di Giulia Bertotto.
Che cos’è davvero il carcere? Qual è la sua funzione profonda? Tra becero giustizialismo e garantismo senza concretezza, come possiamo pensare -e magari ripensare- questo istituto sociale dilemmatico e drammatico?
Lo abbiamo chiesto a Luigi Giannelli, già Sostituto Commissario Coordinatore di Polizia Penitenziaria, in servizio presso la Casa Circondariale “Rebibbia Nuovo Complesso” Roma dal 1987.
Ha inizialmente svolto, tra i tanti incarichi, anche quello di responsabile del Teatro collaborando con moltissimi registi agli allestimenti di numerose commedie, tra le più importanti: il Marat–sade regia di Antonio Campobasso 1989 – L’Esperimento regia di Giacomo Piperno 1996 – Commedianti regia di Anna Lezzi 1997.
Giannelli ha anche portato in scena, in alcuni teatri italiani e in 29 Istituti Scolastici del Lazio, “Lettera a un giovane detenuto” di cui è autore e regista 2008-2009. Ha realizzato alcuni cortometraggi e videoclip tra cui Sono in carcere e siete venuti a trovarmi premio Giubileo 2000 del vicariato di Roma. Benemerito del Calcio, riconoscimento conferito dal C.R.L. – L.N.D. – F.I.G.C. e autore del libro “Un giro di giostra Viaggio nelle carceri del Bel Paese di un Sostituto Commissario Coordinatore di Polizia Penitenziaria”, Herald Editore.

QUALCHE DATO SULLE CARCERI ITALIANE
Al 30 aprile 2023 i detenuti presenti nelle carceri del nostro Paese erano circa 56,7 mila: dunque con 9 mila detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare, con un tasso di sovraffollamento pari in media al 119 per cento. Il problema del sovraffollamento cambia da regione a regione scrive il sito Pagella politica. Si tratta di 190 istituti penitenziari. Attualmente nella Capitale ci sono 2.905 detenuti suddivisi in cinque carceri. E quasi dappertutto il sovraffollamento è ai limiti di guardia. A Rebibbia, ad esempio ci sono 1320 detenuti per 1155 posti, a Regina Coeli 883 detenuti per 615 posti. A Civitavecchia addirittura 475 reclusi per 357 posti, scrive Radio Roma.
L’INTERVISTA A LUIGI GIANNELLI
La funzione del carcere, oltre ad essere un monito al rispetto delle leggi per il potenziale criminale, è quella di reinserire il reo nella società. Ma il carcere così com’è oggi, riesce ancora in questa funzione di rieducazione dell’adulto? Sappiamo, grazie all’associazione Antigone, che al 31 dicembre 2021, dei detenuti presenti nelle carceri italiane, solo il 38% era alla prima carcerazione. Il restante 62% in carcere c’era già stato almeno un’altra volta. Il 18% c’era già stato in precedenza 5 o più volte.
Attualmente il regime carcerario non figura affatto bene tra quelli europei e neppure a confronto con il resto del mondo occidentale. La maggior parte della mia esperienza l’ho svolta a Rebibbia Nuovo Complesso, ma la nostra Italia non è omogenea nel modo di gestire le carceri, e questo ho potuto constatarlo in prima persona, in quanto capo scorta durante le operazioni di trasferimento dei detenuti da un istituto all’altro.
Ci sono principi giuridici, etici e psicologici, che andrebbero applicati in tutte le carceri e non solo in quelle modello come Rebibbia Nuovo Complesso o il carcere Opera a Milano. All’interno del penitenziario romano vi sono ben tre poli universitari, ad esempio, ci sono reclusi che svolgono attività teatrali e si laureano e spesso arrivano a confrontarsi con la realtà esterna. Purtroppo la maggior parte delle prigioni non sono così. Alcune carceri vivono nel crimine e pretendono di recuperare il criminale. Credo, come disse Voltaire, che il grado di civiltà di un popolo si misura dalla condizione delle sue carceri.
UNIONE EUROPEA E CARCERE
Anche l’Unione Europea ci impone vincoli in ambito carcerario?
