Altro che il gas: qui si tratta del pranzo e della cena. Le vacche da latte stanno andando al macello perché ormai mancano i mangimi zootecnici. Ma anche noi dobbiamo mangiare: e possibilmente due volte al giorno.

Se ne parla poco, ma cominciano a venire al pettine le grane più grosse legate alla guerra in Ucraina e alla quasi completa rottura dei rapporti commerciali con la Russia. Tutti e due sono grandi esportatori di grano e prodotti alimentari anche verso l’Italia.

La trasmissione Fuori dal Coro ha sollevato il problema il 22 marzo. Il servizio sull’agricoltura inizia al minuto 1:56 della puntata. Però si è concentrata solo (solo: si fa per dire…) su penuria di mangimi zootecnici, rincaro dell’energia, rincaro del gasolio agricolo. Disgrazia vuole che ci siano anche altri problemi.

Innanzitutto, i fertilizzanti chimici senza i quali non cresce praticamente niente: l’Italia dipende largamente dalle esportazioni provenienti dalla Russia e anche dalla Cina, con la quale il barometro dell’Occidente segna sempre più tempesta. E poi, secondo aspetto da affrontare: la radicale ristrutturazione della produzione agricola. Ora importiamo derrate alimentari base, tipo il grano, ed esportiamo prodotti di pregio e in qualche modo voluttuari tipo il vino. Solo che col grano si mangia e si campa: col vino no.

L’Italia ha bisogno di 130 chili di fertilizzanti per ettaro di terreno: un po’ meno della media UE, pari a circa 155 chili per ettaro. Esistono tre tipi di fertilizzanti chimici, tutti fondamentali. Sono a base, rispettivamente, di fosforo, azoto e potassio. I dati in proposito vengono da OEC, Observatory of Economic Complexity, un sito web nato dal Massachussets Institute of Technology. I dati sono aggiornati al 2019.

Innanzitutto i fertilizzanti fosfati. Sono ancor più necessari degli altri, anche se vengono usati in quantità minore. Il primo esportatore mondiale è la Cina, che però ha chiuso i rubinetti già nell’autunno scorso, pensando all’interesse nazionale. La Russia è esportatore netto, sebbene non in cima alla classifica. L’Italia è importatore netto per oltre 13 milioni di dollari all’anno.

L’Italia inoltre è importatore netto di fertilizzanti azotati per un valore di 218 milioni . Primo esportatore mondiale, la Russia. Secondo, la Cina. Infine, i fertilizzanti a base di potassio. In Italia, importazioni nette per 115 milioni di dollari. Primi esportatori mondiali: la Russia e la Bielorussia sua alleata.

Ammesso di riuscire a risolvere la grana dei fertilizzanti, resta quella della riconversione della produzione agricola. L’Italia, con appena 60 milioni di abitanti, è il quinto importatore mondiale di grano. Ne produce, certo: ma non a sufficienza. Al netto dell’esportazione della pasta, le importazioni annue riguardano circa 6 milioni di tonnellate.

Spulciando il database statistico della FAO, l’Organizzazione mondiale per l’agricoltura e l’importazione, si scopre che l’Italia importa anche grandi quantità di soia e mais: quest’ultimo non serve per la polenta, ma (come la soia) soprattutto per alimentare il bestiame.  Non a caso le vacche da latte ora vengono mandate al macello. E non solo il latte e la carne: anche i polli, dunque le uova, e perfino i prosciutti e i salami dipendono dai mangimi zootecnici.

Le esportazioni? Innanzitutto la già citata pasta, nel quadro però di una pesante importazione netta di grano. A seguire, vino e bevande non alcoliche. Solo quello, per ora, abbiamo in casa.

GIULIA BURGAZZI

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