L’Unione europea presenta l’elezione degli eurodeputati e del presidente della Commissione come espressioni della propria natura democratica. Ma non è che un gioco d’ombre. Le questioni fondamentali sono già state discusse altrove, senza che nessuno ne abbia sentito parlare. Questa messinscena dovrebbe bastare a far credere che la pièce, in realtà già scritta, scaturisca all’improvviso dalla volontà popolare.

 

di Thierry Meyssan.

L’elezione degli eurodeputati si annuncia deliberatamente confusa. Non esistono partiti politici a livello europeo, benché se ne parli da cinquant’anni e siano previsti dai Trattati; esistono solo coalizioni di partiti nazionali, il che non è affatto la stessa cosa. Queste coalizioni presentano ognuna uno Spitzenkandidat, letteralmente un candidato di punta, che non è candidato al parlamento e non compare in alcuna delle liste nazionali. Cinque di loro discuteranno in Eurovisione i programmi che intendono portare avanti se verranno eletti presidenti della Commissione. Sono:

  • Walter Baier, Sinistra europea;
  • Sandro Gozi, Rinnovare l’Europa Adesso;
  • Ursula von der Leyen, Partito Popolare Europeo;
  • Terry Reintke, Verdi Europei;
  • Nicolas Schmit, Partito dei Socialisti Europei.

La coalizione Identità e democrazia non è stata invitata allo show. I cinque gruppi menzionati hanno infatti una concezione particolare della democrazia e rifiutano il confronto con Identità e democrazia, perché ritengono giochi un gioco diverso dal loro.

Il dibattito non si svolgerà in uno studio televisivo, ma nell’emiciclo del parlamento, una cornice di sicuro effetto. La presidente del parlamento, Roberta Metsola, ha approfittato dell’assenza dei parlamentari in campagna elettorale e ha concesso ai produttori questo prestigioso set, senza informarne i deputati.

Il dibattito si svolgerà in inglese: altra sottigliezza dell’Unione. Infatti ogni Stato membro ha diritto di chiedere che tutti i documenti ufficiali siano tradotti in una lingua di propria scelta. L’Unione ha 23 lingue ufficiali per 27 Stati membri. Ma nessuno Stato ha scelto l’inglese. Malta, ad esempio, dove l’inglese è una delle due lingue ufficiali, ha scelto il maltese come lingua da usare a Bruxelles. Eppure l’inglese è diventato, di fatto, la 24^ lingua dell’Unione, comune a tutti. Questo, evidentemente, non c’entra nulla col fatto che la Ue non è un progetto europeo, ma anglosassone.

Del resto, questo anomalo dibattito riveste scarsa importanza poiché tutti sanno che il presidente della Commissione sarà probabilmente scelto al di fuori di questo cenacolo: dovrebbe essere il banchiere Mario Draghi [1]. Non è impossibile, dato che già nel 2019 Ursula von der Leyen, che non partecipò al dibattito tra gli Spitzenkandidaten, divenne comunque presidente della Commissione.

La scelta è chiara: vero che Mario Draghi ha 76 anni, ma è stato governatore della Banca centrale europea e ha fatto di tutto per rendere l’euro irreversibile. È riuscito, Whatever it takes, a qualunque costo, a salvare l’euro dalla crisi del debito sovrano degli anni Dieci del nostro secolo. Non ha risolto alcun problema bensì ampliato il divario tra le economie degli Stati membri. Dal punto di vista di questi ultimi dovrebbe essere giudicato un incapace, ma non è giudicato tale dai banchieri d’affari, casta cui appartiene da sempre (è stato il numero due di Goldman Sachs per l’Europa).

La conferma delle indagini belghe (Bruxelles), tedesche (Mönchengladbach) ed europee su Ursula von der Leyen per corruzione non lascia spazio a dubbi [2]: le istituzioni devono liberarsi di lei con urgenza. Anche i parlamentari colti in flagrante sono stati messi da parte con discrezione, compresa la vicepresidente Eva Kaili. Si deve dare l’impressione che l’amministrazione dell’Unione sia onesta e al servizio dei “cittadini” (sic); è sufficiente l’impressione, dal momento che in realtà non esistono né un popolo europeo né cittadini europei, come dimostra l’assenza di partiti europei.

