Iran, il corrispondente Talal Khrais: “Israele cerca il coinvolgimento Usa nella guerra, ma non andrà così”

 

di Giulia Bertotto.

Talal Khrais è un giornalista professionista libanese, corrispondente dall’Italia per il quotidiano “As-Safir”, responsabile delle relazioni internazionali dell’associazione Assadakah.

Khrais è anche corrispondente della National News Agency NNA presso la Santa Sede e in Italia corrispondente militare da 34 anni. Ha collaborato alla stesura dei saggi Lebanon. Reportage dal cuore della resistenza libanese (2012), Syria. Quello che i media non dicono (2013), Middle East. Le politiche nel Mediterraneo, sullo sfondo della guerra in Siria (2014), tutti editi da Arkadia.

Abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo per parlare della situazione davvero drammatica e incandescente in Medio Oriente.

Nella notte tra sabato 13 e domenica 14 aprile, infatti, l’Iran ha lanciato l’operazione “Promessa vera” attaccando lo stato d’Israele con missili e droni. In seguito, il governo di Teheran ha dichiarato che l’azione è una riposta all’attacco dell’ambasciata persiana a Damasco. Gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni all’Iran e il botta e risposta tra le nazioni coinvolte si fa sempre più minaccioso.

 

L’INTERVISTA

Lo scenario in cui si situa l’attacco iraniano è quello di un cambiamento epocale del mondo, con la crescita dei BRICS e la sfida all’egemonia americana, mentre a Gaza lo stato sionista compie un genocidio alla luce del sole e delle telecamere di tutto il mondo. È la prima volta che l’Iran aggredisce all’interno dei confini israeliani. Come dobbiamo leggere questo evento?

 

Non è la prima volta che Israele assassina scienziati e personalità di spicco iraniane, non è la prima volta che sostiene movimenti sabotatori di impianti strategici in Iran, c’è una lunga storia di conflitto. Ma questa azione volta a bombardare una ambasciata è stata davvero brutale. L’Iran ha cercato di avere buoni rapporti di vicinato, ha riparato le relazioni con l’Arabia Saudita, è uno stato sviluppato che non può restare sotto embargo. La Repubblica Islamica si è tenuta fuori dal conflitto anche dopo il 7 ottobre. Ma in seguito all’attacco alla sede diplomatica di Damasco questo non è stato più possibile.

Prima di questo attacco il ministro degli esteri iraniano ha mandato due messaggi: uno agli Stati Uniti tramite l’ambasciata svizzera (da cui è rappresentata a Teheran) affermando che l’Iran avrebbe agito in base all’articolo 51 delle Nazioni Unite, il quale permette ad uno stato di difendersi e di lanciare attacchi preventivi per la propria sicurezza. Il secondo messaggio è quello che avrebbero colpito esclusivamente obiettivi militari, precisamente due basi nel deserto del Negev da dove sono partiti gli F35 che hanno colpito l’ambasciata iraniana a Damasco. Il secondo messaggio è stato mandato tramite il Qatar. Il suo contenuto era: se ci saranno paesi che utilizzeranno basi americane contro il territorio iraniano, l’Iran risponderà al fuoco. Da parte di qualsiasi paese arrivi la minaccia. I missili usati in questa occasione dall’Iran non sono neppure i più potenti che possiede, dobbiamo quindi leggere la notte del 13 aprile come un attacco dimostrativo.

 

Israele dimostra la sua natura di avamposto americano pur avendo al contempo un suo forte carattere ideologico e militare, non è un fantoccio della federazione d’Oltreoceano.

Ogni guerra di Israele è stata combattuta sui territori dei nemici e non sui suoi: nel 1967, ad esempio, ha distrutto l’intero reparto aeronautico egiziano sul terreno, come ha neutralizzato l’esercito siriano. Oggi deve rispondere a molti nemici e non ha più la credibilità della sua superiorità militare. Prima era in conflitto con Hezbollah, palestinesi, yemeniti, siriani, iracheni, oggi si aggiunge in maniera aperta anche l’Iran. Pensavano di farla franca colpendo l’ambasciata ma non è andata così. Francia e Gran Bretagna hanno messo il veto, neppure vogliono condannare l’attacco all’ambasciata. Lo stato sionista sa che non ha molte chance e per questo cercherà di coinvolgere gli Usa, ma molte delle basi americane in Medio Oriente sono sotto tiro del fuoco arabo.

 

Teheran ha avvisato gli Usa di tenersi fuori dal conflitto. Che ruolo e che interessi ha in ballo il Pentagono?

