“La Storia si ripete sempre due volte, prima in tragedia e poi in farsa” scriveva Karl Marx nel suo “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” e anche stavolta si è ripetuta. E’ sembrato un 25 luglio con cinque giorni d’anticipo con tanto di ordine del giorno Grandi, Duce sfiduciato dal Gran Consiglio e un Re Sciaboletta al Quirinale che non sa che fare. Ma mentre lì si sentiva il sapore della tragedia, in questo caso abbiamo nemmeno una farsa, ma un cinepanettone.

Mario Draghi si è dimesso. Non è facile ricostruire una giornata confusa. Confusa come i nostri grandi “statisti”. Le principali testate parlano innanzitutto del sostegno a Mario Draghi da parte della cosiddetta “società civile”. Ma, come si è visto, si tratta di un sostegno di personaggi politici, e da autori di romanzi su Mussolini che forse si sono lasciati prendere la mano dal loro soggetto, visti i toni usati, mentre il sostegno popolare evidentemente mancava.

Ma il nostro Magnifico Banchiere mica l’aveva capito. E questo è evidente dal discorso che ha tenuto in Senato, che doveva essere un nuovo “discorso del bivacco”. Il Marione nazionale esordisce con un “sono qui perché me lo chiedono gli italiani”. Magari te lo chiede Giggino che ti guarda con occhi pieni d'”ammorre” perché sa che se questo cade addio pranzetti esotici a zonzo per il mondo e si torna a fare il precario. A parte qualche errore di latino imbarazzante per un uomo della sua cultura (“ius solis”) il Dragone praticamente chiede i pieni poteri (“ricostruire il patto” ovvero “si fa come dico io gné gné) ma poi alla fine si stizzisce con un “va bene, non li chiedo, fate un po’ come ve pare”.

E qui sono cominciate le liti politiche. Il machiavelli in sedicesimo di Rignano sull’Arno è duro “o con Draghi o tutti a casa”, ma pure lui è terrorizzato come Di Maio, anche se lo nasconde meglio: La bocciofila di Gambolò ha più iscritti di Italia Viva, e questa sarebbe la sua fine politica.

Salvini e Berlusconi giocano la loro carta: “avanti con Draghi, ma senza i Cinque Stelle”. Ed è qui che va in frantumi la maggioranza. Il patto invocato da Draghi non è più ricostruibile. L’intervento dell’onorevole leghista Massimiliano Romeo che chiede un “governo nuovo, guidato da Draghi” è di fatto la pugnalata di Bruto, anche se forse non era nelle intenzioni a giudicare dai toni del senatore del Carroccio.

E la scelta del centrodestra che di fatto pone fine al governo Draghi ha un effetto collaterale da cinepanettone: un catfight tra Mariastella Gelmini e Licia Ronzulli. Il risultato di questo scontro tra titani è la Gelmini che lascia Forza Italia, rea di aver fatto cadere “The Best”. Segue la defezione del “sadicocratico” Brunetta. Beh, Forza Italia prende due piccioni con una fava: n forse non perde quei quattro gatti che la votano ancora, e si ripulisce un po’.

E infine ecco il finale in stile 25 luglio 1943 e ordine del giorno Grandi: Forza Italia, Lega e Movimento Cinque Stelle non votano la fiducia, e Draghi ottiene 95 votila maggioranza non esiste più. L’uomo, un tempo potente e temuto, salirà il Quirinale il giorno dopo e stavolta Re Sciaboletta non rifiuterà le dimissioni.

E il bello è che il segretario del PD Enrico Letta aveva detto che si era svegliato sereno. Sì sì Enrico, stai sereno.

Così si è concluso ingloriosamente il governo del “Migliore”, quello che ci ha regalato il green pass, la guerra, l’inflazione a doppia cifra e la crisi energetica (“ma poteva andare peggio” come direbbe quello che si è ammalato dopo tre dosi di vaccino) mentre i giornalisti si strappano le vesti. Una prece.

ANDREA SARTORI

Invitiamo tutti a iscriversi al canale Telegram di Visione TV. E per aiutarci a sostenere le spese per un’informazione di qualità, cliccate qui: anche un piccolo contributo è importante!

  • 3381 Sostenitori attivi
    di 10000
  • 3155 Sostenitori