L’aveva prescritto il medico, che dovesse essere proprio il dollaro a regolare il commercio mondiale? Perché non possiamo utilizzare le nostre valute? Questo il tono del presidente brasiliano Lula, reduce da una storica visita a Pechino. Missione: far rinascere l’industria del colosso sudamericano grazie al sostegno cinese, visto che la finanza statunitense starebbe battendo in ritirata.

Colpo durissimo al prestigio yankee: parole di fuoco contro l’unilateralismo atlantista anche a Shangai, dove Lula ha incontrato l’ex presidente carioca Dilma Rousseff, oggi a capo della banca di sviluppo dei Brics. Autentiche bordate contro i ricatti del Fondo Monetario Internazionale in paesi come l’Argentina: chi accetta quei prestiti poi deve sottostare a pesanti condizionamenti politici.

IL BRASILE CONTRO GLI USA

Già smentiti, a quanto pare, i timori legati all’avvicendamento a Brasilia a spese di Bolsonaro, dopo un risultato elettorale fortemente contestato, tra accuse di brogli e le inquietudini dei militari. Bolsonaro aveva avuto il coraggio di opporsi al diktat “vaccinale”, allineando il Brasile alla Russia anche nel respingere le sanzioni contro Mosca. La notizia: oggi lo stesso Lula attribuisce agli Usa la maggiore responsabilità nel conflitto in Ucraina.

Per Washington, un vero e proprio affronto. Lo sottolinea John Kirby, portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale: «Il Brasile sta ripetendo a pappagallo la propaganda russa e cinese senza guardare ai fatti». Parole che dimostrano essenzialmente frustrazione e impotenza: agli Usa starebbe sfuggendo il controllo su vaste aree del pianeta.

LULA, I SAUDITI E L’IRAN

Colpisce sicuramente il posizionamento di Lula, che infrange una serie di tabù atlantisti. L’antagonista di Bolsonaro era considerato una sorta di totem della sinistra, dunque – si presumeva – non ostile all’agenda di Davos contestata dai biechi “sovranisti”. Il pragmatismo di Lula spiazza tutti: sembra comportarsi come Trump, senza imbarazzi nello stringere alleanze eterodosse.

I media sottolineano un altro passaggio simbolico del viaggio di Lula in Oriente: la tappa ad Abu Dhabi per siglare ulteriori accordi economici, dopo quelli con Xi Jinping. Sullo sfondo: la vicinanza degli Emirati all’Arabia Saudita, protagonista di una ribellione senza precedenti. Riyad infatti disobbedisce agli Usa, tagliando l’estrazione del greggio in modo da far pesare l’assenza del petrolio russo, colpito dalle sanzioni. E i sauditi si avvicinano addirittura all’Iran, partner di Mosca e storico bersaglio degli Stati Uniti.

OCCIDENTE ISOLATO, EUROPA KO

Sta franando il sistema atlantico? Lo dimostra in modo plastico proprio la geografia delle sanzioni contro la Russia: a essere sempre più isolato è ormai l’Occidente, mentre il resto del mondo (Asia, Africa, Sudamerica) si sta coalizzando per imporre una propria governance, alternativa alla supremazia del dollaro e delle portaerei.

Vero e proprio vaso di coccio, l’Europa: la Germania sabotata dall’embargo del gas russo, l’Italia ridotta a zerbino della Nato, la Francia dilaniata dalla rivolta sociale contro Macron (l’unico, peraltro, a manifestare insofferenza verso il bellicismo americano). In Finlandia, poi, gli elettori hanno appena bocciato la giovane Sanna Marin, prototipo della generazione Nato-Davos.

UNGHERIA E POLONIA SFIDANO L’UE

E se Washington esprime la sua rabbia verso Lula, Bruxelles se la prende – in modo altrettanto tragicomico – con l’Ungheria e la Polonia, entrambe disobbedienti. Sonoro il ceffone inflitto agli euro-vassalli americani da Orbán, che ha siglato clamorosi accordi energetici con Mosca. Dal canto loro, i polacchi hanno cessato di sostenere l’Ucraina tramite l’acquisto del grano: rinunciano al cereale proveniente da Kiev.

