«La Russia è un paese dalla libertà infinita e delle enormi aspirazioni spirituali, un paese di vagabondi e cercatori». Parola di Nikolaj Berdyaev, filosofo russo del Novecento. Dissidente anticomunista, espulso dai bolscevichi. Fu uno dei maggiori esponenti dell’esistenzialismo e dell’anarchismo cristiano. Lo cita Dmitry Koreshkov, per incorniciare quello che in Occidente resta una specie di oggetto misterioso: il famoso spirito russo.

Tra i tanti, lo ha sperimentato anche un’italiana come Paola Giacomini, appena prima dell’intervento di Mosca in Ucraina: esploratrice solitaria, ha cavalcato dalla Mongolia alla Polonia attraversando tutte le Russie. Diecimila chilometri, un’avventura durata un anno e mezzo. La Siberia, le foreste montuose dell’Altaj, gli Urali, il Volga, i cosacchi del Don. «Sono stata accolta ovunque in modo fraterno e commovente: non pensavo nemmeno che potesse esistere, un paese così».

CAPIRE I RUSSI

Invece esiste, eccome: specie lontano dalle metropoli (e dal Cremlino). Ne parla con passione, l’imprenditore moscovita Koreshkov, da anni stanziatosi sul Lago di Garda. Dopo l’inizio di quella che i russi chiamano “operazione militare speciale”, è intervenuto spesso per aiutare il pubblico italiano e leggere meglio gli eventi e i retroscena. E su Facebook ha creato il gruppo “Capire la Russia”, anche per sfatare i tanti luoghi comuni spacciati dall’imbarazzante mainstream nostrano.

Acuto analista, Koreshkov ha messo a fuoco un nodo particolarmente spinoso: l’influenza nefasta esercitata in Russia dalle oligarchie filo-occidentali. Sono i nuovi potentati economici affermatisi a partire dagli anni di Eltsin. E prima ancora, a pesare è il ruolo insospettabile dell’élite ebraica russo-ucraina: storicamente radicata all’epoca dello zarismo, poi al centro della Rivoluzione d’Ottobre e tuttora cruciale nella sanguinosa controversia che oppone Kiev a Mosca.

LO ZAR APPARENTE

Vladimir Putin? Sconsideratamente criminalizzato, alle nostre latitudini. Come definirlo? Statista di rango planetario, intanto. Leader carismatico, al quale i russi attribuiscono un’aura di quasi-sacralità presidenziale. A patto che si riesca a non perdere di vista la realtà: che nel suo caso è quella di un politico largamente condizionato dai gruppi di pressione che lo circondano, ancora legatissimi all’Occidente. Dal primo ministro Mikhail Mišustin alla presidente della banca centrale, Elvira Nabiullina. Un uomo capace, Putin. Ma uno Zar soltanto apparente.

Primo errore ottico: «In tanti guardano a lui (o allo stesso Trump) come se fossero possibili leader mondiali, nostri salvatori». Vengono spesso visti come eroi, «che non vogliono entrare nel racconto del “capitalismo inclusivo” alla Schwab, nel mondo di Draghi, in quello che i mass media di tutto il pianeta stanno cercando di inculcarci». Sarebbe bello, ma le cose non stanno così. «Inoltre, anche in Russia c’è un mainstream mediatico: è opposto a quello occidentale, ma quindi – purtroppo – perfettamente speculare. Oltretutto, nell’ultimo anno c’è stata anche una sterzata verso il populismo patriottico: ma temo sia solo di facciata».

QUALE AGENDA RUSSA?

Non fa sconti, Koreshkov, nel suo ultimo intervento (alla festa estiva di “Border Nights”, canale con il quale collabora: una kermesse con la partecipazione, tra gli altri, di Roberto Quaglia e Massimo Mazzucco). «Vista la situazione attuale – esordisce l’analista russo – credo sia meglio che Putin resti dov’è. Certo, avrebbe potuto fare molto di più e molto meglio, nei suoi 23 anni di potere». Koreshkov è laureato in economia. La sua critica: «Il capo del Cremlino ha fatto troppo poco per far crescere l’industria nazionale, svincolando cioè la Russia dal ruolo di semplice fornitore di energia».

