di Ingrid Atzei.

Nei giorni scorsi, guardavo i volti sorridenti dei guerrafondai riuniti al consesso pugliese del G7, adeguatamente disposti uno accanto all’altra per consentire opportunistici scatti.

Al netto dei temi “valoriali” che hanno tenuto banco in TV, in definitiva, quello che davvero è emerso sul tema fondamentale delle trattative per la pace – e nonostante la presenza del Papa (invero invitato per confrontarsi sul tema delle intelligenze artificiali) – è che l’addivenire alla pace è stato l’ultimo dei loro pensieri.

Altrimenti i convenuti alla (mala)parata non avrebbero disposto nuovi finanziamenti, di qui ad un decennio ed oltre, per sostenere il supereroe in perenne mise da combattente, per giunta facendo ricorso agli interessi sugli asset russi congelati tra Stati Uniti, Europa e Giappone.

Ecco, allora, proprio mentre li guardavo, m’è tornata alla mente Nadia Gallico Spano, una delle madri della Costituente. Quando Hitler, Chamberlain, Daladier e Mussolini si riunirono per “favorire la pace”, consentendo ad Hitler di annettersi la regione dei Sudeti, ma si “dimenticarono” (dettaglio minimo in fondo in fondo) d’invitare la Cecoslovacchia, comprese che, lungi dal percorrere un proficuo sentiero di pace, l’Europa si stava avviando alla guerra.

Noi, in realtà, in guerra ci siamo già da un bel pezzo ma la novità è che sta per terminare l’addestramento alla guerra totale. O, almeno, questa sembrerebbe la direttrice.

Quale addestramento? Vi chiederete voi. Ma quello dei popoli dell’Occidente Collettivo, ovviamente: quelli che, per mezzo della pandemia, sono stati addestrati a vivere in emergenza, a pensare in emergenza, a pensarsi in emergenza.

Aspettate, prendete fiato, ve lo dico diversamente…

Da più parti, tra gli analisti e le persone comuni, aleggia, come uno spettro da esorcizzare, la domanda: “Ci sarà o non ci sarà la guerra?” Oppure: “Questa escalation sarà quella del punto di non ritorno?” O ancora: “La guerra nucleare è possibile?”

Io, lo dico sommessamente, credo che il quesito non sia correttamente posto, nel senso che tutto l’addestramento al quale siamo stati sottoposti con l’utilizzo di termini militari per riferirci al virus durante il periodo pseudo-pandemico sono stati necessari per farci introiettare uno script, ovvero un canovaccio comportamentale da iterare al momento opportuno. Quel training, chiaramente, già lo sapevano i ‘potenti’ che non sarebbe andato perduto. Insomma, non c’hanno investito sopra per non ricavarne nulla o solo per andare di pandemia in pandemia.

Provo a spiegarvi il mio pensiero facendo ricorso al… pescetto rosso.

Lo sapete che si dice su di lui?

Si dice che può stare bene anche nella boccia di vetro perché ogni qualche secondo si dimentica del percorso compiuto; resetta o rimuove. Perciò, il pescetto si abitua facilmente alla deprivazione di libertà.

Durante un corso che feci diversi anni fa, venne raccontata una storiella di Dino Buzzati, intitolata, neanche a dirlo, “La libertà”. La storiella racconta di come un pescetto rosso infilato, con tanto di boccetta sua, dentro una vasca più grande, inizialmente, scorrazzi felice per la vasca e, poi, preferisca nuovamente la boccia, che, teniamolo a mente, è sempre rimasta nella vasca. La spiegazione che il pescetto dà è che non è la libertà in sé la cosa importante, ma la certezza di poterne usufruire quando vuole. Anzi, il pescetto della storiella si spinge a dire di più e cioè che, se prendesse gusto alla libertà della vasca grande, finirebbe per esserne sazio e la brama d’avere ancora più libertà lo renderebbe triste. Così la pensa lui.

Detto diversamente, la sicurezza della libertà regola il nostro rapporto con lo spazio esterno alla “boccetta”.

Facendo un ragionamento inverso, potremmo ipotizzare di accettare la deprivazione di libertà perché sappiamo che la vasca (leggasi mondo) continua ad esserci, ovvero viviamo nell’auspicio di poter uscire nuovamente dalla boccia (leggasi Occidente in emergenza) quando ci pare (più o meno strettamente legato alle contingenze, le quali, comunque, evitano in individui pienamente consapevoli di sé di abusare della libertà).