Analoghi smottamenti sono in corso praticamente ovunque, a cominciare dal Nordafrica. Le massime potenze regionali, Egitto e Algeria, sono in lista d’attesa per entrare nei Brics, il cartello mondiale trainato da Cina, Russia e India. La stessa Tunisia ha appena messo alla porta il Fmi. È Pechino il nuovo playmaker dell’economia africana, mentre paesi come il Burkina Faso chiedono l’aiuto militare della Federazione Russa per stabilizzare le frontiere, minacciate dal neo-terrorismo islamista.

TRUMP: IL MONDO RIDE DELL’AMERICA

«Il mondo ha perso il rispetto per l’America», ha scandito di recente Donald Trump: «Ormai ridono di noi». Di sicuro, con Biden, la credibilità della Casa Bianca è crollata. Ne sanno qualcosa proprio gli africani: si ripetono riunioni di vertice tra paesi che lanciano lo stesso allarme: armamenti pesanti occidentali che, da Kiev, raggiungono i tagliagole di Boko Haram, succursale africana dell’Isis.

Sembra che stia davvero cadendo in mille pezzi, il vecchio mappamondo americano. Persino il disastrato Venezuela post-Chávez è riuscito a resistere all’aggressione “yanqui”. I dietrologi, addirittura, arrivano a sospettare che qualcosa di anomalo (armi segrete?) possa aver aggravato il bilancio del devastante terremoto in Turchia e Siria. Fantasie?

IN PEZZI IL MAPPAMONDO USA

Non ci sono prove, del fatto che l’evento sismico non sia stato di origine esclusivamente naturale. In compenso, non è un mistero l’ostilità degli Usa verso l’ondivago Erdoğan, incline ad accordi proibiti con Mosca: come quello per l’acquisto del sistema missilistico S-400. Fino all’altro ieri, Erdoğan era il principale supporter occulto dell’operazione-Isis in Siria. Ora invece la situazione si è capovolta anche su quel fronte: Ankara e Damasco hanno ricominciato a parlarsi.

Quanto all’altro storico partner regionale della superpotenza atlantica, le immagini parlano da sole: la popolazione israeliana sta animando una ribellione di massa contro Netanyahu, che vorrebbe nominare lui stesso i giudici che dovrebbero processarlo per corruzione. Neppure Israele (prudente, sull’Ucraina) è spendibile, in questo momento, per operazioni come quelle in cui sono specializzati i servizi segreti anglosassoni.

ALLEANZA MONDIALE CONTRO IL DOLLARO

Il mondo guarda: vede benissimo chi è stato, a far saltare i gasdotti. Capisce che i carri armati russi sono entrati nel Donbass dopo otto anni di bombardamenti ucraini sulla popolazione civile. La mano è sempre la stessa: quella che ha usato l’11 Settembre per scatenare la “guerra infinita”, come la chiamava Giulietto Chiesa. Afghanistan e Iraq, poi la Libia, lo Yemen, la Siria. E adesso, dulcis in fundo, l’Ucraina.

Di fatto, sette miliardi di esseri umani sfuggono al mainstream occidentale. E oggi si stanno coalizzando, contro gli abusi del “miliardo d’oro” (o meglio, della sua leadership neoliberista e imperialista). È un cataclisma geopolitico, quello che sta esplodendo? Nel caso, non sfugge il ruolo – anche simbolico – svolto dalla Russia: la fermezza di Putin, nel reggere alla tempesta.

Era stato tutto concertato fin dall’inizio, in modo sotterraneo? Lo sostengono gli analisti che parlano del silenzioso ritorno al “gold standard” (Quantum Financial System) per liquidare lo storico signoraggio globalista del dollaro e lo strapotere dell’élite atlantista. E mentre la casta di Washington mette sotto processo Trump, si prenota un altro formidabile outsider: Robert Kennedy Junior, campione della resistenza contro il delirio Covid. Sarà candidato alle primarie dei democratici. Missione: insidiare il fortino dei signori della guerra, sempre più feroci. E sempre più invisi al resto del mondo.

GIORGIO CATTANEO

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