Le norme che servono per il reinserimento sociale vengono meno per diversi fattori: geografico-culturali, economici, politici. Non dovrebbero essere le associazioni per la causa a trainare quello che la nostra Costituzione impone negli articoli 3, 13 e 21[1] i quali normano il trattamento carcerario. Anche la Corte Europea per i diritti dell’uomo garantisce che i detenuti siano soggetti di diritto come tutti gli altri cittadini, seppur se in stato di detenzione per la tutela della comunità e al fine della loro stessa rieducazione. Anzi, proprio la condizione particolare di vulnerabilità e controllo quale è quella della prigione non deve permettere abusi sugli esseri umani. Lo scopo del carcere non è punire ma rappresenta solo un primo passo di recupero.
CARCERE DISUMANO? UNA SCELTA ANCHE POLITICA
Ormai la situazione carceraria non fa più notizia: numero di detenuti oltre la capienza, mancanza di diritti di base universalmente riconosciuti, ma si tratta di scelte politiche e non di flagelli irrimediabili.
Dal momento in cui il cittadino (perché sì, si tratta giuridicamente di un cittadino, status che non perde mai) finisce in carcere ha l’ignoto davanti a sé. Che sia condannato o imputato, da quel momento lo attende la paura e il risentimento. Ed è qui che il carcere deve accogliere per risanare la frattura tra reo e società, assicurando innanzitutto -naturalmente- la sicurezza alla comunità. Molte strutture sono fatiscenti e abbandonate, sono inadeguate ad ospitare una grande varietà umana, sono luoghi non idonei a trattenere le persone sia a seguire un’attività trattamentale e pedagogica.
Pensiamo poi anche alla proporzione della pena: il 40% circa dei detenuti ha compiuto un reato minore eppure si trova a contatto con detenuti che hanno commesso crimini gravi: la custodia cautelare è quindi un provvedimento che andrebbe rivisto perché mette a contatto con modelli impropri di comportamento. Occorrerebbe ridisegnare un nuovo carcere per i detenuti pericolosi in senso umanizzante ma non libertino, che rispetti la sicurezza collettiva e i principi della custodia. Mentre per i reati minori devono essere previsti lavori socialmente utili. Il detenuto, soprattutto quando ha compiuto reati minori, deve essere responsabilizzato.
A Roma è stato fatto un esperimento di questo tipo facendo svolgere giardinaggio per il verde pubblico, ma con il poliziotto fisicamente a contatto con il detenuto, non era un esempio virtuoso di fiducia. Il carcere serve ad offrire una alternativa al carcere, e non dopo venti o trent’anni quando non può che restare solo risentimento. Non è il tempo carcerario a cambiare davvero profondamente la persona. E se non vogliamo trasformare la società in un penitenziario dobbiamo accettare che il carcere faccia parte del corpo dello Stato e non ne sia un residuo ai margini.
CARCERE E GLOBALIZZAZIONE
C’è anche il fattore “globalizzazione”: molti detenuti non parlano italiano e scarseggiano i mediatori culturali e traduttori linguistici.
Questo è uno dei grandi problemi del carcere, che aggiunge altri limiti di comunicazione e comprensione in una situazione già complessa. Vorrei invitare a riflettere anche sul fatto che da quando sono stati chiusi gli istituti psichiatrici (senza entrare nel merito di questa delicata questione) in carcere sono confluite molte persone con problemi psichiatrici anche molto gravi. In questo quadro aggiungo anche il monito a fare attenzione alle associazioni a scopo di lucro che gravitano intorno al carcere e che hanno interessi legati al profitto come abbiamo visto per gli orfanotrofi e per i migranti nella brutta cronaca recente.
IL CASO COSPITO E IL 41 BIS
A proposito di reati gravi. Si è parlato molto del caso Cospito e del 41 bis. Secondo lei questo Articolo è necessario ed eticamente sostenibile?
Dobbiamo partire dall’idea che il mondo non è perfetto e ideale, altrimenti non avremmo neanche i reati e il carcere. Quindi ogni misura va valutata in base alle condizioni del contesto sociale e criminale. Il 41 bis nasce dall’Articolo 90 e dall’esperienza anti terroristica del generale Dalla Chiesa; è una forma detentiva molto chiusa che nasce da un’esigenza di sicurezza dei cittadini e delle istituzioni per impedire che boss mafiosi o terroristi possano comunicare e impartire ordini e direttive fuori dal carcere e continuare ad operare contro lo stato anche se sono tra le sbarre.