Gli Usa non hanno alcun interesse ad entrare in guerra con l’Iran, sono alle soglie delle elezioni e non vogliono essere impegnati in una guerra, soprattutto perché sarebbe uno scenario molto pericoloso: potrebbero rifarsi su basi militari alla portata degli alleati iraniani, come quelle di Kuwait, Qatar, Oman, Arabia Saudita, e la quinta flotta nel Bahrein. Gli Usa sono già logorati nel Mar Rosso e non possono andare avanti a lungo così. Israele farà di tutto per trascinare gli Usa in questo conflitto ma a Washington rivedono i loro errori nella rovina che sta compiendo Israele e non sono disposti a ripeterli.

 

Quali sono ora le più probabili conseguenze? Si attende la rappresaglia di Tel Aviv o è solo propaganda bellica?

Per rispondere a questa domanda devo dire qualcosa sull’immagine di Israele: la sua reputazione di stato intoccabile è caduta. Dal 1948 Israele si basa su due pilastri: la sicurezza e gli insediamenti coloniali, entrambi sono crollati. Il pilastro della sicurezza è crollato in realtà già nel 2006 nella guerra con Hezbollah quando sono arrivati missili fino a Tel Aviv. Anche se in Cisgiordania oggi ci sono 900 mila coloni e all’inizio degli anni ’90 erano 180 mila, questi coloni che sono arrivati da tutto il mondo e hanno occupato i territori palestinesi per una Terra promessa non si sentono più al sicuro. Basta pensare al Nord dello stato da cui sono fuggite di recente 200 mila persone. Insomma, Israele è in un momento critico, e cercherà la complicità militare americana.

 

Cosa fa l’Italia in questa scacchiera incandescente?

L’Italia non condanna l’aggressione alla sede diplomatica iraniana ma condanna l’attacco iraniano. Questo atteggiamento che vede due pesi e due misure per valutare gli eventi internazionali danneggia l’Italia. L’Italia che fu grande e che ha avuto personaggi come Almirante, Craxi, Berlinguer, Andreotti. Non dimentichiamo che il primo incontro tra Rabin e Arafat è stato promosso dal PCI con la DC e PSI. Oggi l’Italia non ha più voce in capitolo nella politica internazionale.

 

Perché?

Perché la politica è cambiata, ma soprattutto perché l’Europa, soprattutto la Germania e l’Italia, hanno un problema di coscienza nei confronti del popolo ebraico. Ma non è sulla pelle dei palestinesi che si può elaborare questo senso di colpa.

 

Intanto è stata fissata per giovedì la votazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese di far parte a pieno titolo delle Nazioni Unite. In queste ultime notti i palestinesi stanno finalmente riuscendo a dormire qualche ora?

I massacri proseguono, Israele continua a bombardare. La situazione è lievemente migliorata perché le pressioni internazionali stanno permettendo l’arrivo di aiuti umanitari. Ma Gaza è rasa al suolo, c’è la fame, epidemie e profughi ovunque. Nella storia nessuno aveva mai bombardato gli ospedali come ha fatto Israele.

Allo stesso tempo Netanyahu si sta impantanando nelle proprie sabbie mobili. Da sette mesi ha mobilitato circa un milione di soldati, tuttavia non hanno ottenuto alcun obiettivo. Non hanno riportato a casa gli ostaggi, non hanno sconfitto Hamas (con i suoi incredibili sotterranei, sostenuti anche dall’Iran), hanno perso più di 1400 mezzi militari, stiamo parlando del carro armato più all’avanguardia del mondo, il Merkava. Consideriamo che poche migliaia di combattenti armati soltanto di simil-bazooka stanno mettendo in ginocchio questo stato.

Il consenso popolare intorno alle sue azioni è sceso, ma la gente dimentica: sono i fatti che restano.

 

Oggi può ancora funzionare la formula dei due stati per due popoli?

No, non è più realistica e l’Occidente e l’Europa sanno che questa ricetta è pura demagogia. Dove dovrebbe rinascere lo stato palestinese? Ovunque ci sono i coloni, la Cisgiordania è piena di insediamenti ebraici. Bisogna prima liberare questi territori. La via di uscita è tornare alle risoluzioni ONU come la 242 e 338 che riconoscono lo stato palestinese. L’unico modo pensare una pace è rifondare la giustizia per questo paese.

 

La Terza guerra mondiale è alle porte o possiamo confidare nel deterrente atomico?

Non credo che ci sarà alcuna Terza guerra mondiale. Si tratta di aree geografiche contenute anche se molto coese tra loro; certo, in Medio Oriente la situazione è critica e il conflitto può allargarsi fino a richiamare alleati dell’Iran come la Cina e la Russia. Sappiamo che Israele detiene armi nucleari ma non possiamo essere certi che l’Iran ne possegga, ha invece lavorato molto sullo sviluppo dell’uranio. Al momento gli Stati Uniti si trovano nella parte debole del planisfero e non vogliono seguire la follia sionista.

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