Ancor meno elettricità per tutti. La distruzione delle infrastrutture energetiche dell’Ucraina ha ripercussioni nel resto dell’Europa, Italia compresa. Oggi, martedì 11 ottobre, l’Ucraina sospende l’esportazione di elettricità e annuncia che forse dovrà cominciare ad importarne. Come minimo, questo significa che qualcun altro dovrà sostituire l’Ucraina per completare il soddisfacimento dei bisogni dei Paesi confinanti: a cominciare dai bisogni della poverissima Moldova.

Solo che già prima, in Europa, la coperta era troppo corta. Non c’era abbastanza elettricità per tutti a causa delle sanzioni suicide imposte dall’Unione Europea alla Russia, donde il razionamento. E ora la coperta si accorcia ulteriormente.

Le reti elettriche nazionali, in Europa, sono fortemente interconnesse. Il battito d’ali di una farfalla elettrica a Stoccolma può produrre effetti ad Atene e a Lisbona. Con l’inizio della guerra, la rete elettrica dell’Ucraina – che prima era collegata a quella russa – è entrata nella rete elettrica europea. Un azzardo, dati i rischi insiti in qualsiasi conflitto. E ora quei rischi si sono materializzati.

Fino a qualche giorno fa sembrava tutto rose e fiori. Dalla primavera scorsa, l’Ucraina ha cominciato ad esportare crescenti quantità di energia elettrica verso i Paesi vicini: il 56% è andato alla Polonia, il 24% alla Moldova. Il resto, a Romania e Slovacchia. I dati più recenti sono fermi all’estate. Fino a quel momento, l’Ucraina aveva esportato 1.335 milioni di mWh. Di essi, 428.000 nel solo mese di agosto.

Poi le cose sono cambiate. Nella sola giornata di ieri, lunedì 10 ottobre, i bombardamenti russi hanno colpito 11 cruciali infrastrutture energetiche dell’Ucraina. Vari altri impianti sono stati colpiti stamattina, martedì. Mentre lotta per ripristinare almeno in parte l’erogazione dell’elettricità, l’Ucraina ha annunciato il blocco all’esportazione dell’elettricità. Ha anche fatto sapere che non prevede, per il momento, di importarne: ritiene che semmai nel peggiore dei casi ne avrà bisogno solo nel cuore dell’inverno.

Magari l’ultima affermazione pecca un filino di ottimismo, così come peccavano di ottimismo le roboanti previsioni di incassare entro fine anno 1,5 miliardi di euro esportando elettricità in Europa, soprattutto grazie alle centrali nucleari che in tempi normali assicuravano all’Ucraina oltre la metà della sua produzione.

Tuttavia è da tempo in mano ai russi la centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, che da sola in tempi normali generava il 20% dell’elettricità prodotta dall’Ucraina e più della metà dell’elettricità proveniente dall’intero parco nucleare del Paese. I bombardamenti russi hanno risparmiato le rimanenti centrali nucleari dell’Ucraina, ma di tutto il resto non si è salvato granché.

Probabile quindi che, se vuole tenere accese le luci, l’Ucraina sia costretta ad importare elettricità dall’Europa non appena avrà rattoppato la rete di distribuzione. In ogni caso, già ora gli impianti di altri Paesi devono aumentare la produzione per sopperire alla mancata esportazione dell’Ucraina. Ma qualcuno, in Europa, riesce ad aumentare la produzione di energia elettrica? E se sì, con quali costi e a quali prezzi?

In particolare è nei guai la poverissima Moldova, dove mancano i soldi perfino per accendere le stufe a legna. La Moldova sognava di soddisfare quasi un terzo del suo fabbisogno di elettricità grazie all’importazione dall’Ucraina. Ora il resto d’Europa dovrà spartire con la Moldova la crescente povertà energetica causata dalle autolesionistiche sanzioni alla Russia.

Articolo a cura di GIULIA BURGAZZI

Nel video il commento di Fulvio Grimaldi tratto da questo approfondimento di Visione Tv

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