LE SCELTE DELLA UE SONO GIÀ FATTE

L’Unione, struttura politica che va ben oltre il Mercato Comune degli albori, deve affrontare una serie di sfide esterne:

  • Ha firmato diversi accordi di libero-scambio con Stati o blocchi di Stati che non rispettano le sue regole interne. L’equilibrio della concorrenza, stabilito attraverso un complesso sistema di sovvenzioni, quindi non è garantito, dato che su scala globale non esiste un sistema finanziario comparabile [3].

Invece di vincolare i rapporti commerciali con Paesi terzi al rispetto delle proprie regole interne, l’Unione li ha legati al rispetto dei diritti umani. Ma due partner commerciali, come stiamo per vedere, rappresentano un problema molto grave; ciononostante la Ue non reagisce.

  • Da 76 anni Israele non rispetta alcuna risoluzione delle Nazioni unite che lo riguarda. Per di più ha avviato la pulizia etnica della Palestina, massacrando circa 50 mila civili e ferendone circa 100 mila.
  • L’Ucraina, la cui Costituzione è esplicitamente razzista, ha compiuto due colpi di Stato, nel 2004 e nel 2014. Il mandato del suo presidente scade oggi, 21 maggio. Ma non sono state indette elezioni e 11 partiti politici di opposizione sono stati messi al bando.
  • Nelle ultime settimane l’Ue non ha cambiato una virgola degli accordi di libero-scambio firmati in violazione delle proprie regole interne: è convinta che basti aspettare e il problema si risolverà da solo, dal momento che entro pochi anni i settori agricoli colpiti scompariranno.

Ha invece annunciato il suo sostegno a una soluzione per la Palestina, tuttavia continua ad aiutare il regime non-democratico di Volodymyr Zelensky.

  • Sulla Palestina l’Ue sembra impaziente di riconoscerla membro a pieno titolo delle Nazioni unite, precisando di non sostenere il piano dell’inviato speciale dell’Onu, il conte Folke Bernadotte (assassinato nel 1949), ma di riferirsi al piano della Commissione coloniale, presieduta da William Peel: due Stati separati. Non dunque un unico Stato binazionale, ove ebrei e arabi abbiano gli stessi diritti.
  • Per quanto riguarda l’Ucraina, l’Ue insiste a ignorare gli Accordi di Minsk, avallati dalla risoluzione 2202 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, e la responsabilità di protezione che ne discende. Quindi non solo non si congratula con la Russia per aver messo fine al massacro dei russofoni del Donbass, ma continua ad accusarla di aver invaso il vicino.

In materia di Difesa e politica Estera, le posizioni della Ue sono esattamente quelle del G7, di cui fa parte. Non c’è stata occasione in cui se ne sia discostata, o semplicemente distinta, anche solo per una sfumatura. Conseguenze: l’Ue sta costruendo un’industria di produzione delle armi e sta coordinando ogni Paese in modo da poter rifornire continuativamente il governo di Kiev. Fino al 2022 (Operazione Speciale dell’esercito russo in Ucraina) l’Ue non s’immischiava in questioni di difesa. I Trattati europei stabiliscono infatti che non le competono: la Difesa del territorio dell’Unione non dipende dagli Stati membri, ma dalla Nato, ne facciano parte o no.

L’Alleanza atlantica definiva su base permanente le norme d’interoperatività tra i suoi membri, che trasmetteva alla Commissione europea, la quale le faceva adottare dal parlamento e infine venivano trascritte nel diritto nazionale di ciascuno dei 27 Stati membri della Ue. Queste norme spaziavano dalla composizione del cioccolato (nella razione dei soldati dell’Alleanza c’è appunto una tavoletta di cioccolato) alla larghezza delle principali vie di comunicazione, che devono consentire il passaggio dei carrarmati statunitensi.

La Commissione non ha avuto difficoltà ad assumersi la responsabilità degli armamenti, avendolo già fatto durante l’epidemia di Covid-19 per i medicinali. Va notato che la generalizzazione di questi farmaci non si è dimostrata utile a risolvere la pandemia. Ma il problema non era la pandemia in sé. Non si è trattato di un’epidemia devastante, è stata il pretesto per un’esercitazione di mobilitazione in cui ogni potenza ha mostrato ciò che sapeva ottenere: la Commissione ha dimostrato di poter affrontare un problema che non rientrava nelle proprie competenze e di poter persino concludere contratti giganteschi a nome degli Stati membri, senza svelarne le trattative.

