I portuali di Trieste e il corteo pacifico che non piace al mainstream

La bora, che negli ultimi giorni ha sferzato le finestre, i cortili, le vele della Barcolana e i cappotti da poco riesumati, è stata clemente con i cittadini che hanno preso parte al corteo di Trieste.

Non che il vento li avrebbe fermati, certo. Non sarebbe bastato il vento di bora come non sono bastati lo scherno, l’etichetta di fascisti e facinorosi, e lo sdegno di chi, qualche volta, durante i precedenti cortei nella città giuliana, è rimasto a guardare dalla finestra, o più spesso è rimasto in casa dopo aver però avuto cura di appendere al davanzale striscioni che recitavano “Vaccinatevi tutti”, “Sì green pass”, “Il vaccino rende liberi”. Perché nelle settimane che hanno preceduto il “corteo dei portuali” c’è stato anche questo. Anche se la maggioranza, in questa città di confine, tanto raffinata quanto verace, casa di duecentomila abitanti, sembra riversarsi nelle strade, armata di tamburelli, fischietti, parole.

L’iniziativa della protesta, come è noto, è stata dei portuali, che hanno preso una posizione ferma contro l’introduzione del green pass e lanciato un appello a tutti gli altri lavoratori e cittadini. E Trieste a quell’appello ha risposto. Quindicimila persone, afferma la stampa locale. Trentamila, ribattono i partecipanti.

Quel che è certo è che la cittadinanza non si è fatta intimorire né dalle misure governative né dalle strumentalizzazioni arrivate a tappeto in seguito agli eventi di Roma.

Valgono più i diritti di un’etichetta: il vero stato d’emergenza è questo e i triestini lo hanno capito bene. Alla reputazione ci penserà la storia.

Tanto più che di facinorosi, a guardarsi intorno, non se ne vede traccia.

Il ritrovo è stabilito alle 14:30, nei pressi del porto, nel parcheggio antistante la “Lanterna”, che i triestini meglio conoscono come “Pedocin”, storica spiaggia comunale. Il parcheggio è gremito molto prima dell’ora stabilita: i portuali hanno diramato via social l’invito a ritrovarsi già da mezzogiorno per condividere “merenda e musica a casa loro: il porto”.

Una violenza inaudita, non c’è che dire.

Alla partenza del corteo ci avvicina Lino, operaio delle Ferrovie, che ci lascia un volantino e che ci guarda negli occhi dicendo che non siamo soli. Sorride, prende il cellulare, ci mostra le foto del porto di Genova alle 8 del mattino. “Visto? Stanno protestando anche loro, non siamo soli” ripete.

Ci sono i ferrovieri, il comparto scuola, il comparto sanità, i lavoratori della Flex e della Wärtsilä, i tassisti.

C’è Daniela, che tiene il ritmo dell’andatura del corteo percuotendo una scatola di latta vuota – in origine una scatola di biscotti – con un cucchiaio di legno. Daniela lavora in un supermercato ed è il primo sciopero della sua vita. Prima non ci credeva, nella protesta.

Tre insegnanti comunali reggono uno striscione: “L’uomo libero è colui che non ha paura di andare fino alla fine del suo pensiero”. Una di loro racconta che è stanca, che lavora da trentotto anni, che la scuola è cambiata.

C’è Samuele, che si è diplomato da pochi mesi e ha appena iniziato a lavorare, e vuole costruirsi la sua vita.

C’è Francesca, artigiana, che si è messa in proprio da poco e per lavoro dà una nuova vita ad abiti e accessori. “Vedremo come va questa settimana, cosa succede fra oggi e il 15”, e mentre parla non si scompone, nemmeno quando sua figlia la tira per la manica e le chiede “Cos’è che succede, il 15?”

C’è Alessandra, che ha passato la vita a lavorare con i bambini.

Ci sono Davide, e Luca, ed Elena, e Patrizia, e Paolo, e i nomi e le storie di quindicimila persone. O trentamila, poco importa. Poco importa quando la testa del corteo giunge in piazza Unità d’Italia, la stessa piazza in cui Mussolini annunciò le leggi razziali, e intona sotto il palazzo della Prefettura l’inno di Mameli e chiede a voce ferma la fine delle discriminazioni.

C’è Stefano Puzzer che dopo l’incontro con il prefetto annuncia che lui e i portavoce delle altre categorie di lavoratori hanno esposto le loro richieste e che se non otterranno risposta, come promesso, il porto di Trieste sarà bloccato.

“Buona festa”, ci aveva detto un portuale mentre ci porgeva da bere, prima della manifestazione.

E aveva ragione, perché attraversando il corteo e parlando con i manifestanti emerge una realtà che le telecamere del mainstream si rifiutano di vedere ma che resta innegabile: la folla a Trieste, pur composta da uomini e donne che si portano dietro storie piene di incertezza e di libertà e diritti persi, non è una folla arrabbiata.

La folla è felice di essere così numerosa, è rincuorata dalla presenza di facce conosciute, la folla è energica. La folla è tutto ciò che hanno provato a toglierci: è compatta, sorridente, forte.

MARIANGELA MICELI

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