di Bruno Scapini.*

La malafede di Washington nella gestione della questione palestinese si confermerebbe chiaramente con l’ultima mossa adottata all’ONU dalla Casa Bianca.

Il 18 aprile scorso, in sede di votazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazione Unite – per raccomandare all’Assemblea Generale di ammettere la Palestina quale membro a pieno titolo dell’Organizzazione -, gli Stati Uniti ancora una volta, e al fine esclusivo di compiacere il Governo israeliano, hanno opposto il loro veto acché la risoluzione potesse essere approvata. 12 delegazioni avevano votato a favore con astensione della Gran Bretagna e della Svizzera. Dunque, soltanto l’opposizione di Washington ha bloccato il voto vanificando ancora una volta un passo decisivo verso la soluzione della drammatica questione.

Che l’atteggiamento americano sia infido e non credibile a riguardo della volontà dell’Amministrazione USA di pervenire a una soluzione equa della questione, lo proverebbe proprio quest’ultimo veto. Esso ha, infatti, inibito il tentativo di porre una condizione basilare e imprescindibile alla soluzione del conflitto. La Palestina, infatti, è già oggi presente in Assemblea Generale ONU con lo status di “osservatore”.

Ammetterla a pieno titolo non avrebbe di certo rappresentato la “soluzione di per sé” della pluridecennale crisi; purtuttavia avrebbe rappresentato un decisivo passo avanti, costituendo la premessa indispensabile per l’avvio di un negoziato tra due soggetti statuali di pari dignità inteso a dare finalmente attuazione alla Risoluzione ONU 181 del 1948 a termini della quale si sarebbero dovuti creare due Stati per i due rispettivi popoli.

Un’ipotesi risolutiva, questa, non solo riconosciuta già allora dalle Nazioni Unite, ma ripetutamente affermata, e anche recentemente, proprio dagli Stati Uniti, peraltro in contestuale condivisione con Mosca. Mai come in questo caso, dunque, varrebbe l’antico adagio: “predicare bene, e razzolare male!”. Gli americani, giusti e sinceri a parole, mutano nei fatti di atteggiamento per comportarsi in maniera ingiusta e disonesta. Ecco allora che l’ultimo veto opposto in Consiglio di Sicurezza rivelerebbe a pieno la loro malafede.

Israele – e lo si sa ormai – è assolutamente contrario oggi alla creazione di uno Stato della Palestina. Del resto, lo hanno fatto chiaramente intendere i suoi vertici governativi. Anzi, l’interesse di Gerusalemme sarebbe ora proprio quello di estromettere i palestinesi dal loro territorio di storico insediamento per appropriarsene, e gli Stati Uniti, opponendosi al recente voto del CdS, avrebbero rivelato il loro stesso appoggio a questa nefanda prospettiva israeliana.

Che sia una tattica della Casa Bianca per rinviare una soluzione a dopo le elezioni presidenziali?

Probabilmente, dato il rischio per Biden di alienarsi, in caso contrario, le decisive simpatie delle lobby ebraiche americane. Ma a ben guardare, questa tesi, benché plausibile, sarebbe un semplice “wishful thinking” (una pia illusione), considerato che la difesa a oltranza delle posizioni di Israele è ormai una incrollabile costante nel quadro degli interessi strategici di Washington.

Più credibile, per contro, sembrerebbe l’ipotesi di un interesse “made in USA” a mantenere in piedi la crisi israelo-palestinese in funzione anti-iraniana. Non dimentichiamo, infatti, come proprio l’Iran sia l’ultimo Paese dello scacchiere medio-orientale che gli Stati Uniti non siano ancora riusciti a destabilizzare. Un obiettivo, quest’ultimo, da cui comunque non vorranno demordere facilmente.

 

* Bruno Scapini, oltre alla sua lunga carriera in diplomazia, porta nel dibattito pubblico la sua esperienza di scrittore. È autore, fra gli altri libri, di L’anomalia della Terra Promessa (Calabano Editore, 2023).

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