Dove starebbe sbagliando, la Federazione Russa? «Nel non creare una propria agenda: preferisce infatti limitarsi a contrastare l’agenda altrui. E l’agenda, in tutto il pianeta, sappiamo bene chi la crea: il 94% dei media mondiali appartengono ad appena 6 famiglie». Mettendo da parte la recente retorica del patriottismo, che cosa vorrebbe il popolo russo dal proprio leader? «Personalmente non stravedo per il filosofo Alexandr Dugin», premette Koreshkov. «Però, in un discorso pubblico, ha centrato il problema: fino all’ultimo – ha detto – Putin non farà mai una scelta definitiva, tra l’Occidente e il mondo russo. Questa scelta la lascerà a chi verrà dopo di lui».

DUGIN SCETTICO SU PUTIN

Ed ecco il ritratto meno consueto dell’uomo del Cremlino: un Putin eternamente ondivago. «Temo che oggi sia la persona più stressata e più infelice della Terra. Tutti noi abbiamo infinitamente meno potere di lui, eppure siamo molto più liberi. Attorno a lui è cresciuto un sistema che oggi è diventato un freno enorme. Ricordiamoci che Putin è cresciuto ai tempi di Breznev, negli anni Settanta: la sua personalità si è formata in anni nei quali ormai l’Urss oscillava tra la guerra fredda e la tentazione di accordarsi con l’Occidente, per esempio come grande fornitrice di gas».

Questa ambivalenza – aggiunge Koreshvov – affligge Putin ancora oggi, e in modo vistoso. «È sempre tra due fuochi: e sembra non riuscire mai a compiere una scelta davvero definitiva, proprio come dice Dugin». Inoltre, deve fare i conti con tante realtà accanto a sé. La stessa “operazione militare speciale” non è stata sicuramente un’iniziativa solitaria. «Putin non ha il potere di prendere decisioni da solo. Ha l’immagine dello Zar, questo sì: il carisma. Ma quando è stata “uccisa” l’Unione Sovietica, è stato creato un intreccio di potenti forze intermedie. Ci sono élite in continua lotta tra loro, per un posto al sole. Però, appena sentono puzza di bruciato – se cioè si accorgono che il popolo comincia a scoprire quello che sta succedendo – allora tornano unite e fanno fronte comune: per continuare a opprimere i cittadini».

FAMIGLIA E LEALTÀ: I VALORI RUSSI

Poi c’è Putin, dall’alto del Cremlino, in veste di arbitro: dispone dell’investitura elettorale che gli consentirebbe di muovere passi importanti. Il popolo lo seguirebbe, assicura Koreshkov. Lo confermano tutti i sondaggi. Nemmeno la campagna bellica in Ucraina ha scalfito il suo consenso: anzi, lo ha rafforzato (come lo stesso finto golpe inscenato da Prigozhin). Certo, la situazione è in evoluzione. Insieme alla Cina e all’India, la Russia sta letteralmente calamitando, grazie al traino vincente del cartello Brics, i maggiori produttori mondiali di energia e materie prime: la grande partita dello Zar, par di capire, ha per sfondo la de-dollarizzazione del globo. Ma i russi – dice Koreshkov – avrebbero bisogno di una svolta più decisa, a livello di politica interna.

«A Putin basterebbe dire quattro parole, che cementerebbero il sistema di valori che per i russi sono fondamentali. Quattro parole, ripeto: famiglia, coscienza etica, solidarietà ed equità (giustizia). Chiunque insistesse su questi valori, in Russia, avrebbe un seguito assoluto: non ci sarebbe spazio per nessun altro. Peccato che questi valori vadano in rotta di collisione con quelli che, da 30-40 anni a questa parte, si cerca in ogni modo di introdurre anche nella società russa». Come finirà? «Impossibile dirlo: penso che siamo soltanto all’inizio». La guerra in Ucraina? «Se voleva essere essenzialmente uno spettacolo programmato, forse sta sfuggendo di mano. E nessuna delle due parti vuole mollare».

LA RESISTENZA DEL POPOLO

Le partite sono tante, giocate tutte insieme. E di sicuro il globalismo non allenta la presa. È stato appena approvato il rublo digitale. In più, si annuncia la creazione di zone ad elevata video-sorveglianza. Situazioni e atmosfere molto vicine a quelle di Davos, dell’euro digitale, del dollaro digitale. «Però in Russia abbiamo un grandissimo vantaggio: da noi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Il rublo digitale? Sì, è stato votato dalla Duma. Ma c’è un problema: la gente non lo vuole. Vero, a Mosca non si protesta in piazza: qualcuno è finito in carcere per aver lanciato contro un poliziotto una bottiglia di plastica vuota. Però la gente conosce il modo di sabotare in maniera silenziosa le cose che non piacciono».