Quando la Ue sarà Stato unico, la Commissione dovrebbe dar prova di pari, o persino maggiore abilità, dato che non sarà più intralciata dai 27 Stati membri, dissolti nell’Unione. Una volta completata la fusione, il banchiere Mario Draghi dovrebbe realizzare economie di scala. Per esempio, sarà inutile sprecare denaro per ambasciate di ogni Stato membro, basterà una sola rete per lo Stato unico. E già che ci siamo i privilegi di alcuni Stati saranno messi al servizio di tutti. Per esempio, il seggio permanente della Francia nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite sarà appannaggio dell’Unione. E la bomba atomica francese sarà strumento della Difesa dell’Unione. Gli Stati neutrali, come l’Austria, non esisteranno più. E ciò che vale in politica vale anche in economia. Mario Draghi auspica ormai da molto tempo una riorganizzazione dell’economia della Ue secondo il modello sovietico: a ogni regione la propria specificità. Del resto, è stato puntando su un’evoluzione di questo tipo che l’Ue ha concluso gli accordi di libero-scambio cui mi riferivo all’inizio. Dal momento che l’allevamento di bestiame rimarrà peculiarità della Polonia, i Paesi Bassi si sono portati avanti mettendo d’autorità in disoccupazione i propri allevatori; e non passerà molto tempo prima che la Francia usi i propri talenti per adempiere ad altri compiti.

L’ELIMINAZIONE DEGLI OSTACOLI

Il vero ostacolo alla creazione di uno Stato unico potrà venire solo dagli Stati membri che si rifiutano di scomparire e risiede nel Consiglio dei capi di Stato e di governo.

Si fronteggiano due punti di vista diametralmente opposti e inconciliabili. I due estremi sono rappresentati dall’ex Cecoslovacchia: la Repubblica Ceca è da poco più di un anno governata dal generale Petr Pavel, ex presidente del Comitato militare della Nato. La sua agenda coincide con quella del G7 (affermazione di un mondo governato da regole [4], contenimento della Russia, sostegno ai nazionalisti integralisti ucraini, preparazione dello scontro con la Cina). La Slovacchia è invece governata da sei mesi da Robert Fico che si appoggia su un’alleanza che comprende certamente alcuni nostalgici di padre Jozef Tiso, che durante la seconda guerra mondiale instaurò un regime nazional-cattolico sotto la protezione nazista. Ma che si fonda più seriamente su sostenitori dell’indipendenza dall’Urss che non si riconoscevano nella figura di Václav Havel, l’agente della Cia che prese il potere grazie a una rivoluzione colorata, la Rivoluzione di velluto. Ex comunista, Robert Fico fa distinzione tra Russia e Urss; difende un mondo organizzato attorno al diritto internazionale (e non alle “regole” del G7); ha preso posizione sulla risoluzione 2202 del Consiglio di sicurezza e di conseguenza ha approvato l’intervento della Russia in Ucraina. È l’unico leader della Ue che si è mantenuto fermo su questa posizione (l’Ungheria di Viktor Orban evita l’argomento).

Il problema Fico è stato risolto alcuni giorni fa: il 15 maggio 2024 un individuo gli ha sparato cinque colpi di pistola a bruciapelo. Il dibattito che stava portando avanti in Consiglio si è interrotto e non dovrebbe riaprirsi.

Il futuro della Ue è già scritto, appunto. La cosa stupefacente di questo progetto è che, man mano che si attua, si scoprono i significati di regole e di eventi che sembravano non avere senso quando furono imposti da Bruxelles.

Il grottesco dibattito degli Spitzenkandidaten —in inglese, e in una cornice grandiosa, ma senza che ci sia nulla in gioco— avrà adempiuto al proprio ruolo: distrarre le folle mentre, nell’ombra, le persone che contano ne decidono il futuro. Chi si oppone al progetto di Stato unico verrà eliminato.

 

NOTE:

[1] “Parigi 2024 e Berlino 1936 al servizio d’un impossibile sogno imperiale”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 30 aprile 2024.

[2] “L’affaire von der Leyen”, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 3 aprile 2024.

[3] “L’Unione europea contro gli agricoltori”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 27 febbraio 2024.

[4] “Quale ordine internazionale?”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 7 novembre 2023.

 

Tratto da: https://www.voltairenet.org/article220917.html.

Traduzione a cura di Rachele Marmetti.

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