Domenica 14 maggio si tengono in Turchia elezioni che sono ritenute le più importanti di questo 2023. Insieme alla conferma o alla defenestrazione del presidente uscente Erdogan, è infatti in gioco la posizione della Turchia rispetto ad Occidente, guerra in Ucraina e Russia. Gli Stati Uniti hanno già votato contro Erdogan e contro la sua politica.

Finora, pur facendo parte della Nato, la volpe turca non ha applicato le sanzioni contro la Russia. La potenza del suo esercito – l’undicesimo al mondo, si dice – e la posizione geografica nel Mediterraneo assegnano alla Turchia un ruolo non certo secondario nelle vicende internazionali.

Oltre alle elezioni presidenziali, il 14 maggio si svolgeranno quelle per il Parlamento. Però Erdogan ha trasformato la Turchia in una repubblica presidenziale nella quale il presidente – egli stesso, finora – detiene il diritto di veto.

L’OPPOSIZIONE IN TURCHIA

Il principale avversario di Recep Erdogan nella corsa alla presidenza è Kemal Kilicdaroglu. Filo-occidentale e gradito agli Stati Uniti, guida una coalizione formata dai maggiori partiti di opposizione. Vincerà?

Le principali testate mainstream occidentali proclamano praticamente all’unisono che Kilicdaroglu è avanti nei sondaggi. L’aumento del costo della vita e il disastroso terremoto, scrivono, possono costare la rielezione ad Erdogan, al potere ormai da vent’anni. Ci sarà magari un ballottaggio, profetizzano, visto che per vincere al primo turno ci vuole almeno il 50% dei voti. Solo i sondaggi del quotidiano turco filogovernativo Daily Sabah danno Erdogan vincente al primo turno.

L’agenzia Reuters fa sapere che si sono già espressi contro Erdogan anche i mercati: gli investitori stranieri stanno mettendo gli occhi sulla Turchia, scrive, anticipando la svolta post elettorale verso una politica economica “più ortodossa”. Leggi: più osservante dei dogmi neoliberistici.

LA REAZIONE DI ERDOGAN

Dal canto suo, pochi giorni fa Erdogan ha mandato letteralmente a quel paese l’ambasciatore statunitense in Turchia. Praticamente, si è comportato come uno che ha già la vittoria in tasca o che, al contrario, ormai non ha più nulla da perdere.

Ha rinfacciato infatti all’ambasciatore di essersi incontrato con Kilicdaroglu, ricordandogli che l’interlocutore di un ambasciatore è il presidente: e non il capo dell’opposizione. Per buona misura, Erdogan ha detto all’ambasciatore di vergognarsi e l’ha avvertito che la sua porta sarebbe rimasta chiusa per lui.

Non è certo un santo, Erdogan. Sarà pure un mezzo satrapo o un satrapo tutto intero. Però un merito ce l’ha. La sua Turchia non è organica a nessuno: né all’Occidente né alla Russia (o alla Cina), ed è stata quindi in grado di promuovere i colloqui di pace per l’Ucraina, anche se poi l’Occidente li ha fatti fallire.

Per questo le elezioni in Turchia possono davvero essere le più importanti dell’anno. Stabiliranno se il Mediterraneo è uno stagno di Washington o se invece è ancora possibile in questa area perseguire una politica al di fuori del blocchi.

GIULIA BURGAZZI

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