Nella capitale, durante il periodo pandemico – sulla carta – le restrizioni erano uguali a quelle in vigore in Italia: per muoversi bisognava riempire moduli, indossare mascherine. «Peccato che non lo facesse nessuno: la gente non lo accettava. E quindi: ci sarà il riconoscimento facciale in qualche stazione della metropolitana a Mosca? Troveranno il modo di eluderlo. Poi, per fortuna, la Russia non è Mosca. Nella stessa metropoli, del resto, il controllo non è così rigido: lo si aggira facilmente, spesso le autorità chiudono un occhio. Un po’ come avviene magari in Italia, in certe zone del Meridione».

DIFFIDARE DEI POLITICI

Riassumendo: «All’interno delle istituzioni è molto potente anche in Russia la lobby che manda avanti l’agenda mondialista. Dall’altra parte però c’è la saggezza del nostro popolo, che quelle misure le rifiuta totalmente. In questo senso dico che i russi potrebbero salvarci: non quelli che comandano, ma i semplici cittadini». Davvero inconsueta, la Russia fotografata da Dmitry Koreshkov. «La lotta non è orizzontale, è verticale. Il racconto ufficiale è illusorio: parla di destra e sinistra, dei comunisti di Zjuganov piuttosto che di “Russia Unita”, la formazione di Putin e Medvedev. Tutte storie, inventate per tenere le persone al guinzaglio».

«Per fortuna, negli anni Novanta i russi sono stati “vaccinati” contro le mistificazioni della politica: non credono più a certi racconti». E a proposito di vaccinazioni, ecco un esempio: «Il fallimento del siero Sputnik. Non è stato accettato, i russi erano diffidenti: visto che era offerto gratis dallo Stato, pensavano che non ci fosse da fidarsi. Proprio così: da noi la gente ha questo buon senso. Anche in Russia si leggono la Bibbia e il Vangelo, ma per capire come ragiona il popolo bisogna studiare i proverbi russi: sono la vera fonte della saggezza nazionale. E oggi – fortunatamente, direi – il popolo ragiona ancora come tre-quattrocento anni fa».

LO SPIRITO RUSSO

Il mitico spirito russo, insomma, incarnato in tanti capolavori della letteratura. Certe pagine avrebbero potuto scriverle solo Tolstoj, Dostoevskij, Puškin. A quello spirito, probabilmente, si richiama lo stesso Dugin. È il genius loci esaltato da Berdyaev: «La Russia è un paese di sconfinata libertà di spirito», scrisse. «Il popolo russo non cederà mai a nessuna benedizione del mondo “moderno”: la sua libertà di spirito viene concessa solo a chi non è troppo assorbito dalla sete di profitto, dal potere oppressivo delle convenzioni borghesi occidentali».

In altre parole: l’anima profonda di un paese immenso, con 100 lingue parlate e oltre 160 minoranze etniche, dai ceceni ai buriati. Un universo nel quale convivono atei e cristiani ortodossi, insieme a musulmani, buddisti, ebrei, sciamani animisti. Tutto vero: ma intanto la globalizzazione post-moderna incombe, persino nel paese delle steppe sconfinate. Le sfide mondiali, gli agguati quotidiani della geopolitica. «Credo che Putin dovrà per forza restare al Cremlino ancora per qualche anno», dice Koreshkov. «Certo, da un leader che sta invecchiando non mi aspetto chissà cosa».

SALVARE IL MONDO

«Ricordo invece più volentieri il primo Putin, appena dopo il Duemila: allora la stessa società vibrava. E lui, nel bene e nel male, in qualche modo la mandava avanti, l’agenda russa. Ora vedremo come andrà a finire. Speriamo solo di non doverci ritrovare, tra un anno, a parlare ancora di guerra. Non solo in Ucraina: perché sia i Paesi Baltici che la Turchia sono due teatri sempre molto caldi. Mi auguro proprio che si riesca a mantenere l’equilibrio, oltre che a metter fine alle ostilità nel Donbass».

In ogni caso, per capire che Putin e la Russia restano due realtà ben distinte – insiste Dmitry Koreshkov – basterebbe andare sul posto, anche fuori Mosca, e parlare con le persone normali: «Allora si ascolterebbero quelle quattro parole fondamentali: famiglia, etica, solidarietà e giustizia». Il popolo russo, come possibile baluardo antropologico. «E comunque, davvero: non contate su Putin, come salvatore del mondo, perché sarebbe già tanto se riuscisse a salvare la Russia». Parole nette: «Sì, confermo: potrebbe essere la Russia, non Putin, a salvare il mondo».

GIORGIO CATTANEO

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