera e propria agenda anti americana da parte di docenti cinesi sugli ignari studenti americani, e di converso per inviare segreti militari e governativi in patria da parte di veri e propri studenti spie. Non si contano infatti gli accessi universitari asiatici alla facoltà di ingegneria e di informatica negli ultimi trent’anni.

Quando nel 2017 Christopher Wray divenne direttore dell’FBI, rimase sconvolto dal pericoloso livello che aveva raggiunto lo spionaggio cinese nei confronti degli Stati Uniti, tanto che lo stesso Wray  ha riportato in dichiarazioni più recenti che si è trovato talvolta costretto ad aprire procedimenti  anche ogni 12 ore, 2 potenziali spie al giorno, per un totale al febbraio del 2022 di 2000 procedimenti aperti.

L’ex presidente statunitense  Donald Trump aveva messo su un programma che combatteva attivamente lo spionaggio cinese, programma che è stato poi chiuso recentemente da Joe Biden con la solita scusa che si trattasse di uno strumento discriminatorio nei confronti di professori e studenti asiatici. In realtà Biden ha creato una vera e propria no-investigation-zone all’interno della quale eventuali legami tra Cina e USA non si possono indagare, restituendo a Pechino lo stesso potere che i Clinton gli avevano consegnato negli anni Novanta. Inoltre, in questo preciso momento storico  la mossa di Biden ci costringe a pensare che anche lui possa avere interessi non dichiarati da proteggere, primo fra tutti, quelli legati alle elezioni presidenziali del 2020.

Il fatto che non si investighi più, o per lo meno non con la stessa facilità, non significa che non vi sia più nulla da investigare. Si pensi al generale Milley e alle sue conversazioni diplomatiche con gli equivalenti cinesi del tipo “Non stavo cercando di passare informazioni alla Cina, stavo solo provando a mantenere sereni gli animi potendo prevedere una escalation nucleare“. Ancora un esempio di possibile alto tradimento di cui però per ora è rimasto solo il pubblico ludibrio.

La verità è che la porta che i Clinton hanno aperto anni fa alla Cina non è mai stata richiusa e anche chi ci ha provato, come Trump,  ha visto poi Biden vanificare interamente i suoi sforzi. Servirà qualcosa di più della doppia mandata quando e se qualcun altro proverà nuovamente a bloccare la serratura.

MARTINA GIUNTOLI

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