Ora, però, immaginiamo che la boccia venga levata dalla vasca (stato di guerra) e che il pescetto rosso possa vedere l’intorno solo filtrato dal vetro (diciamo che l’esplorazione della vasca gli è preclusa e la conoscenza giunge solo filtrata dall’esterno). In una condizione del genere, il pescetto impoverisce le proprie possibilità di esperire direttamente e, per accettare di accontentarsi di questa esperienza/esplorazione differita, attua la rimozione (il reset che abbiamo visto poco sopra). Oppure, potrebbe accadere anche che, sentendosi tanto tanto osservato nella boccetta sua sola soletta, sviluppi un’ansia variamente definibile come ansia da cavia o sindrome da pescetto rosso o, ancora, ansia da iper-controllo o da totale assenza di libertà; nemmeno la libertà di farsi i fatti propri dentro la boccetta sua, appunto.

Risultato: nel primo caso, il pescetto sta male e non lo sa; nel secondo caso, il pescetto sta male punto. In un modo o nell’altro il pescetto sta male.

Noi stiamo male.

Ma la verità è che non ce ne frega niente! Il non percepire soluzioni (leggasi non considerare il saltar fuori dalla boccetta una soluzione efficace) agevola l’apatia.

Ormai, l’abbiamo esperito che le cose stanno così, sia quando si è provato a raccogliere le firme contro l’invio di armi dovunque fosse che, recentemente, quando siamo stati chiamati al voto europeo. Al netto di tutto, dobbiamo ammettere che il pensiero generalizzato che emerge non si può sintetizzare con gli Italiani non vogliono la guerra quanto, piuttosto, con gli Italiani non vogliono la guerra a casa propria.

Non è la stessa cosa. Perché chi non vuole la guerra a casa propria sarà persuaso dall’idea fallace che investire per mantenere lontana quella guerra sia la soluzione giusta (meglio starsene nella boccetta propria per quanto isolata). Chi pensa così non si attende la pace, spera solo ardentemente che nessuno gl’impolveri i tappeti dentro casa (insomma, che ci sia sempre acqua nella boccetta).

Di più, sapere che si stanziano finanziamenti per Mister maglietta da combattente, di qui a due o tre lustri, dalla parte dei decisori giustifica la perpetuazione dello schema emergenziale, più o meno incisivamente; e dall’altra parte, quella del popolo, conferma che l’Apocalisse, per quanto possibile, non è così vicina. Ovvero la vasca grande (leggasi il mondo in pace) non si vede ma l’istinto atavico c’induce a vivere nella speranza, se non già la certezza, che ci sia, dal momento che intimamente lo sappiamo che i pesci non nascono per stare dentro una boccia di vetro, per giunta poggiata sulla desolazione.

E, ora, per concludere, passo al ragionamento successivo perché quello che tanti sembrerebbero sottovalutare è che qualcuno, tra boccetta e vasca, potrebbe decidere di frapporre uno specchio deformato.

Cosa sto cercando di dire? Sto cercando di dire che, dal punto di vista dei decisori che intendono liquefare le strutture dei popoli occidentali, non importa che la guerra nucleare deflagri realmente in tutta, ma proprio tutta, la propria potenza distruttiva: perché, per essere in guerra, ci basterà sentirci in guerra (specchio deformato). Quanto all’utilizzo o meno di specifiche armi e da parte di chi, sappiamo talmente poco e riceviamo notizie talmente parziali e controllate che non potrebbe trattarsi in alcun modo di un parametro obiettivo da tenere in considerazione, né rapido per farsi un’idea. Ovviamente, bisognerebbe rimettersi al contesto ed agli esperti del caso. E questo richiederebbe differimento del giudizio o la sua temporanea sospensione; insomma, ci si ritroverebbe nella condizione di consumare tempo e risorse che ci porrebbero in svantaggio rispetto all’antagonista imperialista.

Con la percezione dell’Apocalisse, dunque, le élites globaliste ci terranno inchiodati ai loro diktat distopici mentre il resto del mondo continuerà ad esistere con ciclici alti e bassi, l’alternarsi delle ere più calde e più fredde e l’altra parte dell’umanità che progredisce. È solo l’Occidente ad aver bisogno della guerra, e prima possibile; il resto del mondo no. Il resto del mondo non ha alcuna intenzione di eleggere la guerra come metodo di governo, perciò lo scenario che, ad uno sguardo totalmente asettico, si profilerebbe, date le premesse, è una false flag che giustifichi lo stato di guerra, in questo caso guerra nucleare, giocata tutta all’interno del terreno di diporto che si è deciso essere sacrificabile (la famosa boccetta di vetro). E, per completare le mire imperialistiche, ci sarà tempo e modo…

 

You may also like

La NATO è in guerra

 di Gaetano Colonna.  L’attenzione dei media al vertice NATO di Washington si è focalizzata soprattutto sugli aspetti più folcloristici, a ...

Comments are closed.