Per certe forme di pericolo sociale purtroppo non possiamo fare a meno del carcere di massima sicurezza. Il principio fondativo delle mafie è di opporsi allo Stato e anche sostituirsi allo Stato stesso; questo non possiamo permetterlo e il 41 bis è a mio avviso il prezzo necessario che dobbiamo pagare. Le mafie rappresentano l’anti Stato, usurpano la funzione dello stato allo Stato stesso con un potere temporale contrario a quello fondamentale del potere pubblico e dobbiamo difenderci per salvare la Democrazia.
LA CONDIZIONE DELLA POLIZIA PENITENZIARIA
Il malessere carcerario con picchi estremi di depressione clinica grave e suicidi colpisce anche la polizia penitenziaria, la quale condivide l’ambiente fisico e interiore del carcerato anche se in modo diverso e con un ruolo differente.
La mancanza di personale carcerario è un danno alla polizia penitenziaria, ai detenuti e all’intera cittadinanza. Perché la polizia che condivide il carcere con il reo è un fattore umano e professionale indispensabile per un esito di reinserimento positivo. Il contatto continuo del poliziotto con il detenuto crea dinamiche umane ed emotive inevitabili, il poliziotto assorbe la sofferenza di questi luoghi e quella dei familiari che vengono in visita; il poliziotto media tra mondo fuori e dentro, non è solo un guardiano che apre e chiude celle. Questa figura va sostenuta mentre invece addirittura viene tratta da polizia di serie B. Va implementato al più presto il sostegno economico, sociale e psicologico ma anche la formazione e preparazione per tutte le figure mediche e psicologiche che operano in carcere.
CULTURA E DETENZIONE
Attività come il teatro, lo studio e la lettura, ma anche la psicoterapia o la consulenza filosofica dietro le sbarre hanno una funzione importante per la salute psico-fisica della persona reclusa.
Non c’è dubbio, non sono velleità per passare il tempo ma attività formative, per offrire modi di pensare diversi da quelli che il detenuto ha introiettato; spesso se si arriva a delinquere è perché si è vissuto in contesti degradati che hanno insegnato e mostrato solo la via del crimine. Persone e artisti come il regista Fabio Cavalli, attore, autore, scenografo, produttore, docente, fondatore del Teatro Libero di Rebibbia, hanno reso un grande servizio umano.
RESPONSABILITÀ E “PERDONANZA”
L’ergastolo esiste ancora in Italia? A suo avviso è in fin dei conti una pena di morte che non ha il coraggio di dare il colpo di grazia diretto?
Ci sono due tipi di ergastolo in Italia: quello ostativo e quello non ostativo. La condanna massima nel nostro paese non supera ormai di fatto i trent’anni ma spesso si riduce a 15 poiché il reo può continuare il percorso in maniera alternativa al carcere con semilibertà e lavoro.
Il carcere ostativo richiama invece il regime di massima sicurezza, non si è pentito e non collabora con la giustizia e non si è dissociato dalle azioni e rapporti criminali.
Il castigo è necessario alla psiche umana ma è la perdonanza che responsabilizza: se mi viene inflitta una pena io subisco, se mi viene affidato il perdono io sviluppo la responsabilità di non deludere, di non sbagliare nuovamente, di tenere alte le aspettative morali di chi mi ha dato fiducia. La perdonanza crea un legame tra chi perdona e chi viene perdonato (e si fa perdonare) e impegna le persone in una collaborazione. Ed è solo così che cresce un essere umano maturo. Senza un lavoro interiore nessuno torna in società nel pieno del diritto.
[1] Art. 21 Modalità del lavoro. L’amministrazione penitenziaria prende tutte le iniziative per assicurare ai detenuti e agli internati il lavoro meglio rispondente alle condizioni ambientali e dei soggetti, organizzandolo sia nell’interno degli istituti sia all’esterno di essi.

















