È di qualche giorno fa la declassificazione dei files segreti che riguardano l’inchiesta per la morte di John Fitzgerald Kennedy avvenuta il  22 novembre 1963.

Quasi 1500 documenti, alcuni molto brevi, i cosiddetti memo , altri invece di diverse decine di pagine, sono stati pubblicati sul sito dell’archivio di stato americano e si vanno ad aggiungere a quelli già rilasciati tempo fa.

Si ricorderà senz’altro che lo stesso ex presidente Trump dichiarò che avrebbe rilasciato i documenti ma solo quelli non contenenti nomi o indirizzi di persone ancora in vita , perché , disse ,“temeva fortemente la reazione del popolo americano(…).”

Ebbene, ora che li abbiamo, cosa troviamo di interessante?

Sicuramente grande protagonista è la Russia. Il nome “Russia” appare letteralmente ovunque, tanto da dare l’impressione, anche a distanza di quasi 60 anni, che la Russia debba costituire il grande elemento di distrazione verso cui orientare chi legge e chi a suo tempo ha indagato.

Ma ci sono due grandi nomi che appaiono sulla lista questa volta, e sono proprio quelli che maggiormente hanno destato sconcerto: George Bush Senior Fidel Castro. 

Si riferiva forse a loro Donald Trump?

Oggi, nella prima delle due parti dedicate ai JFK SECRET FILES parleremo di George Bush. 

George Bush Senior viene ricordato come presidente degli Stati Uniti, ma non molti sanno che ha lavorato nella CIA per lungo tempo prima di ricoprire quella carica.  Ma sia chiaro, non è un caso che molti non lo sappiano, visto che il suo coinvolgimento con l’agenzia venne tenuto segreto di proposito, come a dar conferma che esistesse una CIA ufficiale ed una “CIA nella CIA”. 

Fu Gerald Ford, il successore di Nixon, a dare l’incarico a George Bush, lo stesso Gerald Ford che poi condusse le indagini sulla morte di JFK con la commissione Warren. 

E l’incarico rimase tale, cioè  segreto, fino a che nel 1985 si scoprì un memo del 29 novembre 1963, da cui si evinceva chiaramente che George Bush faceva già parte della CIA a quell’epoca.

(Si ricordi che invece, secondo le fonti ufficiali finora consultabili,  George Bush lavorò come capo della agenzia di intelligence solo tra il 1976 ed il 1977.)

Nel memo si legge esplicitamente che “un esponente della CIA, tale George Bush, ha fornito sostanziali e credibili informazioni riguardo al fatto che era a conoscenza di un gruppo di simpatizzanti castristi che potrebbero aver organizzato l’assassinio (…).” Depistaggio?

Strano no?! Perché poi tutta questa segretezza? Beh, se ci pensiamo bene proprio non era una cosa così folle. Immaginate di lavorare per i servizi segreti americani senza che nessuno lo sappia, nemmeno coloro che sono vostri colleghi o superiori: diventate  immediatamente candidati perfetti cui commissionare i cosiddetti lavori sporchi, ma puliti, come si dice in gergo. 

Da lì, poi George Bush sorprendentemente ricompare invece come privato cittadino in un documento datato 22 novembre 1963, quindi il giorno stesso dell’assassinio di JFK, in cui si attesta che “un uomo identificatosi come George Bush avrebbe telefonato per dichiarare che nelle settimane precedenti all’assassinio avrebbe sentito un certo James Parrott parlare della volontà di uccidere il presidente(…). L’uomo inoltre dichiarava di trovarsi a Dallas al momento della telefonata(…).”

James Parrot, secondo quanto si legge, sarebbe stato uno studente dell’università di Houston, su cui Bush disse che, volendo, ci potevano essere persone da contattare per ricevere  maggiori informazioni. menziona altri due soggetti di cui ha già stranamente indirizzo e numero di telefono, possibile?!

Quindi, ricapitolando, abbiamo George Bush Senior,  il quale sta lavorando segretamente per la CIA da tempo, il quale in data 22 novembre 1963 si trova sul luogo dell’omicidio del presidente JFK, e che lo stesso giorno effettua una telefonata per depistare le indagini.

Come si sente spesso dire, la presenza sul luogo del delitto è un grave elemento indiziario, ma se la sommiamo al ruolo che segretamente ricopriva, è lecito sospettare che  George Bush fosse coinvolto molto più di quanto nessuno abbia mai avuto il coraggio di dire. Almeno finora.

MARTINA GIUNTOLI

 

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